La donna che viaggia tra le stelle

Storia di un successo all’italiana

Di storie di donne ne sentiamo ogni giorno: donne distrutte, donne coraggiose, donne discriminate, donne appassionate. E ancora donne di cui andare fieri, donne che sono un esempio, donne che sono un orgoglio.


Il 23 novembre alle ore 22.01 la nostra astronauta Samantha Cristoforetti ha scritto un pezzo di storia del nostro paese: è la prima donna italiana a sbarcare nello spazio, ha sbaragliato 9000 candidati preparatissimi aggiudicandosi la partecipazione alla Missione Futura che la terrà in orbita per i prossimi sei mesi coinvolgendola in circa 200 esperimenti. La 37enne milanese, originaria trentina, si è laureata a Monaco in scienze aeronautiche e specializzata in Texas, è una pilota esperta e parla perfettamente cinque lingue.


La Cristoforetti è, insomma, un esempio da seguire, l’emblema del potere della determinazione e della forza di volontà nel raggiungere il proprio obiettivo che coincide, oggi, con un importante traguardo anche per la nostra nazione. Le donne che vanno nello spazio hanno smesso di fare notizia da circa sessant’anni è vero; il primo italiano inoltre è andato nello spazio nel 1994 e, a sostegno della parità dei sessi, non ci si dovrebbe aspettare un trattamento dedicato solo perché ad andare in orbita questa volta è stata una donna.


Come in molti sostengono di donne nello spazio ormai ce ne sono state parecchie e la missione che la Cristoforetti va a svolgere non rappresenta un traguardo scientifico tale da  suscitare clamore mediatico.

Tuttavia è doveroso riconoscere l’importanza di alcuni fatti e di certe azioni non tanto per quello che sono quanto per ciò che rappresentano e simboleggiano. Che si tratti di infantile patriottismo poco importa, quello che conta è il significato che attribuiamo a questo avvenimento come nazione, come persone e come donne.


In un paese dove le violenze sulle donne, fisiche e psicologiche, sono all’ordine del giorno, dove le donne devono farsi spazio in ambienti lavorativi ostili e maschilisti, dove non esiste una tutela alla famiglia adeguata e il peso della gestione familiare è tutto sulle spalle di madri costrette a rinunciare alla propria realizzazione a causa di mancanze assistenziali, in un paese così Samantha è un messaggio positivo e di riscatto; è la speranza nella possibilità di un cambiamento per un paese arenato nel suo immobilismo. Quella di Samantha è la storia di una donna normale che ha realizzato il proprio sogno di bambina dedicandosi con sacrificio e disciplina al proprio lavoro.


A lei il popolo del web ha dedicato siti interi, pagine facebook, blog che la seguono ogni giorno, approfondimenti sulla sua vita privata prima e dopo la partenza e circa 20.000 tweet che le hanno garantito il podio tra le tendenze più discusse dei giorni scorsi. Un’attenzione e una partecipazione della popolazione che sembra essere in netto contrasto con l’indifferenza dei media nazionali che, tranne alcune eccezioni, hanno dato relativa importanza a un evento scientifico che, per quanto irrisorio rispetto ad altri, ha per noi valenza storica.


La sera del lancio nessuna delle principali reti televisive ha trasmesso collegamenti per seguire la diretta, l’unico canale d’informazione che si è occupato dell’avvenimento gli ha dedicato pochi minuti e le principali radio italiane hanno comunicato la partenza con superficialità senza interrompere la telecronaca calcistica del derby milanese che si giocava in serata.


Anche sul fronte della carta stampata ci sono state sorprese: quattro delle principali testate giornalistiche nazionali hanno dedicato alla notizia un trafiletto nel mezzo del giornale preferendo in prima pagina, ancora una volta, il resoconto del derby della Madonnina.

Un’indifferenza e una superficialità che non sono altro che lo specchio di una tendenza tutta italica all’anti-meritocrazia.

Insomma, una partita persa.

di Tecla Palumbo