Emergenza profughi

Speciale a cura di Claudia Notargiacomo e Marco Feliciani

La funzione che le associazioni assolvono in una situazione di emergenza come quella che si è creata a Milano nel caso dei profughi siriani è fondamentale; gestire l’emergenza, e non solo, è il modo per non abbandonare la cittadinanza al caos. L’arrivo di persone disperate, siano esse migranti, profughi, uomini, donne o bambini, rappresenta una realtà del quale ci si deve occupare proprio per garantire la sicurezza e l’equilibrio in una città come la nostra.


Che si tratti di integrazione o che si tratti di supporto nei confronti di chi passa nel nostro Paese anche solo per qualche giorno, diventa essenziale, per il bene di tutti, che vi sia un piano ben strutturato d’accoglienza. Ciò che fanno le associazioni, con il prezioso aiuto dei volontari, è proprio questo. Durante le numerose visite presso i centri di accoglienza di via Aldini a Quarto Oggiaro e di via Scialoia ad Affori, ABC ha incontrato due importanti realtà attive su tutta Milano: la Casa della Carità e la Fondazione progetto ARCA.


AFFORI

Da maggio a tutto settembre, la Casa della Carità ha accolto, in convenzione col Comune di Milano, oltre 1.400 profughi siriani, palestinesi ed eritrei, in transito per il capoluogo lombardo. Circa 800 sono stati sistemati nei locali della parrocchia dell'Annunciazione di Affori, dove il parroco, Don Maurizio, con l’aiuto dei tanti volontari che hanno risposto all’appello, si è attivato, collaborando con la Casa, nel mettere a disposizione 80 posti letto, oltre a garantire tre pasti al giorno e una prima assistenza.


«Sono state molte le famiglie passate dal nostro centro che hanno perso tutto, come nel caso di G.H., proprietario di un’azienda tessile in Siria, con cinque dipendenti, distrutta da un bombardamento e costretto a fuggire con moglie e tre figli verso un futuro incerto», racconta Don Maurizio che sottolinea «Ogni due giorni è stato presente presso il centro un medico volontario per la gestione delle emergenze sanitarie primarie, per la somministrazione dei medicinali e soprattutto per visitare i numerosissimi bambini.».  


I profughi giunti Milano da circa un anno, nella quasi totalità dei casi, decidono di non fare richiesta d'asilo in Italia, ma di proseguire alla volta di altri stati del Nord Europa, tipo Svezia. Il presidente della Casa della Carità, Don Colmegna, sottolinea «l'importanza di costruire un momento di confronto tra le autorità che a più livelli si stanno occupando della questione profughi: associazioni, centri di accoglienza, sindaci dell'area metropolitana milanese, prefettura e questura».


QUARTO OGGIARO

Una ex scuola in disuso è stato destinata dal Comune di Milano alla funzione di Centro accoglienza, gestito dalla Fondazione progetto ARCA, in via Aldini a Quarto Oggiaro.

Tamara Pacchiarini,di Fondazione ARCA, responsabile accoglienze “progetto Siria”, intervistata da ABC evidenzia prima di tutto l’interessante collaborazione che si è creata nel centro di via Aldini le associazioni, “Albero della vita”, che si occupa dei bambini, e “Insieme si può fare”, che si occupa della gestione del vestiario donato dai cittadini.


Relativamente alla situazione attuale, sia per ciò che riguarda il centro di via Aldini, ma anche per i centri di via Pollini e via Mambretti, i flussi sono stati e continuano ad essere altalenanti. La vera emergenza si è creata nel mese di giugno. «Oggi riusciamo a gestire i picchi attraverso una buona organizzazione interna, come nel caso del 7 settembre quando abbiamo avuto ben 800 presenze, ovviamente senza preavviso: la grande sfida è proprio questa, il continuo riadattamento della struttura, della gestione, degli spazi e dei pasti».


E’ impossibile, infatti, prevedere gli arrivi presso la stazione Centrale, luogo di prima registrazione e smistamento verso i centri cittadini. «Nel rapporto con il territorio, cerchiamo un continuo confronto con il Consiglio di zona 8 e con i cittadini del quartiere per superare le criticità che possono venirsi a creare». A partire da eventuali lamentele, i mediatori culturali, che lavorano nel centro, danno precise indicazioni agli ospiti: non invadere la strada antistante il Centro, evitare di parlare ad alta voce dopo una certa ora nel cortile dell’edificio, per non disturbare il vicinato. La cittadinanza continua a rispondere positivamente agli appelli, portando abbigliamento e beni di prima necessità.


«Al momento c’è bisogno di prodotti per l’igiene personale, e pannolini per bambini in particolar modo». Tamara Pacchiarini tiene inoltre a fare chiarezza su di un presunto aiuto economico ai profughi. «Per quanto riguarda il progetto profughi siriani, non vengono dati né soldi né ricariche telefoniche. Tamara precisa che il centro di via Aldini è aperto a tutta la cittadinanza, e vuole essere di riferimento a chiunque avesse bisogno di aiuto: «la porta è aperta a chi volesse avvicinarsi».


La dichiarazione ad ABC di Pierfrancesco Majorino

Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano

 

Riportiamo quanto Pierfrancesco Majorino ha dichiarato ad ABC

 

«Relativamente all’emergenza profughi siriani a Milano, tengo a sottolineare che c’è molto orgoglio per il lavoro svolto: Milano ha reagito bene. Davanti all’emergenza ha resistito e condotto in modo eccellente una situazione complessa e delicata, caratterizzata da imprevedibilità.

Quando parlo di reazione positiva intendo sottolineare la capacità di progettazione e collaborazione tra soggetti organizzativi, Amministrazione comunale e società civile, che, con spirito partecipativo, hanno lavorato uniti con un obiettivo comune, quello di superare un momento di criticità.


Dopo tutto il lavoro svolto e le energie profuse per la buona riuscita della gestione dell’emergenza, una riflessione è d’obbligo: il momento attuale è indubbiamente caratterizzato da inquietudine, perché non sappiamo cosa accadrà in futuro e soprattutto cosa le istituzioni potranno realmente fare. Attualmente il rapporto con il governo è controverso». 


Il viaggio di Alì

Testimonianza di un giovane migrante che ama l’Italia

 

ABC ha raccolto la testimonianza di Alì, un giovane egiziano di 30anni che vive a Milano, arrivato due anni fa in Italia su un barcone insieme a tanti altri migranti, compresi numerosi bambini. Le parole di Alì raccontano i sentimenti e le sensazioni di tutte quelle persone che sono costrette a fuggire dal proprio Paese, a causa della fame o della guerra e comunque a causa della disperazione, con il sogno di avere una seconda chance nella vita.

 

Il viaggio (due anni fa)

Il viaggio che ha portato Alì dall’Egitto alle coste di Lampedusa è durato quattro giorni: il disagio, la solitudine, la sensazione di non vedere mai la riva, la sofferenza per il distacco dai propri affetti e dalla propria terra. In realtà il ragazzo racconta di non aver temuto per sé e per la propria vita (poco importava in quel momento) perché quella era l’unica possibile via di salvezza, nessuna alternativa per lui e per molti altri come lui. «Durante la traversata temevo per i bambini che mi circondavano, l’unico paura che provavo era per loro.


Pensavo ai miei ventotto anni di vita vissuta, paragonati ai visi così giovani e ingenui che mi circondavano». Le parole di Alì turbano per la durezza e la consapevolezza: la sua vita sembra in questo momento valere veramente poco. «Mi sono avvicinato ad un bambino in particolare, era solo e indossava indumenti bagnati, ho cercato di aiutarlo e gli ho chiesto come fosse arrivato lì: i genitori, disperati  lo avevano consegnato agli scafisti che in quel momento rappresentavano l’unica speranza di garantire un futuro al figlio».


Il terrore di questa gente è anche quello di ritorsioni da parte di queste organizzazioni criminali. «Si sale in barca senza denaro e, a partenza avvenuta, è la famiglia che provvede al pagamento del viaggio e se questo non dovesse succedere, chi è sulla barca diventa ostaggio e possibile oggetto di violenze». Secondo la testimonianza di Alì, chi organizza questi tremende traversate non è certamente sul barcone, ma si trova al sicuro, in qualche luogo lontano tra comodità e lussi. Si tratta di vere e proprie organizzazioni criminali che sfruttando il dolore dei più disperati si arricchiscono grazie al traffico illegale di persone.

 

Lo sbarco

Alì descrive il momento dello sbarco sulla spiaggia di Lampedusa dopo un drammatico viaggio su un barcone, con viveri insufficienti e in condizioni disumane. E’ qui che avviene il primo incontro di Alì con la Polizia, il ragazzo si chiude in se stesso e si rifiuta di comunicare, è la paura che lo spinge e a non fidarsi. «In Egitto la polizia mi spaventava molto perché usava la violenza».


Alì per alcune ore non si fida neanche degli agenti italiani e rimane in silenzio, isolandosi da tutti e rifiutando di collaborare, fino a quando non viene messo davanti ad un bivio: o collabora e quindi resta, oppure ritorna al suo paese. Alì a questo punto accetta di visionare un filmato e di indicare gli uomini che avevano gestito l’imbarco e la traversata. «Ho testimoniato e mi è stato chiesto di firmare anche se non capivo ma ho pensato si trattasse solo del mio pass per andare via dal centro e poter finalmente raggiungere una città dove dimenticare tutto e rinascere».


In realtà il ragazzo firmando ha preso l’impegno di collaborare per combattere il sistema e le organizzazioni che gestiscono questi viaggi della “speranza” che troppo spesso finiscono in tragedia. «Se in quel momento avessi saputo cosa stavo firmando mi sarei tirato indietro, ma oggi, dopo due anni, ringrazio per quell’opportunità. Sono stato aiutato ad inserirmi in una comunità e mi è stata data la possibilità di crearmi una nuova vita».

Una nuova vita non priva di ostacoli e momenti disperati che questo ragazzo affronterà ogni giorno con coraggio e determinazione.

 

 

Alì nonostante le numerose difficoltà e ostacoli è riuscito attraverso un percorso sociale e integrativo a imparare la lingua, a comunicare, a integrarsi e a trovare un lavoro, che sebbene umile, gli permette di condurre una vita dignitosa. 



Riproduzione riservata © Claudia Notargiacomo, Marco Feliciani





Dati complessivi del Comune di Milano:

Dal 18 ottobre 2013 ad oggi sono 45.876 le persone (siriani, eritrei e palestinesi) assistite e accolte nelle strutture cittadine. Di queste 10.969 i bambini in viaggio con i genitori. In 53 hanno fatto richiesta di asilo.

Dati dell’accoglienza di Progetto Arca

Profughi accolti da ottobre 2013 al 15 ottobre 2014, n. 20.805, dei quali 16.735 siriani

4.070 eritrei

Pasti erogati n. 48.000 da ottobre 2013 al 30 settembre 2014

Pasti al sacco distribuiti in Stazione Centrale, più di 40.000, da Maggio a Settembre 2014