La presunzione della cultura europea

Molte delle nostre idee dipendono in realtà dal nostro patrimonio di conoscenze

«Il matrimonio tra donne dei Nuer non era un’unione omosessuale, quando una donna era sterile, essa finiva per separarsi dal marito e tornare a vivere con i suoi fratelli. Comportandosi come se fosse uno di loro, assumeva un ruolo “maschile”, tanto che i fratelli le cercavano una giovane moglie con cui (per il tramite di un fecondatore maschio) poteva generare dei figli che la chiamavano “padre”. Gli stessi Nuer praticavano quello che venne definito il matrimonio con il fantasma: se un uomo moriva prima di generare figli, la moglie poteva unirsi sessualmente con qualcuno dei suoi fratelli, dando alla luce figli che erano considerati come progenie del defunto (un po’ come nel levirato biblico, in effetti).

In molte società di nativi americani delle grandi pianure esistevano persone che, non identificandosi né con il genere maschile né con quello femminile, andavano a occupare una sorta di “terzo genere”. Questi individui, detti oggi two-spirit (due anime), occupavano ruoli rituali importanti e potevano anche sposarsi con altri uomini: in queste unioni, i due coniugi si dividevano i ruoli sociali di marito e moglie, indipendentemente dal sesso biologico.

Tra i Nayar del Kerala in India e tra i Na dello Yunnan (Cina), le famiglie erano costituite da fratelli e sorelle che vivevano insieme. I compagni delle sorelle erano uomini con cui esse avevano rapporti sessuali (essendo l’incesto severamente vietato e punito), ma che non potevano essere considerati in alcun modo né mariti né padri, almeno nel senso sociale del termine. I bambini crescevano infatti nel gruppo dei siblings (fratelli e sorelle) che costituiva l’unità domestica.

Famiglie come quelle dei Nuer, dei nativi americani, dei Nayar e dei Na -per non dire della grande diffusione delle unioni poliginiche- ci possono apparire strane e stravaganti: tuttavia, a che titolo la famiglia coniugale dovrebbe essere considerata più naturale?».

Bastano queste poche righe del libro La bussola dell’antropologo di Adriano Favole per farci rendere conto di quanto molte delle nostre più profonde convinzioni, le quali ci appaiono come solide colonne erette sulla struttura del reale, non sono altro che un banale prodotto culturale, dei castelli di carta dalle fondamenta fangose.

Proprio in questi tempi in cui ci stupiamo tanto e discutiamo a non finire di unioni omosessuali e famiglia, queste parole non possono che folgorare le nostre lingue ignoranti e insegnarci chi noi stessi siamo.

Siamo abituati a pensare che la famiglia sia costituita per natura da un padre maschio, una madre femmina e dai figli di tale coppia, tuttavia se mettiamo il naso appena fuori dai confini culturali nei quali siamo orgogliosamente cresciuti, ci accorgiamo subito, a meno che non vogliamo mentire a noi stessi, che questa nostra convinzione e configurazione è solo una delle tante possibili e concomitanti. Il fatto che la nostra cultura sia momentaneamente prevalente non ci giustifica affatto a ritenere che i suoi dettami siano naturali o un’evoluzione necessaria e universale. L’antropologia ha ormai ucciso e sepolto il mito dell’evoluzionismo nel suo ambito. Si tratta infatti di un approccio che funziona benissimo sul piano della biologia, ma che è un vero e proprio abbaglio se applicato allo studio delle culture. Daremmo infatti prova di incredibile ignoranza e ottusità se affermassimo che gli aborigeni viventi in zone per noi sperdute nel mondo sono dei primitivi. Gli indigeni sono nostri contemporanei e il fatto che adottino una tecnologia meno sviluppata della nostra non rende la loro cultura subordinata alla nostra. Infatti questa nostra stessa tendenza a valutare gli altri popoli sotto l’occhio meccanico della tecnologia è da noi sviluppata proprio perché la nostra cultura ci insegna a farlo. Noi giudichiamo un pigmeo africano inferiore perché avulso dalla tecnologia, lui giudica noi inferiori perché incapaci di muoverci e sopravvivere in una foresta.

Torniamo ora al grosso tema della famiglia. Quanti di noi si sono lanciati in crociate contro le unioni omosessuali perché contro natura? Quanto sdegno e stupore abbiamo manifestato di fronte alle unioni omosessuali. Eppure un qualsiasi “arretrato” nativo americano, ad esempio, ci avrebbe detto che abbiamo scoperto l’acqua calda. E cosa direbbero tutti i magniloquenti psicologi (improvvisati o di professione) che hanno giudicato pericoloso per un bambino essere cresciuto da una coppia omosessuale delle famiglie dei Na o dei Nayar? Dobbiamo presumere secondo le loro conclusioni che si tratti di popoli di deviati mentali, di soggetti traumatizzati? Siamo davvero così ciechi da non renderci conto che lo sguardo scandalizzato che noi gettiamo su di loro è da loro ricambiato?

È forse il momento di smettere di vivere nella scatola della nostra cultura cristiana o in generale occidentale e adottare una mentalità più rigorosa, che basi le proprie opinioni su osservazioni scientifiche e non dogmatiche.

di Marco Iacoianni

 

Note a margine

Il levirato è un’antica usanza, frequente tra i popoli dell’antichità e ancora presente presso molte tribù dell’Oceania, secondo la quale un uomo ha l’obbligo, o semplicemente il diritto, di sposare la vedova del proprio fratello.

I Nuer, detti anche Naath, sono un insieme di tribù stanziate nel Sud Sudan e nella zona occidentale dell’Etiopia e formano uno dei più grandi gruppi etnici dell’Africa orientale.

 

Two-Spirit, tradotto approssimativamente con «popolo dei due spiriti», è il nome con cui venivano identificati i membri della comunità LGBT all’interno delle riserve indiane statunitensi.