Le migrazioni storiche del secondo millennio

Si preparano, forse sono già venuti, tempi in cui sarà richiesto agli uomini di essere altri da come noi siamo stati. Come? [Mario Luzi, poeta]

Ecco come un grande poeta contemporaneo, Mario Luzi, scomparso da qualche anno, sintetizza in modo alto, come solo la poesia può fare, il dilemma che ci avvince, specialmente in questi ultimi decenni nei quali sembrano essersi riaccesi vecchi stereotipi, vecchi fantasmi, come gli scontri di civiltà, lotte religiose (o pseudo tali), vecchie paure e vecchi rancori, che credevamo sopiti se non sepolti. Quel «Come?», quasi un grido o un’invocazione piena di angoscia ma anche di speranza, è lasciato a noi cittadini del mondo trovarlo e interpretarlo in modo attuale, moderno, dopo un’epoca, specialmente per noi europei, di oltre 70 anni di pace e di benessere, controverso quanto volete, ma sicuramente con enormi passi in avanti a guardare l’indigenza -sociale, sanitaria e morale- nella quale l’Europa si trovava dopo ben due guerre mondiali. Argomentare che si stava meglio quando si stava peggio è semplicemente sciocco e non vero. 

Spetterà a chi governa e a chi governerà i nostri Paesi, eredi di antiche civiltà, trovare il modo giusto, democratico e umano, di incontri tra popoli con culture diverse, ma prima ancora di incontri e dialoghi con le singole persone, bambini, donne, uomini richiedenti asilo o che sfuggono da povertà e crudeltà.

Basta allora fermarsi qualche minuto e, da esseri pensanti, sottoporci a qualche riflessione, incominciando da un aspetto che racchiude i tre aggettivi nel periodo appena sopra scritti in corsivo.

Giusto: secondo giustizia nel rispetto delle leggi (dei diritti e delle pene certe) e le costituzioni dei paesi ospitanti. Democratico: nel rispetto da parte di chiunque (nativi ed immigrati), delle Istituzioni e delle regole che assicurano libertà e sicurezza, scaturite della volontà popolare tramite libere elezioni. Umano: nei riguardi della persona e della sua dignità, dei diritti fondamentali, della cura per i più deboli; la civiltà compassionevole con il dovere di raccogliere i naufraghi della vita e del mare. Per tutto questo è necessario considerare e fare proprio per prepararsi, come ci sollecita il poeta Luzi, ai «tempi in cui sarà richiesto agli uomini di essere altri da come noi siamo stati».

Ecco, questo è il punto vero su cui riflettere, anche se ora tutte queste parole ci possono sembrare solo chiacchiere da salotto o cervellotiche ipotesi, rispetto a tutto quanto accade e accadrà in fatto di migrazioni e contaminazioni con individui di altri popoli e culture, con le quali saremo costretti a fare i conti.

Poi c’è da considerare l’imminente e immanente quotidianità dei fatti di cronaca, dell’arrivo di tanta disperazione da fuori, che si scontra con la disperazione dei cittadini residenti, falcidiati dalla crisi economica e finanziaria, dalla mancanza di lavoro, delle basilari risorse esistenziali. Ci sentiamo invasi, insicuri, minacciati da persone che sfuggono alle guerre, alle persecuzioni, alla fame o alla ricerca di un avvenire più sicuro per sé e i propri figli. Poi, come in tutte le epoche, ci sono uomini che sulla pelle di altri uomini, sempre in modo ignobile, cercano a loro volta di arricchirsi sulla pelle dei fuggitivi e dei migranti. Ci sono poi i delinquenti, assassini che sembrano belve, e c’è la malavita organizzata italiana e straniera, che accumula ricchezze in modo esponenziale in mare con i barconi e i 35 euro per ogni rifugiato. Una cosa bruttissima, che meriterebbe un altro 20 maggio, quando sono scesi per le strade di Milano decina di migliaia di cittadini, con il sindaco Sala con la fascia tricolore e il presidente del Senato, Grasso, per manifestare in favore dei migranti. Non basta! Bisogna riscendere per le vie delle città per sfilare e manifestare contro il cancro della corruzione, della politica malata, della delinquenza congenita e anche delle apparenti “brave persone”.   

Insomma l’insicurezza, tra quella percepita (tanta) e quella reale (molto meno), è dentro di noi, alla quale però dobbiamo reagire con nella mente i versi del poeta Luzi. L’essere altri da come noi siamo stati è un fatto di crescita civile e culturale oltre che sociale, che non vuol dire cedere o rinunciare a quello che oggi siamo, ma ritrovarsi con un diverso modo di essere e pensare, a come ci poniamo verso lo straniero, quello che viene da “fuori” che presto entrerà nel nostro soggiorno sotto forma di compagno di scuola di nostro figlio, poi di amico o di fidanzatina che avrà gli occhi a mandorla o un colore della pelle diverso dal “viso pallido” che assumiamo noi in città.

È avvenuto così con il “meridionale in salotto” degli anni ‘60-‘80 del secolo scorso (ai padri del quale preferibilmente, con tanto di cartelli, non si affittavano locali), a quando i Milanesi “ambrosiani” guardavano con diffidenza, e a volta con ostilità, l’amicizia dei propri figli e figlie con napoletani, pugliesi, siciliani e così via, sino al fatidico momento in cui con la complicità di un congiunto si annunciavano in famiglia imminenti nozze “miste”, spesso per amore. Un affare di cuore, al quale per definizione non si comanda. Appunto, diventati altri da come loro erano stati.

 

Giovanni Russo