Con il rossetto nella cabina elettorale

Di Tecla Palumbo

Il 10 marzo 2016 ricorreva un anniversario molto importante per la storia italiana: nello stesso giorno del (non così lontano) 1946, le donne furono chiamate per la prima volta a esercitare il neoacquisito diritto di voto alle elezioni amministrative, che si svolsero in 436 comuni del territorio italiano. Sono passati solo 70 anni dalla conquista femminile del diritto di chiamata alle urne, anni in cui tale conquista è stata gradualmente data per scontata, facendo cadere nell’oblio le dure battaglie intraprese per il riconoscimento dei diritti delle donne in ambito civile e politico. Anni in cui non si è data la giusta importanza al valore civile di questa vittoria e in cui non si è mai riflettuto abbastanza sul ritardo, ancora una volta tutto italiano, nell’estensione di uno dei diritti fondamentali del cittadino alle donne. Tra i paesi che per primi hanno approvato il suffragio femminile troviamo nel 1893 la Nuova Zelanda, seguita nei primi anni del ‘900 dall’Australia e dai paesi scandinavi, poi dalla Russia con la Rivoluzione di Ottobre, dalla Gran Bretagna e dalla Germania al termine della Prima Guerra Mondiale e nel 1920 dagli Stati Uniti. In Italia il percorso è stato lungo e difficoltoso, condizionato dalla debolezza del movimento delle suffragette italiane che, rallentato dall’unificazione, non si impose da subito come un fenomeno trainante del cambiamento, diversamente da quanto accaduto negli altri paesi. Fu solo nel 1877 che Anna Maria Mozzoni, considerata la pioniera del nostro femminismo, presentò al Parlamento la prima petizione pro voto femminile. Da allora trascorsero altri 70 anni prima che le donne italiane potessero cominciare ad esprimere la propria opinione politica. Il 2 giugno 1946, 12 milioni di elettrici, furono chiamate a esprimere la propria opinione sulle sorti del paese nel referendum Repubblica-Monarchia: l’89% delle donne aventi diritto decisero per un futuro repubblicano e questa scelta, a cui hanno contribuito, è tuttora alla base del nostro Paese. Fu il decreto Bonomi del 1° febbraio 1945 a dare alle donne questa possibilità, estendendo il diritto di voto, ma è il 1946 l’anno del cambiamento in quanto viene riconosciuta anche la loro eleggibilità. Questa è la svolta che permetterà a 5 donne di entrare nella Commissione dei 75, l’organismo incaricato di formulare la proposta di Costituzione per la nuova nascente repubblica: sono Angela Gotelli, Maria Federici, Nilde Iotti, Angelina Merlin e Teresa Noce. Sono passati solo 70 anni da allora, anni in cui si è celebrata poco la caparbietà e la forza delle donne che hanno lottato per questo diritto, la loro capacità di sovvertire il sistema trattando alla pari con gli uomini in un contesto culturale permeato di maschilismo. È un pezzo di storia che ci ricorda quanto quei diritti, che ci appaiono oggi così scontati, fossero invece fino a pochi anni fa ostacolati da convinzioni errate ed esasperate sulla diversità di genere. Il 2 giugno 1946 il Corriere della Sera titolava Senza rossetto nella cabina elettorale, sollecitando le donne a presentarsi al voto senza rossetto per non rischiare di macchiare, senza volerlo, la scheda elettorale, rendendo nullo il voto. Oggi andiamo a votare, ben vestite e ben truccate, ma ciò non ci rende esenti da discriminazioni: circa 500.000 donne sono vittime di molestie sessuali ogni anno, il 52% delle donne lavoratrici subiscono mobbing sul posto di lavoro, il 5,5% è invece la percentuale che indica quanto le donne guadagnano in media in meno dei loro colleghi maschi a parità di incarichi e 36 ore settimanali sono quelle che ogni donna dedica alle mansioni domestiche contro le 14 degli uomini. La speranza è che questo anniversario sia un occasione per ricordare a tutte le donne che intraprendono oggi la carriera politica (ma non solo) quali siano gli esempi da seguire e a cui ispirarsi per le battaglie future. Perché le lotte per l’emancipazione non si sono esaurite 70 anni fa, le discriminazioni oggi hanno nomi e caratteristiche differenti, ma continuano a definirci come nazione, tanto quanto i titoli dei giornali del 1945 ci parlano oggi di un’Italia impreparata a dare voce alle proprie donne, forse con un po’ superficialità nel giudicarle.