Una scelta difficile da prendere con la propria testa

Referendum Costituzionale 4 dicembre 2016: L’aspra polemica politica di questi giorni non aiuta la riflessione

Il referendum di dicembre rappresenta un’importante occasione che riconosce noi cittadini protagonisti di un possibile cambiamento di valenza storica.

Bisognerebbe prendere la Costituzione Italiana in una mano e il testo della riforma costituzionale nell’altra e analizzare passo passo i cambiamenti proposti dal Governo Renzi. Purtroppo non sempre è possibile fare ciò ed è per questo che ho deciso di condurre un’analisi di questo tipo e di renderla qui pubblica secondo un’esposizione che spero risulti di facile comprensione.

Naturalmente questa mia sintesi non ha alcuna pretesa di essere esaustiva, né tantomeno autorevole: sono un giovane che non aderisce ad alcun partito o movimento, ma che ama capire e ragionare.

Iniziamo col dire che la riforma che il Governo Renzi intende attuare riguarda la modifica di circa un terzo degli articoli della Costituzione vigente, risultato un grande sforzo parlamentare tra Camera e Senato. Proviamo quindi a vedere quindi quali sono le variazioni principali.

In più di un punto è espressa la volontà di promuovere una maggiore parità di genere nel mondo istituzionale e quella di ridurre il numero dei politici e la complessità delle procedure legislative, con la conseguente agevolazione del peso burocratico ed economico sul Paese.

Nel particolare l’intenzione sarebbe quella di abolire il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, composto dai rappresentanti delle categorie produttive che svolge funzione consultiva del governo e delle Camere e che può contribuire all’iniziativa legislativa) e ridurre il numero dei senatori da 315 a 95 (74 consiglieri regionali e 21 sindaci), a cui se potrebbero sommare altri 5 che il Presidente della Repubblica ha la facoltà di eleggere a sua discrezione. Questi 5 non sarebbero più senatori a vita (carica che sarebbe così ottenibile solo dagli ex-presidenti, salvo rinuncia), ma comuni senatori. Il numero dei deputati della Camera rimarrebbe fisso a 630.

Inoltre per quanto riguarda il potere legislativo, questo sarebbe circoscritto alla competenza della sola Camera dei Deputati (fatta eccezione per le leggi che riguardano modifiche alla Costituzione), mentre il Senato godrebbe, diversamente da ora, del solo diritto di rinviare ad esame l’eventuale disegno di legge promosso dalla Camera dei Deputati, compito che attualmente spetta al solo Presidente della Repubblica.

Altro punto cruciale riguarda le indennità ai parlamentari, le quali verrebbero assegnate ai soli deputati e non più anche ai senatori, come nella situazione attuale.

Emerge quindi la volontà di separare i due organi costituenti il Parlamento (la Camera ed il Senato) con grandi rinnovamenti a favore della Camera dei Deputati (organo eletto a suffragio universale); tuttavia per compensare queste concessioni alla prima delle due Camere, verrebbero presi provvedimenti limitanti. Ad esempio la Camera dei Deputati resterebbe l’unica a poter essere sciolta per volere del Presidente della Repubblica, mentre l’altra, il nuovo Senato, rimarrebbe escluso da questo vincolo. Inoltre l’elezione dei senatori non sarebbe più a suffragio universale, bensì su nomina delle assemblee regionali e i suoi poteri acquisirebbero una maggiore specificità per quanto riguarda le Regioni.

Altri due rinnovamenti degni di menzione sono l’aumento delle firme necessarie per la proposta di un disegno di legge a promozione popolare da cinquantamila a centocinquantamila firme, e l’abolizione della Provincia in ogni forma e menzione dall’attuale testo costituzionale.

Marco Iacoianni

 

Per i lettori che intendono approfondire riportiamo i link ai siti internet rispettivamente della Costituzione e della Riforma:

www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

 

www.governo.it/approfondimento/la-riforma-costituzionale/4153

Il dilemma del Sì! e del No!

Referendum costituzionale: un tormento

Dopo il tormentone dell’Italicum siamo ora al dilemma del Referendum: votare “Sì!” oppure “No!” Le due leggi, la prima a livello legislativo, la seconda a quello costituzionale, avrebbero dovuto essere due discussioni in ambiti diversi, ma la polemica e la feroce lotta politica, tra e dentro i partiti, le ha rese inseparabili.

Le mettiamo insieme anche noi, in modo sintetico per comodità dei nostri lettori e perché il rumoroso dibattito politico le mischia e quindi averne percezione aiuta a capire e farsi un’opinione.

La nuova legge elettorale. La Legge 52 del 6 maggio 2015, approvata dal Parlamento e battezzata Italicum da Matteo Renzi nel 2014 in seguito al Patto del Nazareno negoziato con FI di Silvio Berlusconi quando era solo segretario del PD, e che nel 2015 viene messa in campo quando diventa presidente del Consiglio dei Ministri, dal 1° luglio 2016 scorso sostituisce di fatto la precedente legge elettorale, battezzata Porcellum dal noto giornalista e scrittore Giovanni Sartori latinizzando una battuta di Roberto Calderoli (Lega Nord), che definì la legge da egli stesso ideata: una porcata e considerata dalla Corte Costituzionale illegittima (dicembre 2013) e con la quale, a liste interamente bloccate, sono stati eletti tutti i deputati che ci ritroviamo oggi in Parlamento.

L’Italicum invece prevede, tra l’altro, solo il capolista bloccato per ogni lista (100 collegi), mentre il resto viene eletto con le preferenze con sistema proporzionale a doppio turno a correzione maggioritaria (premio che scatta se una lista, formata anche da più partiti, vince e va oltre il 40%, altrimenti si va al doppio turno. La soglia di sbarramento per entrare in Parlamento è fissata al 3%. Queste ultime due percentuali sono il vulnus dentro e fuori i partiti. Infatti, pure se il 3% permette anche a piccoli partiti di sperare di entrare in Parlamento, per poter sperare di andare al governo si devono, prima delle elezioni, stemperare in una lista in grado di raggiungere il 40%, naturalmente egemonizzata dal partito più grande. Insomma non ci sarebbe possibilità di contrattare nel dopo elezioni posizioni di potere e partiti anche di media grandezza, per esempio la Lega Nord, da sola non andrebbe da nessuna parte. Alla legge elettorale si rimprovera, anche, in modo generico, il difetto di mettere un solo partito e quindi “un solo uomo al comando”. Concetto respinto dal PD di Renzi (ma non tutto), evidenziando che la legge vuole solo assicurare governabilità. Ma ci sono già ripensamenti e promesse di modifiche, ma solo dopo il Referendum costituzionale, fissato finalmente per il 4 dicembre prossimo.

La Riforma Costituzionale. Qui in ballo c’è la Costituzione, anche se la Riforma riguarda la seconda parte, quella che dal 1948 ad oggi è stata ritoccata per ben 38 volte, tra revisioni e modifiche di statuti regionali. Quindi lo “scandalo” dell’intoccabilità della seconda parte non esiste, non è in pericolo la democrazia neanche con questa Riforma Costituzionale cosiddetta Renzi-Boschi, approvata definitivamente con lungo iter dal Parlamento, in doppia lettura (Camera e Senato), il 12 aprile 2016. La prima parte della nostra Costituzione, quella dei principi fondamentali, dei valori, dei diritti e dei doveri, non è in alcun modo in discussione, perché ritenuta, legittimamente, intoccabile. E, tale deve restare.

Rimandiamo a questo punto i nostri lettori alla lettura dell’articolo del nostro Marco Iacoianni, che ci offre una quadro obiettivo della Riforma, senza indulgere in accenti o considerazioni di parte.

Il punto più visibile e controverso della Riforma, e che tocca la politica nel vivo, è l’abolizione del Senato e la sua trasformazione in Camera delle Regioni con membri che rappresentano i territori e non la Nazione, passano dagli attuali 315 a 100 tondi tondi, che non percepiranno indennità ma godranno però dell’immunità parlamentare. La Lombardia avrà nel nuovo Senato 14 seggi. Come si vede è già un miracolo che la maggioranza dei 315 eletti al Senato si sia rassegnata a votare la cancellazione di 215 posti in Parlamento (e conseguenti stipendi), e il sospetto è che molte delle spinte a far prevalere il “No!” al Referendum sia influenzato anche da questo fatto. Ma la propulsione più forte al “No!” viene dalla volontà di cacciare Renzi, di mandarlo a casa: ha disturbato troppo l’ordine costituito e ha troppo irritato con esuberanza, protagonismo e turbinio di novità. A dirlo c’è un coro eterogeneo trasversale a tutti i partiti di opposizione, dalla destra alla sinistra-sinistra (ed è capibile), compreso una parte del PD, che è entrato in una fibrillazione da movimento tellurico che rischia di lasciare solo macerie, non solo nel partito. Però molti volenterosi del “No!”, compresi Berlusconi e D’Alema (non abbiamo capito se alleati), dichiarano che dopo la sconfitta di Renzi si farà una vera riforma, quella giusta, con un Parlamento legittimato dal voto. Via la legge elettorale, via la Riforma Costituzionale -già approvate entrambe dal Parlamento- via anni di legislatura buttate al vento. Quindi nuove elezioni che Berlusconi e D’Alema, e quel che resterà del PD, pensano di vincere. L’immarcescibile Silvo ha pronosticato che nel caso in cui vincesse il “No!”, Forza Italia sarebbe pronta a dar vita ad un «Governo di unità nazionale per una emergenza (ancora?) insieme al Partito Democratico, con cui si darà vita ad una nuova elegge elettorale». Quindi via Renzi (con il quale ha già fatto l’Italicum) via il rompiscatole e come dice qualche spiritoso “avanti verso il passato”. Il leader maximo D’Alema invece, in un exploit di “bonaria saccenteria”, spiega un paradosso: i giovani sono per conservare la Costituzione, gli anziani per innovarla. Come mai? Perché (riassumiamo) non sono in grado di capirla, sono anziani! Non sarà invece che i giovani è più facile motivarli ideologicamente e gli anziani, che hanno fatto welfare a tanti “giovani”, con la loro saggezza pensano al futuro soprattutto dei propri nipoti? Ma poi alla fine i conti con Grillo chi li fa? Un esercito improbabile con a capo Berlusconi, D’Alema, Bersani, Gotor, Salvini, Meloni, pattuglie della destra-destra e polveri di partitini? E con gli Italiani?

A parole però, con argomentazioni contraddittorie, tutti vogliono cambiare questa nostra Repubblica (nessuno vuol passare per passatista): chi con interminabili convegni, chi con ricostruzioni di coalizioni senza leader, chi togliendo qualche “punto cardinale” pensa di allargarsi e andare da solo, chi mandando “a quel paese” tutti, chi sognando il ritorno a vecchie ideologie. È probabile che alle urne vinca il “No!” e che tutto rimanga come prima: gli attori che si propongono sono tutte vecchie conoscenze. Allora i tempi si dilateranno, tutto andrà alle calende greche e per avere una cosa perfetta non avremo nulla, nemmeno una riforma da perfezionare, che è meglio che zero. Intanto andiamo a votare il 4 dicembre, entrando un po’ nel merito, e leggiamo il quesito e decidiamo. E segniamo “Sì!” oppure “No!” prendendoci le responsabilità che spettano al popolo sovrano.

 

Giovanni Russo