Ius soli all’italiana

Non rendiamo inutile il gran lavoro che fa la scuola e tanta parte del volontariato per una società più giusta

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera che ci manda in Redazione un professore (forse potrebbe essere il caso di usare la P maiuscola), di un Istituto superiore della nostra Città Metropolitana.

Il dibattito in corso sullo Ius soli, cioè la legge sul diritto di cittadinanza ai ragazzi stranieri nati in Italia, è davvero penoso! E lo è soprattutto per due motivi: uno, perché tutti danno fiato a motivazioni ideologiche; due, perché non si tiene conto della reale posta in gioco!

Quando parliamo di stranieri nati in Italia a me vengono in mente gli studenti che ho avuto quest’anno presso la mia scuola (un Istituto Tecnico superiore di un’importante città dell’hinterland milanese, ndr). Ecco il quadro: in 5ª un cinese e un rumeno, cioè due stranieri su diciassette; nella 2ª con tre rumeni, un cinese, tre latino americani, una filippina, due egiziani, in totale dieci studenti su ventisette; la 4ª con un cinese, un egiziano, due marocchine, due rumene, un filippino, in tutto sette su venti studenti. E questo solo in un corso, il mio.

La prima pseudo ragione che ho sentito dire sullo Ius soli è che sarebbe un pastrocchio (M5S), o che è intempestiva rispetto ad altre questioni più urgenti (Ncd), quindi non sarebbe urgente l’integrazione? E cosa dobbiamo aspettare, che per delusione qualche radicalizzato faccia saltare in aria i nostri studenti? È chiaro che si deve tener conto della complessità del problema e stabilire condizioni che permettano ai giovani figli degli stranieri di sentirsi sempre più italiani: la scuola lo fa già! Ma è urgente che anche lo Stato approvi una buona legge che consolidi il senso di appartenenza della generazione degli stranieri nati in Italia. In questo modo si risponde ai tanti problemi di una società, che va globalizzandosi secondo un cambiamento d’epoca, che tradotto con le parole del cardinale Scola «assume il profilo di una società plurale, dell’intercultura e del meticciato».

È necessario ragionare a partire dalla realtà senza ricatti elettorali, ma anche senza paure. La prima forma di “integrazione” dei giovani stranieri nati in Italia, per noi del mondo della scuola, è la stessa che adottiamo con i nostri ragazzi italiani, quella di essere accolti e rispettati nella propria alterità! Nulla i genitori possono desiderare di più per i propri figli che ad essi capiti di incontrare insegnanti che insegnino (insegnare è lasciare un segno di quanto si è trasmesso) e soprattutto che li introducano ad una scuola, non solo come luogo di apprendimento, ma anche come esperienza umana e di comunità.

Allora, se non si dà la cittadinanza (ma ora, qui!) sarebbe come far cadere nel vuoto tutta la lotta e la fatica quotidiana delle scuole. Sarebbe un’incompiuta!

C’è nel nostro Paese un lavoro umile e sconosciuto (ad una certa classe politica) e informe, se vogliamo, e che viene prima di ogni “provvedimento” o misura legislativa, ed è il lavoro che si svolge nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni di volontariato e in tanti altri ambiti! Bisogna dare respiro a questo lavoro e sostenerlo. Ogni politica di integrazione è destinata a fallire, scade nella radicalizzazione, se non si intercetta il bisogno umano della persona che è l’appartenere a qualcosa, e l’appartenervi in modo affettivo e reale.

Allo stesso modo di come ogni giorno cerchiamo di intercettare lo “spazio di appartenenza dell’io”, che è nei nostri stessi ragazzi italiani, così cerchiamo di fare con tutti i nostri studenti stranieri. Cerchiamo si portarli alla stima di sé come persone accettate, voluti e amati e scelti da “qualcuno”. Questa è la cittadinanza!

Già tra i ragazzi italiani è all’opera una grande “distrazione” di massa, che si traduce in estraneità, ricerca del branco e nei più fragili, solitudine e paura. Facciamola e presto una legge, senza illusioni, perché l’integrazione la fa ogni giorno ognuno di noi! Questo Paese è molto meglio di quanto lo vuol far credere certa miopia politica.

 

Pippo Emmolo