La bretella di Masters

La politica da arte finissima, a rifugio di improvvisatori e dilettanti

«E io dico a te, Spoon River,

e a te, o repubblica,

guardatevi dall’uomo che sale al potere

e un tempo aveva una sola bretella».

(Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters)

 

I versi sopra riportati sono del noto poeta americano Edgar Lee Masters, oggi considerato tra i maggiori poeti del Novecento in USA, ma che come tutte le persone scomode per il potere e poco appetibili dal mercato -la poesia notoriamente non dà molto da mangiare- vengono rivalutate solo dopo la loro morte, che per Masters, sfortunato avvocato, avvenne a Chicago nel 1950, in stato di quasi povertà.

Le sue poesie sono un pugno nello stomaco ancora oggi, non per lo stile, che è limpido e forte, ma per gli argomenti trattati in brevi componimenti poetici, di rara incisività nelle coscienze di ogni lettore. In Italia (tradotto e pubblicato, pensate, nel 1943) l’eco più popolare alla poesia di Masters l’ha data Fabrizio De André, con la struggente ballata Dormono sulla collina tratta dall’album Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971).

Tutta questa perifrasi, cari lettori, per introdurre un argomento e una riflessione che il frastuono cacofonico della bagarre politica e mediatica copre e non ci permette di fare.

La “bretella di Masters”, che figurativamente sta a significare la povertà (tanto povero da reggersi i pantaloni con una sola bretella), nella sostanza poetica, narrativa e di cronaca, come è nel nostro caso, non è un riferimento classista, quindi di ceto, ma vuole essere il simbolo di una povertà culturale (formativa educativa), di scarsissima capacità politica e di gestione della cosa pubblica che tanti eletti esprimono quando conquistano il potere nelle Istituzioni.

Questo non vale solo per i politici, ma anche per la classe della pubblica amministrazione, che ha subìto specialmente in questi ultimi tempi una mutazione genetica: da civil servant (funzionario servitore dello Stato) a elemento di potere, in diretta concorrenza con la classe politica, anche se a volte ne è addirittura sua espressione clientelare.

Il più miserrimo dei vizi, che dovrebbe togliere ogni attenuante nella comminazione delle pene, è l’incapacità che, unita alla presunzione, stupidità e alla malafede, nella gestione della cosa pubblica è devastante e che rappresenta appieno la bretella mancante per tenere su decorosamente le brache dell’autorevolezza politica e amministrativa, e che il nostro Poeta ci indica come pericolo numero 1, perché non fa solo danno finanziario alla Repubblica, ma genera cancro morale e di rimbalzo origina la malaria sociale della quale anche noi cittadini spesso nel nostro piccolo siamo attori, e come si dice: un bicchiere d’acqua è fatto di tante gocce.

Queste persone incapaci vanno allontanate dalla stanza dei bottoni e dalle Istituzioni. Incapaci e ignoranti con casi eclatanti di analfabetismo di ritorno, che colpiscono anche laureati e grand commis dello Stato, quando sono manutengoli di un uomo politico, o di lobby finanziarie, industriali o della malavita.

Per dare valore persino ‘scientifico’ a quanto sopra sostenuto (negli assunti scientifici è rigorosamente necessaria, come in un laboratorio, la ripetizione del fenomeno) basta prendere in considerazione la provetta Roma, Comune e Parlamento.

È cronaca. Il Comune di Roma non trova pace, anche durante le ferie, sembra un hotel (le stelle mettetele voi): gente che va, gente che viene. Sono cambiati, in poco più di un anno di mandato, la bellezza di 14 tra assessori e civil servant (ops!), uno al mese dice il Corriere della Sera del 26 agosto a pag. 6, sostituiti da soggetti indicati dalla “casa madre” che ha sede a Milano (e che non è neanche un partito) o presi in prestito da amministratori di altre città. Amministrare Roma non è facile, anzi è difficilissimo, però se si vuole governare bisogna avere gente, progetti e capacità.

È anche vero che il brodo di coltura, delle difficoltà di governo nella provetta Roma, bolliva già con la giunta precedente (espressione di partiti) e con un sindaco abbandonato alfine dal suo stesso partito e dai tanti suoi supposti amici. A rendere ancora più mefitico l’intruglio in provetta concorrevano e concorrono elementi ancora più antichi, con i virus di Mafia Capitale o criminale, o corrotta o come si preferisce. Una cosa però certamente non si può negare: che la Mafia non esista. Non tutti i fenomeni di malaffare sono mafiosi, ma la Mafia (nei suoi tanti nomi) esiste e lavora sotto sotto (finché può) a Roma, come a Milano, a Napoli a Palermo e ovunque c’è da fare business, semi pulito o sporco che sia.

È cronaca e storia. Il Parlamento nazionale (con le dovute eccezioni, meno male), pieno zeppo di deputati e senatori improvvisati, malgrado loro, messi in liste bloccate, con il Porcellum, da partiti anche meno liquidi di quelli che sono diventati oggi, nel 2013 arrivati miracolati a Roma: il più grande partito, con una ‘non vittoria’ si vede assegnare 340 deputati grazie al premio di maggioranza, ma con un grande capo riconosciuto che dopo 45 giorni passa la mano al suo vice, poi sostituito da altri due premier, per arrivare alle politiche del 2018, mentre il resto degli eletti in Parlamento, partiti verosimili e allegre brigate, per grazia ricevuta, come caduti in una rete a strascico arrivano a stipendi e prebende da sogno, mettendo in scena nelle somme Istituzioni anche oscenità e dabbenaggine, con progetti per il Paese scritti su carta da formaggio, mentre noi popolo topolino sniffavamo l’odore del… grana.

Ma dalla nostra provetta che in laboratorio studia la “bretella di Masters” possiamo togliere Roma e metterci tantissime altre città, ambiti istituzionali e amministrativi sparsi in tutta Italia, dal Nord al Sud, ed osservare in modo scientifico la ripetizione degli stessi fenomeni, che non si discostano in nulla, nel merito e nel metodo criminale, clientelare, corruttivo e mafioso, da Roma e così tante altre città italiane e persino europee. Al Nord come al Sud d’Italia ci sono fortunatamente tante qualità morali e sociali con la capacità di essere al servizio della Nazione.

Come avete potuto notare non ci sono nomi e cognomi nella tiritera sopra scritta, non per timore reverenziale (non ci sono interessi politici precisi da difendere; gusto sì, interessi no), ma per il piacere di lasciare volentieri ad ogni lettore di risolvere il semplice rebus: mettete il nome giusto al posto giusto.

 

Naturalmente ho fatto un quadro dell’orrore (ma guardate che la realtà è peggio della fantasia) per esaltare la pericolosità di persone elette a caso che prima, culturalmente, eticamente, politicamente e socialmente, portavano una sola bretella, quella del poeta Masters (leggete le sue poesie, ognuna è una storia), con la speranza che questa triste e lunga esperienza (anni di crisi) ci porti a riconoscere le persone giuste alle quali affidare le sorti del Paese. Non possiamo più permetterci di prendere le cose a ridere e scherzare. Le persone simpatiche, che fanno e danno solo spettacolo ma che non sono capaci di governare, devono restare rispettosamente a casa.                 

Giovanni Russo

 

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