La donna oggi

Il ruolo sociale e politico

Nascere donna ha da sempre comportato un eterogeneo insieme di conseguenze sociali e politiche, mutate nel corso del tempo e nelle differenti regioni del mondo.

In Italia, il ruolo sociale, politico ed economico della donna incominciò ad affermarsi solidamente dal ‘45 con l’estensione del diritto di voto e con la Costituzione del ‘48 che sancì la parità fra i sessi. Però, nonostante sulla carta siano conferiti pari diritti, nella pratica essere donna risulta essere uno dei compiti più complicati. Tutt’oggi significa doversi scontrare con pregiudizi e discriminazioni, dimostrare che oltre all’aspetto estetico esistono capacità ed intelligenza, lottare con coraggio per provare di valere quanto un uomo. I diritti attribuiti risultano inutili se non resi operativi nella pratica; ed il compito di renderli tali non è solo dello Stato, comunque obbligato a garantirli, ma anche della donna stessa.


Ognuna di noi è in parte responsabile della considerazione sociale della donna, soprattutto le più giovani. Mi spiego: condanno sicuramente l’atteggiamento maschilista degli uomini e dello Stato (nonostante le donne abbiano in media un grado di istruzione maggiore degli uomini e superiore rispetto agli incarichi che ricoprono, guadagnano il 20% in meno dei colleghi maschi; la percentuale delle discriminate è quattro volte la media europea), ma trovo altrettanto sbagliato quello di alcune donne, che si lamentano delle ingiustizie subite, ma in concreto non fanno nulla per cambiare la loro situazione discriminante, non la denunciano, non si battono per difendere la loro dignità e farsi riconoscere quanto spetta di diritto. Stando zitte, approvano questo trattamento.


Questa accettazione passiva e rassegnata detta connivenza, alimenta i trattamenti ingiusti e soprattutto, chi non lotta perde il diritto a lamentarsi. É inutile vittimizzarsi, occorre reagire perché altrimenti si crea un precedente.

Nel passato le nostre antenate vivevano una situazione peggiore della nostra, ma nonostante ciò molte di loro si sono battute contro le ingiustizie, mutando la loro condizione e quella dell’uomo; mettendone in dubbio la sua secolare convinzione di superiorità e facendo sì che la mentalità patriarcale e maschilista radicata iniziasse a cambiare.


Dobbiamo essere fiere di questo, non possiamo permetterci di regredire e farci trattare come amebe insignificanti, sarebbe un delitto verso le donne che hanno lottato in precedenza, ma soprattutto nei confronti di noi stesse.

Quindi donne, partiamo da noi per combattere attivamente i pregiudizi e le discriminazioni; perché le madri che partoriscono e che hanno parte della responsabilità dell’educazione dell’uomo, sono innanzi tutto donne: ogni uomo oppressivo e maschilista ha avuto una madre che gli ha trasmesso questo tipo di cultura sbagliata. La giurista iraniana Shrin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, esprime perfettamente il concetto: «Il maschilismo è una malattia che attacca gli uomini, ma è trasmessa dalle donne».



Stefania Piva