La rivincita del cartaceo sul telematico

Referendum, ironia della sorte!                                          Nel Veneto con carta, matita e olio di gomito: fatto! In Lombardia con tablet, chiavette e digital assistance: non bastano 24 ore!

È finita come doveva finire! Il Referendum per l’Autonomia in Lombardia del 22 ottobre scorso ha avuto un consenso bulgaro, con i al 95,29%, i No al 3,95%, con lo 0.77% di schede bianche.

L’affluenza (quelli che sono andati a votare) è stata del 38,34%. Il quadretto non è granché, ma ha accontentato il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni (LN), che per dirla con una battuta da bar (agorà preferito da tanti suoi fan) se l’è cantata e se l’è suonata, avendo fissato motu proprio (deciso lui) l’asticella al 34% e un referendum senza quorum, cioè: quel ghe l’é l’é o chi c’è c’é.

Significativi i risultati di Milano città: l’affluenza si è fermata al 26,61%, i al 92,56%, i No al 6,50%, bianche 0,94%, i più sorprendenti di tutta la Lombardia, con le percentuali più basse di partecipazione e consenso e con il numero più alto di No!

Ma la cosa singolare, oltre al quorum (che generalmente è il 51%, vedi il Veneto) personalizzato al 34,05% -percentuale raggiunta dal Referendum sul Titolo V (propugnato da D’Alema) della Costituzione, nel 2001- è stato il voto elettronico via web (e-voting), con l’introduzione per la prima volta in Italia del tablet (voting machine, dei semi-computer) in cabina elettorale. Ne ha comprati 24.000 (con i soldi dei Lombardi che però, menomale, dopo il voto andranno alle scuole, vedremo!) e arruolato 7.000 persone, in qualità di Referendum Digital Assistant, a supporto dei quattro membri per ogni seggio già previsti per legge, per un totale di 32mila persone, insomma 39 mila occupati in più per un giorno, anzi due (roba che Renzi se li sogna), il tutto con l’intento di dare in tempo reale i risultati del referendum. Insomma tutto in linea con la moderna Lombardia hi-tech, la regione “più avanti” d’Italia.

E quando il diavolo ci mette la coda… (no, no, il Milan non c’entra nulla), è successo che alcuni di questi aggeggi, i tablet, con i quali i Lombardi hanno votato, non hanno funzionato fin a far dannare i presidenti di seggio per avere la procedura di voto e di spoglio secondo la legge.

Si racconta e si vedevano ovunque scene di scrutatori che dormivano spossati (?!?) sui banchi o giocavano a pallone (a cosa se no?) negli atri dei seggi (andate su internet a vederne ancora in questi giorni le immagini) in attesa di sapere come risolvere il busillis del trasferimento dei dati, una roba da grande-fratello in sedicesima. Insomma il sistema di voto in Lombardia si è incartato e, mentre dal Veneto che andava a carta, matita e olio di gomito, arrivavano exit poll e proiezioni di voto, dalla Lombardia che andava ‘felicemente’ on-line, con mezzi della più moderna tecnologia, arrivavano solo vaghe notizie e nessun dato attendibile; anzi, mentre il vittorioso Zaia (59,7% di votanti), presidente-governatore del Veneto, poteva nelle primissime ore della notte tra domenica e lunedì avere e dare risultati certi, Maroni (secondo noi, incazzato come una bestia e a buon ragione) faceva fatica ad apparire in sala stampa, rimandando tutto al tardo pomeriggio di lunedì.

Insomma un flop mediatico-metafisico alla Crozza (state pensando alla stessa scena che sto pensando io?).

E pensare che, alla vigilia referendaria Maroni festeggiava l’esordio del voto elettronico con queste parole: «Invierò una relazione al Ministro dell’Interno per suggerire di utilizzarlo anche per le prossime elezioni politiche e anche alle Regionali in Lombardia».

Brrr (sottile brivido): speriamo di no! Che già il sistema elettorale per le politiche ha i suoi problemi e quello regionale le sue complicazioni. Ci sentiamo più sicuri con una matita e un pezzo di carta (scheda) in mano, certi di averci messo su una croce e scritto noi un nome, dimostrando che almeno in questo noi cittadini-elettori ancora ce la facciamo a muovere il polso e a pensare mentre votiamo.

In sostanza per la bella cifra di 42milioni di euro, noi Lombardi ci siamo permessi il lusso di un referendum consultivo che manda a Roma il nostro presidente-governatore a parlare con il Governo su un contenzioso per le 20 competenze trasferibili o parzialmente già trasferite alle Regioni (e qui parliamo di soldi), più le 3 di competenza esclusiva dello Stato, il tutto come previsto dalla Costituzione agli art. 116 e117. Certo il referendum scuote le acque e in quest’epoca semipopulista può rendere Roma più sensibile al grido dei Lombardi. Anche se il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, aveva già da tempo avviato trattative con il Governo pervenendo ad un semiaccordo, senza alcuna spesa referendaria, per bon ton Palazzo Ghigi ha voluto attendere Maroni, ricevendo nei giorni scorsi i due presidenti per metterli sullo stesso piano nelle trattative.

Una cosa però dobbiamo riconoscere: che i Referendum della Lombardia e del Veneto si sono svolti democraticamente e nell’ambito della Costituzione, e di questo, comunque la si pensi, c’è solo da esserne contenti, e perché no, fieri, al di là del risultato, visto quello che succede altrove in Europa.

 

Giovanni Russo