La sventura del precariato

La rabbia e lo sfogo di chi paga le ingiustizie in prima persona

Negli ultimi anni, ogni volta che cambiava ministro al Ministero della Pubblica Istruzione, noi precari ci dicevamo «peggio del precedente non potrà essere», e puntualmente ci ricredevamo. Ma ora veramente siamo scesi in basso: siamo arrivati al ricatto. E questo, da parte dello Stato è inaccettabile! È stato pietoso che un capo di Governo si sia permesso di imitare gli insegnanti con una lavagna, ma che ora si permetta di minacciare il blocco delle assunzioni, questo è inaccettabile.


Il nostro è un lavoro pagato male, dove non bastano la laurea, gli anni di servizio, i concorsi, le scuole di specializzazione e i corsi abilitanti per potersi assicurare uno stipendio tutti i mesi fino alla pensione. Eh sì! Perché per noi precari, ogni anno si ricomincia. Da disoccupati. Sempre. Eppure siamo un esercito, che manda avanti la scuola, con le risorse che ha, con la frustrazione di sapere di essere sempre l’ultima ruota del carro, ma con la certezza di essere comunque importanti per i nostri alunni.


Giorno dopo giorno, anno dopo anno, si ricomincia tutto daccapo. Per i docenti precari che svolgono un corso abilitante (che peraltro ciascuno paga di tasca propria all’università, per un costo medio di 2500-3000 euro) e devono conciliare la scuola, con le lezioni del corso, lo studio, la preparazione delle proprie lezioni o la correzione delle verifiche, persino la famiglia passa in secondo piano. Non c’è il tempo. Spesso non c’è il tempo neppure di pranzare tra uno spostamento e l’altro! Ed ora ci vengono a dire che tutte queste fatiche sono state inutili? Che dovremmo essere tutti uguali? Tutti uguali non direi proprio! La nostra fatica di aver conquistato con sacrifici e dignità dei titoli, non è equiparabile a coloro che gli stessi titoli li hanno comprati o che non li hanno per nulla.


La graduatoria, unico parametro che finora metteva in ordine i docenti in base a titoli e servizi svolti, dovrebbe sparire… ma siamo impazziti? Vuol dire che noi, che abbiamo lavorato facendo salti mortali per avere una cattedra, anche lontana da casa, o più spezzoni in più scuole, non dovremmo più avere il riconoscimento del servizio svolto? E quale sarebbe il nuovo criterio equo che dovrebbe stabilire chi mi sta davanti o dietro? Il preside, forse. Ma non è compito del preside scegliere in modo discrezionale i docenti. La scuola non è un’azienda privata in cui il datore di lavoro si sceglie i suoi collaboratori. Io ho il diritto di insegnare in modo libero e senza costrizioni o pretese. Penso anche a tutte quelle donne insegnanti che hanno o avranno un figlio: saranno scartate! O quei docenti che hanno i genitori infermi, o ancora chi ha un figlio disabile o lui stesso ha una disabilità: saranno spacciati!


Si parla anche dei 500 euro all’anno per la formazione. Ma credo che della formazione dei docenti dovrebbe occuparsene direttamente il Ministero. A me servono corsi di aggiornamento seri e portati avanti da specialisti competenti. Non sarebbe meglio adeguare lo stipendio degli insegnanti, visto che siamo in stallo da molti anni e che i nostri stipendi sono tra i più bassi d’Europa?


E pensare che ho scelto di insegnare, perché credo nella cultura, nell’istruzione e nella libertà di pensiero. Utopia? Forse. Certezza? Il rispetto dei miei studenti.


Francesca Cirigliano