Non pensavo di fargli male...

I casi violenti, protagonisti i giovani

Il periodo della gioventù, imprevedibile per natura, perché condizionato dal particolare momento di crescita e sviluppo della persona -in alcuni casi un vero e proprio sconvolgimento psico-fisico che attua il passaggio verso la dimensione più matura di adulti- ha come caratteristiche pregnanti la vitalità, la forza, la fantasia, la curiosità ma anche la temerarietà, il coraggio e la spregiudicatezza, il desiderio di sperimentare e allo stesso tempo l’imprudenza dell’inesperienza. Sicuramente si tratta di qualità che, soprattutto in questo specifico periodo della vita, si rivelano nella loro massima potenza, e che da un lato possono contribuire positivamente alla forza creatrice e all’estro individuale, dall’altro se spinti al massimo o in vicoli ciechi, possono condurre l’esistenza molto più vicina alla morte che alla vita.


Da circa un decennio si è cominciato a parlare di disagio giovanile e per un bel po’ di anni è stato l’argomento principe di dibattiti un po’ dappertutto. In questi ultimi anni non se ne parla più così tanto, se non in concomitanza di qualche fatto di cronaca nera eclatante, che ha per protagonisti dei giovani, e non perché ‘il problema’ sia stato in qualche modo risolto, ma semplicemente perché la frequenza e la particolarità dei diversi casi, che poi alla fine sono tutti simili tra di loro, non fa più notizia.


Non è neanche che prima di un decennio fa non esistessero casi di giovani disagiati che esprimevano il loro malessere attraverso comportamenti scorretti e pericolosi per sé e per gli altri. I racconti per ragazzi a cominciare da Pinocchio (Le avventure di Pinocchio, C. Collodi, 1881), passando per il libro Cuore (Cuore, E. De Amicis, 1886) e arrivando allo stesso Gian burrasca (Il giornalino di Gian burrasca, L. Bertelli, 1907) -ovviamente la lista è ben più ricca- sono farciti di giovani protagonisti-bulli, i cosiddetti cattivi, e delle loro malefatte.


Ovunque c’è sempre stato un ‘Pierino’ burlone o addirittura ‘cattivo’, che ha reso la vita infelice a un tot di persone, coetanei e adulti compresi. Il fatto nuovo invece di questi ultimi decenni, e più in particolare di questi ultimi anni, al di là del livello di efferatezza, è la modalità di reazione pressoché comune ad ogni caso, una sorta di file rouge che unisce le diverse storie, accomunandole tutte in un decorso post accadimento simile a tutti gli altri. Il silenzio.


Un insopportabile silenzio tombale dei protagonisti e degli stessi testimoni; un muro di gomma impenetrabile su cui tutto scivola e da cui tutto rimbalza. Nulla e nessuno riesce a fare breccia nella sensibilità, nell’onestà, nel senso etico di questi bravi ragazzi. Accanto ai vari non so, non mi ricordo, non ho sentito nulla, non c’ero… l’unica consapevolezza, quando dichiarata, è «Non pensavo di fargli male...» (dich. di Martina Levato, da LEGGO 19 c.m.).


Per tutti i casi rimasti insoluti, o risolti a metà, bisognerebbe riflettere un po’ di più su cosa vedono, sentono e vivono davvero i nostri ragazzi, una volta usciti dai luoghi protetti e lasciati ‘liberi’, un po’ allo sbaraglio e senza paracaduti, in una società bombardata da messaggi mediatici e subliminali diseducativi, nella maggior parte dei casi aggressivi e violenti. Dopo la dovuta riflessione sarebbe auspicabile adottare provvedimenti e comportamenti diversi e/o ri-educativi, a partire dalla famiglia, attraverso la scuola e arrivando ai media e alle Istituzioni. O tutto il contrario.



Alida Parisi