Il rolex 

un orologio per "poveri"

L’orologio da polso è uno strumento per alcuni necessario e indispensabile, per altri superfluo e fastidioso; c’è chi lo sfoggia come accessorio di stile, chi come oggetto di eleganza, altri non gli conferiscono alcun ruolo che vada oltre l’assoluzione della sua funzione primaria: indicare l’ora giusta. In ognuno di questi casi tuttavia, la scelta finale, l’oggetto che finalmente poi si decide di portare al polso, finisce per definire, nel bene o nel male, la persona che sei.


Non lo fa per una questione di moda, come può capitare quando si sceglie di indossare un vestito piuttosto che un altro; o per una questione di superficialità (dopotutto come può un orologio qualificare in un modo o in un altro una persona?); semplicemente l’orologio è uno di quei status symbol perenni, che resistono al tempo, alle mode del momento, dando l’illusione di poter capire e sapere degli altri più di quanto non venga apertamente dichiarato.


E resistono alla crisi, anche se spesso solo nella sfera dell’idealizzazione. Non sorprende notare che nonostante la crisi economica diffusa, le difficoltà con cui si fatichi ormai a sbarcare il lunario, sia sufficiente aprire una qualsiasi rivista maschile per trovarsi di fronte sfilze di pubblicità di orologi delle più svariate marche, tutte indifferentemente poco economiche. Non di solo Rolex vive l’orologeria: Patek Philippe, Vacheron Constantin, Frank Muller, Audemars Piquet, Baume e Mercier, Blancpain... tutte marche anche più costose del famigerato Rolex e ugualmente pubblicizzate.


Tuttavia il Rolex è il simbolo di ricchezza per eccellenza, forse perché il più conosciuto o forse perché il più inflazionato fra gli orologi di fascia alta. Un simbolo che nell’immaginario collettivo conferisce a chi lo indossa una determinata posizione sociale che spesso non corrisponde a realtà. Sono di pochi mesi fa i fatti del 1° maggio che hanno devastato Milano durante il corteo No Expo. In quell’occasione i titoli di giornale e alcuni esponenti politici si riferirono ai black bloc definendoli ‘figli di papà’ sulla base di una foto che ritraeva un individuo incappucciato con un Rolex al polso, che si è scoperto in seguito essere una replica.


La verità è che poco importa se il Rolex fosse vero o falso, nuovo o usato, contava solo quello che in quel contesto poteva rappresentare: ricchezza, posizione sociale, agiatezza.

Quello che più attrae del lusso è questa dimensione di simbolismo che lo circonda, un simbolismo dettato dalle convenzioni sociali e talvolta dall’apparenza forzata. Ma allo stesso tempo se l’industria del lusso è l’ultima a conoscere la crisi e la prima a rialzarsi è perché, per quanto tutti possano esserne attratti, il vero target a cui si rivolge è quello della gente che dell’iceberg vede solo la punta.


La gente normale, quella che oggi la crisi la sente sulla pelle, del lusso conosce solo la parte più disillusa, quella fatta di tutti quei ‘vorrei ma non posso’ che caratterizzano le giornate e vanno ben oltre la scelta dell’orologio. E magari hanno anche loro un Rolex nel cassetto, ricordo di tempi migliori, a riprova del fatto che poco importa come tieni traccia del tempo che passa, se sei nel mezzo della bufera scorrerà sempre troppo lentamente.



Tecla Palumbo