Il linguaggio dell’intrattenimento televisivo

Solo semplicemente trash o forma di cultura pop?

Sabato 4 marzo presso la Biblioteca Dergano-Bovisa si è tenuta la conferenza organizzata dall’associazione culturale La Camera Chiara dal titolo Il linguaggio dell’intrattenimento televisivo: solo semplicemente trash o forma di cultura pop?. Relatore dell’incontro è stato Alex Fiacco, autore televisivo e docente dell’Università Cattolica di Milano, che ha accompagnato i presenti attraverso un’analisi dettagliata dei format televisivi italiani e non, analizzando i punti di forza di una televisione che sempre critichiamo ma, spesso e volentieri, non abbiamo neanche gli strumenti per comprendere totalmente.

In un’epoca in cui la multicanalità riveste un ruolo fondamentale in diversi ambiti della quotidianità, dall’informazione all’intrattenimento, dall’esperienza d’acquisto alla socialità stessa, la televisione resta il punto zero, lo strumento principale e il più immediato di comunicazione di massa. Nonostante le diverse caratteristiche della “massa” in ogni angolo del mondo, il professor Fiacco ha evidenziato come esista in realtà una sorta di globalizzazione anche nel settore televisivo, in quanto la creazione e la divulgazione dei format dei programmi tv presenta dei punti comuni, indipendentemente dal paese di provenienza, pur rivolgendosi a pubblici totalmente diversi per contesto socio-culturale.

Uno degli elementi determinanti nella globalizzazione dei format tv è l’alto coinvolgimento emotivo del concorrente che si riflette sullo spettatore. Questo aspetto si basa su un semplicissimo meccanismo psicologico per il quale vedere una persona provare una certa emozione genera un’empatia che porta a provare la medesima emozione. Un meccanismo di questo tipo è alla base, ad esempio, di programmi tv come Chi vuol essere milionario (format inglese).

L’utilizzare la «fame di emozioni» al fine di catturare l’attenzione dello spettatore è una strategia vincente, che ha portato molti esperti a proporre programmi televisivi che spesso, pur non essendo riproposti uguali in altri paesi del mondo, diventano un modello dal quale partire per inventare format più affini al proprio pubblico di riferimento. Per citare alcuni esempi portati in conferenza dal professor Fiacco, ha avuto molto successo tra il pubblico israeliano il programma Capturing the moment, in cui viene data la possibilità ad alcune persone anziane di ricostruire lo scenario di una foto del passato. I partecipanti hanno quindi la possibilità di ricreare momenti e ricongiungersi con persone importanti della loro esistenza. È invece tedesco il format molto simile al nostro di C’è posta per te, in cui i protagonisti ai due angoli della sala si guardano senza parlare per alcuni minuti e decidono al termine di questo scambio di sguardi se sono disposti a incontrarsi. Il forte interrogativo della trasmissione è se sia sufficiente il contatto visivo nella risoluzione dei conflitti.

La ricerca del coinvolgimento e dell’empatia con lo spettatore non è una scoperta recente. In Italia il primo tentativo fu di Mike Bongiorno, che approdò nella televisione italiana con Arrivi e partenze, il primo programma televisivo della neonata Rai. Il concept è il medesimo dei format finora citati: creare coinvolgimento ed empatia nello spettatore attraverso i racconti degli sconosciuti intervistati da Mike in aeroporti e porti italiani. Tra aerei in partenza e navi in arrivo ogni persona raccontava qualcosa di sé, annullando la distanza con lo spettatore e condividendo con lui le emozioni della giornata.

La conferenza si è conclusa sottolineando i due grandi obiettivi che la televisione è oggi in grado di soddisfare: assolvere al bisogno di intrattenimento con un’offerta abbastanza ampia da rispondere alle esigenze delle diverse tipologie di pubblico; generare occupazione, quello televisivo è infatti il secondo comparto, dopo quello metalmeccanico, a creare più posti di lavoro. Sono state molte le polemiche che hanno animato questo interessante incontro, soprattutto perché è difficile comprendere come una televisione troppo spesso trash, e incapace di generare contenuti di spessore, possa in qualche modo assolvere ad una qualche esigenza sociale. Soprattutto perché se la tv oggi è veramente lo specchio della società in cui viviamo, il successo di certi programmi amplifica il vuoto culturale dentro il quale ci stiamo abituando a muoverci. Tuttavia è vero anche che leggerezza non è sempre sinonimo di superficialità e che nella maggior parte dei casi ciò che rende certi programmi “discutibili” è l’occhio di chi li guarda: il contenuto non è nel programma in sé, quanto nel messaggio che lo spettatore decide di trarne. Sarà trash e diseducativo ciò che si guarda senza occhio critico, che si assorbe senza mettere in discussione ogni informazione, che genera emulazione e non curiosità. Nell’era dell’informazione e dell’accessibilità culturale, l’ignoranza, di qualsiasi genere, è una scelta e, di conseguenza, una responsabilità che non può essere delegata.

 

Tecla Palumbo