La storia non la scrive chi vince, la scrive chi è vivo!

Oltre la storiografia corrente la vera essenza del caro estinto

Garibaldi, Giulio Cesare, Serse, Churchill, Napoleone e quanti altri protagonisti della storia dell’uomo possiamo chiamare all’appello? Decine e decine, centinaia. Eppure siamo sicuri di conoscere veramente coloro di cui parliamo e di cui crediamo di avere un’idea ben definita?

A molti sarà spiacevolmente capitato di trovarsi a rievocare in qualcuno il ricordo di una persona scomparsa, per esempio quanti nonni avranno raccontato ai loro nipoti di conoscenti che non sono più tra noi? Ebbene, il nonno che racconta al nipotino quanto fosse simpatico il suo compagno di banco non è poi tanto diverso dallo storico che ci racconta chi era Garibaldi, anzi per lo storico è persino più difficile quando si tratta di persone ormai sepolte in ere del passato sempre più lontane. In entrambi i casi, comunque, abbiamo la rievocazione di un soggetto che non esiste più. A questo punto si insinua un problema non indifferente: chi è veramente Garibaldi, o il compagno di banco del nonno? In effetti ciò che ci rimane non è altro che un soggetto storico, non il reale soggetto vivente. Un racconto, per quanto dettagliato, non potrà mai sostituire un’esperienza conoscitiva diretta. Ciò che ci rimane di un individuo che non è più tra noi allora trova unica espressione nei suoi scritti e nei suoi lasciti in generale, ma questa sua eredità è anch’essa morta se non siamo noi ad infonderle la nostra vita, ossia a mantenere viva la memoria del defunto. Si tratta di un concetto molto affine alla concezione di immortalità degli antichi Greci: il solo modo per sconfiggere la morte è permeare il ricordo dei posteri.

Detto ciò siamo quindi coscienti del fatto che quando parliamo di Garibaldi, o chi per esso, non stiamo parlando del soggetto vivente, che ormai è perduto per sempre, piuttosto abbiamo a che fare con un soggetto storico che, in quanto tale, si basa sui lasciti concreti, ma che tuttavia è esposto alle più grandi possibilità di interpretazione. Si tratta di un problema di cui siamo tutti fin troppo consci.

Una triste prova ne è il recupero di personaggi storici, il revisionismo, ossia la graduale banalizzazione e conversione della morale disdicevole di personalità come Mussolini. Purtroppo con il passare del tempo e il cambio generazionale il ricordo di un soggetto storico diventa sempre più artificiale, ramificato e rarefatto. Al giorno d’oggi pochi sono coloro che hanno vissuto in prima persona gli orrori del fascismo e per essi rimarrà sempre impossibile esternare totalmente le proprie esperienze. È per questo che molti nostri contemporanei, disorientati dall’evidente fallimento di un progetto democratico tanto agognato dai nostri avi, cercando un caposaldo a cui fare riferimento per ribellarsi, si rivolgono al passato e riesumano un personaggio, Mussolini, che gli stessi fautori di quel progetto democratico che li ha delusi hanno relegato al ruolo di nemico. Così facendo però neofascisti e simili non si rendono conto che il Mussolini che loro adorano non è il Mussolini soggetto vivente (che non esiste più), ma non è neanche quel Mussolini soggetto storico che la storia partigiana ha disprezzato. Si tratta di prendere un oggetto della storia antipatico alla deludente generazione precedente, caricarlo di nuovi significati attuali ed ergerlo a simbolo della propria ideologia riformatrice. Il grosso problema di tale operazione consiste nel fatto che è una reazione non coscientemente controllata, una scheggia impazzita, carica di risentimento, che si muove per cieca ignoranza e che se finisse per dominare creerebbe danni peggiori di quelli che si propone di riparare.

È proprio così: la storia non la scrive chi vince, la storia la scrive chi è vivo, ed è per questo che è importante rendersi conto del fatto che a noi rimangono solo ‘soggetti storici’, che in quanto tali saranno sempre visti in luce contemporanea, saranno quindi sempre relativi. È perciò bene imparare dalla storia più che profanare le sue tombe, alla rinfusa ricerca di stendardi.

 

Marco Iacoianni