Intervista a Aldo Di Gennaro

Dopo il successo della mostra "Un uomo una matita" tenuta a Villa Litta dal 25 febbraio al 11 marzo scorso, che ha visto tra l’altro un buon afflusso di pubblico che ha potuto apprezzare la sua arte e la sua matita, pubblichiamo l’intervista rilasciata ad ABC dall’artista, per scoprire qualcosa del Di Gennaro uomo.

Aldo, dicono di te che la tua più grande qualità, benché consapevole delle tue capacità artistica, sia la modestia (cfr. P. Rui, ABC di febbraio 2017). È veramente così?

Io sono uno che «non se la tira». Il significato della mia modestia è che io conosco bene tutto il mondo dell’illustrazione: americano, cinese, giapponese e nei loro confronti mi sono dato una regolata. Sì, io sono bravino, ma sono consapevole che sarei il più bravo del pianerottolo, rispetto a quelli che per me sono i grandi illustratori del passato e del presente. La mia è una modestia autentica, mirata, conscio di sapere qual è il mio posto. Poi qualcuno a volte mi ha dato del genio per qualche idea carina che ho avuto, ma anche qui so benissimo che quando si parla di genialità, i geni sono altri: sono Michelangelo, Leonardo Da Vinci. Quindi più che modestia è sapermi collocare nel mio giusto posto. Poi se uno conosce il mondo dell’illustrazione, certo mi considera bravino, ma in giro c’è ben altro.

E come sei fiorito, per così dire, come disegnatore? 

Intanto non sapevo fare altro. Quando ero bambino, all’asilo la maestra dava dei fogli con dei disegni già stampati, che noi dovevamo colorare: io lo facevo più o meno come tutti gli altri bambini. Un giorno però la maestra, per aver colorato un tetto di una casa, mi aveva detto «bravo Aldo, hai colorato bene» e così, avendo scoperto lo stratagemma per farsi fare i complimenti e per farsi dire “bravo”, ho cominciato a fare disegni. Poi se uno fa una cosa tutta la vita, alla fine la impara e la fa bene.

Alcuni emergono grazie ad una dote innata e forse questa ti ha facilitato il percorso di artista lungo tutta la tua vita?

Questo non lo so. Sono quei casi in cui i professori dicono «è bravo ma non si applica». Allora io mi sono applicato e, soprattutto, non avevo un altro mestiere. Quando ho cominciato a cercare lavoro volevo fare il tipografo ma, pur essendoci il posto, non mi hanno preso, perché non avevo il titolo di studio. Purtroppo a 10 anni mi sono ammalato ai polmoni e per un certo periodo sono stato ricoverato in sanatorio. A 14 anni, una volta guarito, non sono ritornato a scuola, ma ho cominciato a cercar lavoro e la quinta elementare a volte non bastava.

La tua passione però era già disegnare, immagino.

No. In verità a me piaceva suonare e volevo fare il musicista. A quel tempo suonavo la fisarmonica in un complesso di 100 bambini e andavamo a suonare anche alle feste popolari. Mi sono ammalato proprio in quel periodo, perché andavo a lezione di fisarmonica anche con la febbre a 39. Una volta abbiamo vinto contro il complesso dei Martinitt… poverini, loro che erano già così poveri!

Ho avuto il mio primo impiego come disegnatore intorno ai 18 anni, quando un vicino di casa mi aveva detto che un tale cercava dei disegnatori per fumetti. Iniziai a disegnare fumetti per l’Inghilterra. Era lo Studio DAMI (1956), che metteva insieme storie a fumetti ambientati sulle vicende della Seconda Guerra Mondiale anche per agenzie straniere. Tutti i più grandi fumettisti sono passati da lì. Poi negli anni ho rincontrato Ferruccio De Bortoli, che era stato mio compagno di classe -come anche Maurizio Pollini, diventato grande pianista- e con De Bortoli ho lavorato per il Corriere dei Piccoli e poi per il Corriere dei Ragazzi. Quindi alla fine sono diventato disegnatore perché non sono diventato musicista e perché, una volta grande, non mi avevano assunto come tipografo.

 

Alida Parisi