Lo stato di salute 

dell’economia italiana

Sono trascorsi ormai sette anni dalla deflagrazione della crisi economica mondiale che ha messo in ginocchio la gran parte dei Paesi sviluppati, con forti ripercussioni anche su quelli in via di sviluppo. Nonostante i numerosi e altisonanti proclami, ogni politica finora intrapresa non è riuscita, almeno nel vecchio e stanco continente europeo, a sortire gli effetti sperati per una nuova crescita economica. La causa profonda della crisi è stata una perdita di fiducia reciproca, a tutti i livelli, fra le istituzioni economiche, finanziarie e governative dei Paesi occidentali. E l’Italia in prima fila, arrovellata nella ricerca di un nuovo assetto istituzionale e politico, è entrata nell’occhio del ciclone, perché considerata, dagli altri Paesi europei con cui condivide politica economica e monetaria, una delle meno affidabili, su cui non si può nutrire fiducia.


Come è possibile valutare gli effetti della crisi finora? La cartina tornasole è rappresentata dalla ricchezza delle famiglie italiane, come desumibile dall’indagine annuale effettuata dalla Banca d’Italia. I dati, pur riferiti al 2013, evidenziano come la ricchezza netta complessiva delle famiglie si sia contratta dell’1,7%, in termini reali, rispetto al 2012 e che, dalla fine del 2007, la flessione, ipotizzando prezzi costanti, è stata complessivamente dell’8%. Alcune stime preliminari confermano un’ulteriore discesa dell’1,2% in termini nominali, della ricchezza complessiva nei primi sei mesi del 2014. Alla fine del 2013 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 8.728 miliardi di euro, in media 144.00 euro pro capite e 356.000 euro a famiglia, con le attività finanziarie che rappresentano il 40% del totale, mentre il restante 60% è rappresentato da attività reali (fra cui le abitazioni).


Nel confronto internazionale spicca la notevole capacità di accumulazione di ricchezza e di patrimonio da parte degli italiani: nonostante la diminuzione degli ultimi anni, la ricchezza netta delle famiglie in Italia è pari a otto volte il reddito medio lordo disponibile, un dato superiore a quello di Stati Uniti, Germania e Canada. E il rapporto fra attività reali e reddito disponibile lordo, misura della capacità di accumulare patrimonio in attività reali a partire da una data quantità di entrate in termini di reddito, è inferiore solo a quello delle famiglie francesi. Anche il livello di indebitamento delle famiglie italiane, che può erodere il patrimonio e la ricchezza detenuta, resta inferiore al reddito disponibile (pari all’81%), nonostante gli incrementi degli ultimi anni.


In sintesi, la ricchezza detenuta dalle famiglie italiane si è ridotta negli ultimi anni ma resta a livelli elevati, soprattutto in confronto alle altre economie europee e occidentali e nonostante la contrazione del prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza totale prodotta dell’Italia anno su anno. Ciò ha consentito di attenuare gli effetti percepiti della crisi, soprattutto in termini di riduzione di posti di lavoro, ma allo stesso tempo ha nascosto la gravità di una situazione in cui restano basse le opportunità di lavoro (soprattutto qualificato) per i giovani e di re-inserimento lavorativo per coloro che perdono il posto di lavoro ma non hanno ancora maturato i requisiti per la pensione.


Un sistema ‘sbilanciato’ che promette di riservare ai prossimi decenni le conseguenze peggiori della crisi, quando la ricchezza delle famiglie non sarà più sufficiente (perché già consumata), la forza lavoro e il reddito medio disponibile diminuirà (a causa dei bassi salari per i lavoratori giovani), il numero di pensionati rispetto ai lavoratori aumenterà (a causa dei bassi tassi di natalità e di occupazione giovanile) e il gettito fiscale a disposizione dello Stato si ridurrà significativamente.


Una sola ricetta può consentirci di guardare con fiducia al futuro: creare le condizioni per una crescita della ricchezza sia sostenibile che duratura, fondata sull’aumento dei posti di lavoro e sulla produzione di beni/servizi ad alto valore aggiunto (ad esempio di alta tecnologia industriale oppure in grado di attrarre capitali dall’estero). In tale contesto le riforme istituzionali, che sono diventate il centro nevralgico dell’azione di Governo, dovrebbero essere focalizzate al raggiungimento di tali obiettivi. Il rischio è che ci si accontenti di vederle approvate, senza considerare la bontà e la rilevanza per gli obiettivi di crescita economica.


Il nostro modello, per recuperare le parole del nostro Premier, ovvero gli Stati Uniti d’America, hanno da sempre puntato sull’efficacia e sulla rapidità di esecuzione di ogni politica pubblica, valutando la loro validità sempre e solo nei numeri: quanti posti di lavoro e quanta ricchezza è stata creata nel più breve tempo possibile. E su questi obiettivi il Presidente Obama ha concentrato la propria azione di Governo e si è giocato la reputazione negli ultimi anni del suo mandato, vincendo finora la sfida coi Tempi.


Pierangelo Martinelli