La cattiveria che è dentro di noi

I social, specialmente Facebook, una piazza democratica anche infingarda, volgare ed esibizionista

C’è negli umori della nostra vita di tutti i giorni una vena di ostilità o di insofferenza verso gli altri molto marcata. Ma, a pensarci bene, forse ostilità non è l’aggettivo adatto, forse cattiveria è il termine più appropriato. Quel qualcosa di inconfessato in ognuno di noi, che come alcune patologie emergono incautamente, ci sorprendono e ci spaventano.

Mentre l’ostilità è un contrapporsi, un respingere a priori ogni tipo di rapporto, un astio a viso aperto, la cattiveria esprime il gusto cercato di offendere e far del male, spesso nascosta da un paravento, da uno pseudonimo, sino a nascondere un sentimento ancora più perverso che è l’odio. Ecco quindi che la cattiveria ci appare come l’impulso più riprovevole e ricorrente nel rapporto tra simili e non è raro che la vittima di tanto accanimento soccomba o si auto-annulli, sino al suicidio. Quello che con molta approssimazione abbiamo descritto non è certo un fenomeno solo dei nostri tempi, c’è sempre stato. I potenti mezzi di comunicazione, che oggi abbiamo a disposizione, tra i quali anche i social network (rete sociale virtuale on line), rendono la condivisione dei fatti, anche i più banali, tra gruppi di persone (a volte migliaia), ancora più forte e quasi forzata.

E non è certo una scoperta la cattiveria, madre del bullismo e della violenza, che sui soggetti ritenuti più deboli (donne, bimbi e anziani) si riversa sempre più spesso senza contegno e ritegno. Perché la cattiveria è vile, priva di coraggio e agisce alle spalle e sotto mentite spoglie.

Come in tutte le cose, i vizi o le crudeltà fanno il massimo del male quando sono accoppiate alla stupidità. «Neanche gli dei possono nulla contro la stupidità umana» scriveva Friedrich Schiller nell’opera teatrale La pulzella d’Orlèans (la famosa Giovanna d’Arco), dei primi dell’800 e oggi, a giudizio di tanti psicologi e psichiatri, nulla è cambiato: la stupidità è e rimane la più inguaribile piaga dello spirito, che appartiene, e meno male, solo alla razza umana, la quale possiede però la ragione e il senso del limite e in breve l’intelligenza.

Riconoscerla quindi è vitale, perché la si può con un po’ di attenzione evitare, anche se è impossibile difendersi per sempre da questa iattura. Quindi questo postulato (quello di Schiller) è più che mai applicabile ancora oggi per rappresentare e catalogare personaggi che, sfoderando principi di purezza, di onestà e mentendo (spesso non sapendo di mentire perché disinformati, ignoranti e quindi stupidi) insinuano, infamano, offendono, tanto sono presi dalla furia della propria intima cattiveria.

Tutto questo c’è sempre stato si diceva, ma oggi specialmente tramite social network tipo Facebook (dove è possibile l’anonimato o l’uso dei falsi nomi) è diventato imprudente dar retta a tutti o accettare ‘amicizie’ in modo leggero. Ma gli aspetti più perversi di tali social network, e dai quali non ci si può difendere, sono le “amicizie” del tuo “amico” che tu manco conosci e liberamente sparlano di te. Insomma una catena di informazioni incontrollabili. Allora l’unica arma che si può usare è non curarsi di loro, gli stupidi vanno isolati, ignorati quando non diventano pericolosi, e lasciarli soli con la loro cattiveria ad abbaiare alla luna.

 

Gianni Russo