Migranti

Intervista immaginaria con l’inimmaginabile

In questi ultimi tempi le notizie più frequenti, che riempiono quotidianamente i nostri telegiornali, rimandano a immagini tristissime di popoli interi in cammino verso un altrove sconosciuto e lontano dai propri territori annientati. Si tratta di persone che abitano paesi poveri, orbitanti intorno a paesi ricchi con un benessere medio-alto, consolidato nel tempo da uno sviluppo economico, politico e culturale più o meno avanzato, cacciate fuori dalle proprie case dall’azione distruttiva di guerre, che puntualmente e periodicamente si innescano nei loro paesi, e trasformate, loro malgrado, in apolidi, cittadini del mondo, senza più casa eppure in cerca disperata di una casa. Migranti dunque.

Fatima è una donna immaginaria come lo è anche l’intervista di cui qui di seguito riportata, ma abbastanza credibile se pensiamo a tutte le persone che in questo momento potrebbero essere intrappolate in luoghi assediati dalla guerra, come ad esempio Aleppo, e che sfidano ogni giorno il destino provando tutti i giorni ad inventare la loro sopravvivenza e quella dei loro figli. Alla richiesta di raccontare la sua storia, potremmo immaginarla così, simile nei minimi dettagli a quella di tante altre donne.

«Mio marito è morto, lo hanno ucciso mesi fa. Sono rimasta io e i miei due figli, di 9 e 11 anni, in quella che una volta era la nostra casa; adesso è per buona parte solo macerie. I bambini hanno fame, anche paura, sono sporchi, non sembrano neanche più bambini. Il loro visetto è sporco, il sorriso e il loro ridere spensierato di una volta, cancellati. Quotidianamente condividiamo il gioco della ricerca di cibo, del nasconderci e del rifugiarci da un buco all’altro, cercando di non rimanere sepolti da un crollo improvviso o da qualche proiettile vagante. Ci rifugiamo come topi in nascondigli sotterranei e quando sentiamo le scariche delle bombe che scendono dal cielo io li stringo fortissimo a me per rallentare i battiti impazziti dei loro cuoricini e, in caso ci arrivi in testa una di quelle, per essere sicura che tutti e due muoiano con me. La mia città, dove un tempo scorreva tranquilla la vita normale di tutti i giorni della mia famiglia e di tutta la gente che l’abitava, non esiste più e non riesco neanche più a vederla nei ricordi. Mi è rimasta solo la vita e quella dei miei figli nelle sue funzioni essenziali. Neanche i miei figli rassomigliano più ai bambini che erano, lo sono ancora ma adesso sono brutti, puzzano e non suscitano più alcuna tenerezza, anzi rassomigliano più a dei piccoli animaletti selvatici che a degli esseri umani. La mia speranza, oltre che sopravvivere a questo inferno, è riuscire a trovare un via d’uscita per noi tre e scappare via, in un altro posto lontano da questo deserto di morte e macerie e ricostruire da qualche altra parte la nostra casa».

L’inimmaginabile invece è non sapere cosa si prova effettivamente quando la morsa della fame stringe lo stomaco, o quando non si posseggono le medicine per curare la febbre alta o combattere le infezioni, o quando non c’è acqua da bere e tanto meno per l’igiene personale, o fino a che punto può reggere il cuore la tensione dell’ansia, del terrore, quando il rumore delle bombe che cadono è vicino così come la percezione della propria morte, forse imminente. Tutto ciò, se non sperimentato, è inimmaginabile e per questo svilente per la portata del problema. Attraversando tutto ciò, e non da ultimo il mare, queste persone, in fuga da chissà cosa e se approdano vivi, sbarcano su una terra ferma che per loro è finalmente il porto sicuro, la loro nuova casa. Tanti sono arrivati e accolti anche a Milano, che con spiccato senso civico si sforza non solo di accoglierli, ma di dargli una sistemazione giocoforza provvisoria e temporanea, con la speranza di contribuire a trovare una prospettiva di vita. La questione quindi non è se li vogliamo o non li vogliamo; così come essere più o meno accoglienti o inclusivi non è la condizione risolutiva del problema.

La domanda semmai è se l’uomo riuscirà a salvare se stesso, come persona e non come razza o popolo inferiore-superiore, maturando in tempi brevi un pensiero costruttivo che lo preservi dall’autodistruzione, trovando di volta in volta strade possibili e alternative alla sua forza distruttrice innata. E a proposito di forza distruttrice è interessante vedere (su internet) le foto della bellissima Aleppo prima della guerra e quelle attuali di ciò che rimane di essa.

Alida Parisi

«Dove stiamo dunque andando?

Sempre verso casa»

 

(Novalis, Enrico Ofterdingen)