L’Italia fuori dai Mondiali

Dramma nazionale, sociale ed economico

Lunedì 13 novembre: una data che tutta l’Italia ricorderà a lungo. Ma per cosa? Per una rivoluzione? Per una scoperta scientifica sensazionale? O forse per un cambiamento politico sconvolgente? Niente di tutto questo, infatti il 13 novembre resterà negli annali come la data della mancata qualificazione della Nazionale di calcio italiana ai mondiali di Russia 2018. Un avvenimento che assume tratti tragici per una parte consistente della popolazione del nostro Paese.

Al di là dell’ironia presente nell’incipit di questo articolo, vorrei precisare fin da subito come non si dovrebbe assolutamente sottovalutare la portata sociale e culturale del calcio in Italia. L’intenzione è quella di distanziarsi fin da subito da quella categoria di persone che ritiene il calcio solo un gioco e di conseguenza un tema privo di sufficienti argomenti per poter risultare davvero un problema. Perciò affermiamolo fin da subito: in Italia il calcio non è solo un gioco. I risvolti economici, culturali, sociali ed anche sociologici di questo sport sono ormai diventati dei fattori rilevanti nella nostra società. Basti pensare alle stime di cui si è parlato negli ultimi giorni che fanno ammontare le perdite economiche per la mancata qualificazione mondiale a, come molti ben sapranno, 100 milioni di euro. Una cifra decisamente considerevole. Data la rilevanza socio culturale riconosciuta a questo sport, possiamo obiettivamente affermare come esso rappresenti, in piccolo, un ritratto perfetto della nostra società. Senza scendere nei particolari tecnici della prestazione della Nazionale, che riserviamo ai giornali sportivi, il grande problema dell’Italia del calcio è la difficoltà per la maggior parte dei giovani giocatori italiani di trovare posto in un ambiente professionistico sempre più esigente e legato ai risultati immediati, piuttosto che alla fondazione di un progetto a lungo termine. Per questo motivo i maggiori club si affannano costantemente a cercare giocatori già maturi, provenienti da contesti spesso completamente estranei all’Italia, per poter esprimere il miglior gioco fin dall’inizio. In poche parole si vuole “tutto e subito”.

E come anticipato, a rimetterne sono i giovani, che solo in rari casi trovano uno spazio, per altro spesso esiguo, all’interno di questa realtà. A veder bene c’è una sostanziale mancanza di investimenti nei giocatori made in Italy. Vi suona familiare? Già, perché in fondo è lo stesso problema che, a livello di prodotti, ha per lungo tempo afflitto e ancora in parte affligge molti settori dell’industria italiana. Ed è anche grazie al rilancio del made in Italy a livello internazionale che oggi l’economia mostra i primi segni di miglioramento. Non è forse il caso che il mondo del calcio e in generale quello dello sport ne prendano esempio?

D’altra parte dietro al fallimento della Nazionale non vi è solo una questione di organizzazione, ma anche, e forse in misura maggiore, un grosso problema di mentalità. Quella mentalità che si annida sugli spalti di ogni stadio, che normalizza l’insulto da parte del tifoso, che consente il razzismo (i fischi all’inno svedese sono stati uno spettacolo ignobile), che elimina dal campo quella componente indubbiamente necessaria in qualunque sport che si possa definire tale, ossia il divertimento. Senza dubbio gli spalti e il campo sono due facce della stessa medaglia e se sui primi gli atti incivili sono all’ordine del giorno, sul secondo avvengono innumerevoli gesti di violenza e di slealtà innecessaria.

D’altronde si raccoglie ciò che si semina. Eppure sarebbe ingenuo attribuire al solo movimento calcistico tali atteggiamenti da parte di tifosi e giocatori. Lo sport è lo specchio della società e di conseguenza riflette tutte le caratteristiche di essa, anche le più negative, sul campo di gioco. Chi è razzista dentro uno stadio lo è prima di tutto fuori per motivi che spesso esulano completamente dallo sport. Sport che viene a torto considerato come un luogo lecito per manifestare il lato peggiore dell’animo umano. È per queste ragioni che alla base della rinascita del calcio, e in generale dello sport, in Italia vi dovrà essere prima di tutto una vera e propria rivoluzione sociologica e comportamentale. Se, come detto in partenza, il calcio rappresenta un elemento di così grande importanza nel nostro Paese, è tempo che tutti, giocatori e tifosi, acquisiscano consapevolezza del fatto che in fondo quei 110 metri per 75 di erba con annessi gli spalti non siano poi così diversi dal mondo là fuori.

Se normalmente è buona norma tenere un comportamento civile nei luoghi pubblici perché non dovrebbe esserlo anche sugli spalti? E qual è la differenza fra un insulto ad un arbitro ed un insulto al proprio capo sul luogo di lavoro? Ai lettori l’ardua sentenza. Vi è poi un ultimo aspetto su cui riflettere; da quando lo sport è diventato pura ricerca del successo? I bambini vengono cresciuti fin da piccoli con la promessa di diventare campioni e chi non riesce a farcela, ossia la quasi totalità di loro, vive tutto ciò come un fallimento personale. È veramente giusto che sia così?

Eppure quando dei genitori spingono il proprio figlio a praticare uno sport le intenzioni dichiarate sono quelle di permettere a quest’ultimo di svagarsi e di divertirsi, non di diventare maestri assoluti in tale disciplina. E con questo non è mia intenzione affermare che le due cose siano incompatibili. È indubbio che molte grandi figure dello sport riescano a trovare un incredibile godimento nella loro attività, ma questo non può valere per tutti e in effetti vale solo per pochi. Tutti gli altri, comuni mortali, sono destinati a soffrire per sempre questo distacco evidente fra divertimento e aspettative. In fondo chi, fra coloro che erano in campo nella fatale partita di qualificazione con la Svezia, può affermare di essersi divertito sotto il peso soverchiante delle aspettative di una nazione intera?

 

Niccolò Mangone