La punta della matita

La sconfitta del terrore passa attraverso gli occhi dei bambini

Un oggetto da sempre nelle nostre mani, usato sin da bambini per scarabocchiare, disegnare, scrivere, per esprimere pensieri e comunicare, è la matita. Questo bastoncino di legno, spesso esagonale, con all’interno un fragile cilindro di grafite, è diventato, in queste ultime settimane, un angoscioso e potente mezzo simbolico. I tragici fatti di Parigi, la strage della redazione di Charlie Hebdo, ad opera di assassini che si sono dichiaratosi jihadisti, hanno fatto della matita l’immagine della libertà d’espressione, hanno detto che pensiero e libertà non si possono uccidere, perché sono valori immateriali che appartengono all’animo umano.


Le matite (insieme a pennarelli e gessetti), sono anche le compagne gioiose con le quali crescono i nostri figli e nipoti, a casa e a scuola, sono lo strumento di simpatie e di amicizie -senza guardare a razze, colore, lingua, tradizioni e religioni- nate sui banchi delle materne, quando in classe o nei laboratori riescono ad esprimere tutta la loro creatività alimentata dalla liberà di pensiero e di espressione, che nei bambini e nei ragazzi non sono ancora inquinate da pregiudizi e da paure che invece hanno gli adulti. I fatti di Parigi, i brutali e inaccettabili omicidi e ferimenti -che hanno portato la matita (o la biro) in primo piano come simbolo di libertà- sono una lesione sociale mondiale, che hanno fatto vittime e lasciato ferite sanguinanti non solo visibili.


Le più profonde e pericolose di queste ferite sono quelle invisibili, quelle che fanno sgorgare odio, razzismo, rabbia e repulsione dell’altro, innescando reazioni, da noi e altrove, di ignobili sciacallaggi di formazioni politiche con etiche decomposte, che nella rabbia popolare costruiscono consensi basati sulle paure e sulla mancanza di informazioni. Un quadro fosco e preoccupante del mondo dei grandi, nel senso di adulto, che è lontano, in modo siderale, dalla natura vera dell’animo umano, se solo si ha la fortuna di conoscere il mondo dei piccoli, quello raffigurato, per esempio, da un’aula di una materna, di una scuola primaria o secondaria.


Se si ha la fortuna di osservare una di queste aule piene di bambini e ragazzi di ogni razza e origine etnica, si capisce che quello è il mondo della speranza. Ho avuto l’occasione e il piacere di dare uno sguardo a questo mondo straordinario per un servizio che la nostra redazione ha in programma, a cura di Francesca Cirigliano: raccontare e indicare ai nostri lettori adulti dove dovrebbero guardare per smorzare le loro ansie e le loro paure nell’incontrare e accogliere l’altro: quello che viene da lontano, dall’altra parte del mondo, per dirla come Papa Bergolio.


Sono andato per fare qualche foto e ritirare della documentazione alla scuola media di via Scialoia, dove sono stato ricevuto dalla prof.ssa Lucrezia Bombini e ho incontrato la preside prof.ssa Ida Morello, persone che trasmettono entusiasmo, passione e professionalità, esempio della scuola pubblica che cerca di dare il meglio, nella situazione data, per la formazione del cittadino del futuro, a prescindere dalla loro provenienza. E qui, cari lettori, ho potuto vedere ragazze e ragazzi italiani e altri giovani provenienti da ogni angolo del mondo, classi cosmopolite armonizzate dal corpo docente e dirigente dell’Istituto Comprensivo di via Scialoia, motivato e di sicura capacità di gestione e d’insegnamento in tante complessità di lingue e costumi.


Vedere nelle stesse classi, sugli stessi banchi, tanti visi di tante etnie e tradizioni diverse, mi ha dato la misura di come sarà l’Italia del futuro e, pur consapevole delle tante difficoltà da affrontare, mi ha riempito di fiducia che qui cerco di trasmettere. Nelle mani di tutte quelle ragazze e quei ragazzi c’era una matita, una penna, lo strumento del sapere e della materializzazione del pensiero di ogni individuo, cittadino del mondo. Un arnese con una punta, che pur non essendo un’arma, è più potente di ogni altro strumento di offesa, e i fatti di Parigi hanno dimostrato che una matita può essere la più forte arma di libertà.


«Ma la cosa che più di tutte mi fa arrabbiare è che certe persone si fanno nella mente piramidi sociali basate su non so quali cretini criteri» scrive Giada della 2°B - Italia. «La mia classe la 2°B la adoro, sono quasi la mia seconda famiglia. Perché ci aiutiamo sempre a vicenda e con alcuni facciamo solo dispetti, ma loro sono stupendi, li adoro.» scrive Precious - Filippina.

La sconfitta del terrore e del razzismo passa attraverso gli occhi dei bambini.


Giovanni Russo