Una ribellione solo pensata

Recensione

Una sera come le altre, destinata a concludersi per Franco come sempre davanti alla televisione, quando la quiete di casa Fossati viene rotta dallo squillo del telefono. Dall’altro capo la Polizia e un mistero da risolvere. È con un omicidio inspiegabile con il quale si apre il romanzo Una ribellione solo pensata di Vincenzo Pirola. Un omicidio che diventa, fin dalle prime pagine, il filo conduttore del racconto, accompagnando silenziosamente il lettore in un percorso di conoscenza di ognuno dei protagonisti, attraverso interessanti descrizioni e continui flashback.

Tornando indietro negli anni conosciamo meglio nonno Franco, scopriamo le radici delle sue debolezze e la forza delle sue motivazioni; quella forza che negli anni gli permetterà di vincere le sue battaglie personali e accettare, sul finire, la sofferenza, come parte integrante della vita e riconoscere, in un ultima accorata lettera, le proprie mancanze.

Conosciamo, pagina dopo pagina: Matteo, giovane uomo preda degli eventi simbolo di quella generazione di mezzo, che un po’ perde la rotta e un po’ prova a lottare; Arianna che è la nonna preferita, ma ancora prima è una mamma, una donna sorriso, una donna coraggio; Laura, che vorrebbe essere una “donna coraggio” ma che non ce la fa e scrive due diari segreti per dare da leggere ad ognuno quello che vuole e fino alla fine ti chiedi quale delle due versioni farebbe leggere a te. Sopra di tutti lo sguardo vigile di Zita, l’antagonista per eccellenza. Zita è l’emblema dell’egoismo, della madre incapace di anteporre il benessere della figlia al proprio ego e di fare quello che ogni genitore dovrebbe con i propri figli: lasciarli liberi di scegliere, di sbagliare, di essere felici. Una donna che con le sue trame riesce a influenzare ogni singola relazione della storia, conducendo lentamente al logoramento dei rapporti tra le persone a sé vicine. Federico, l’ultimo fondamentale tassello di questo racconto, è il piccolo di casa e lo vediamo muoversi tra l’amore contrastato dei genitori e l’affetto soffocato dei nonni, mentre si affaccia alla vita in una società pronta a dare opportunità, ma incapace di dare risposte. È di lui, delle sue esigenze e del suo futuro, che nonno Franco si preoccupa sin dall’inizio della storia e ci fa sentire quasi in dovere di fare altrettanto, di pensare a cosa lasciamo alle generazioni future, di interrogarci sui valori e sugli esempi che siamo in grado di fornire.

Un romanzo che va oltre il giallo e, attraverso la storia di tre generazioni di una famiglia, ci regala uno spaccato degli ultimi giorni del conflitto mondiale, della Liberazione e del dopoguerra italiano, mettendo sempre in luce la famiglia, intesa come massimo valore a cui tendere e non come costrizione da cui evadere. Una storia di sentimenti complessa e controversa, ma anche profonda e capace di stimolare riflessioni, che invitano il lettore a mettersi in discussione e a scegliere quale delle personalità in gioco è quella più affine al proprio carattere.

Il mistero, i sentimenti umani, il lessico moderno, lo stile semplice e scorrevole sono gli ingredienti vincenti di questo romanzo che, coniugando la giusta dose di leggerezza e di spessore, regala al lettore un piacevole momento di evasione pur sollecitando, tra le righe, la riflessione di chi legge. Il finale annunciato risolve il giallo, ma la sensazione che resta al lettore è che non sia più importante, arrivati a quel punto, trovare le risposte giuste, quanto piuttosto non porsi le domande sbagliate. Nella storia tanto quanto nella vita.

 

Tecla Palumbo