L’economia italiana alle porte delle elezioni

Fondamentale la fiducia dei cittadini con il voto per una governabilità fondata sulla stabilità

Siamo ormai immersi in piena campagna elettorale, sempre ricca di aneddoti, promesse e dichiarazioni sensazionali, votate più alla ricerca del consenso che alla proposizione civile e morale di un programma elettorale, che sia impegno e responsabilità di Governo.

Niente di nuovo sul fronte delle pigre e stanche democrazie occidentali, in preda ad una crisi esistenziale senza precedenti, in cui il confine fra ideologie e partiti è sempre più sfumato. Prova ne è l’impasse sempre più frequente alla creazione di un nuovo Governo (si veda la Germania), l’emergere di partiti che non hanno un’identità ideologica storica (si veda il fenomeno Macron in Francia) ovvero la vittoria di maggioranze risicate (si veda ancora la storica decisione della Brexit).

E così il singolo voto di ciascuno di noi diviene decisivo ed è necessario che si fondi su un’analisi attenta della realtà.

Le prospettive per l’economia italiana nel biennio 2017-2018 sono buone: nel 2017 si prevede un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’1,5% e nel 2018 dell’1,4%, in deciso aumento rispetto al dato del 2016 (+0,9%). Il contributo determinante alla crescita è dato dall’aumento della domanda interna, e in particolare dall’aumento della spesa delle famiglie. Questa, a sua volta, beneficia dell’andamento positivo del mercato del lavoro, con l’occupazione in crescita dell’1,2% nel 2017 e prevista dell’1,1% nel 2018. Altro contributo determinante al miglioramento del quadro economico è dato dalla netta ripresa degli investimenti fissi lordi delle imprese, in crescita del 3% nel 2017 e del 3,3% nel 2018 (previsione).

Le possibili minacce all’orizzonte dell’economia italiana sono rappresentate dal rallentamento della ripresa economica europea e mondiale (con le esportazioni da sempre traino del nostro PIL), nonché la possibile erosione del potere di acquisto delle famiglie dovuta all’inflazione prevista in aumento e al paventato rischio di incremento dei tassi di interesse. Restano però decisamente buone le condizioni di accesso al credito di privati ed imprese, che in un’ottica virtuosa possono essere volano di investimenti e di maggiore produttività.

In sintesi, la fiducia dei consumatori e delle imprese si mantiene su livelli alti, come testimoniamo i consumi e gli investimenti in netta ripresa, mentre il contributo determinante alla crescita sembra ascrivibile alla ripresa dell’occupazione e alla buona performance del settore manifatturiero, cardine del nostro tessuto socioeconomico e decisivo nel mantenimento della capacità di esportazione e competitività dei prodotti nazionali.

Tutto questo però è da valutare in relazione alle debolezze strutturali della nostra economia. La crescita del PIL continua a essere inferiore alla media europea e soprattutto a quella dei grandi paesi in Europa. L’attrattività del nostro Paese per i giovani qualificati, investimento e speranza per il nostro futuro, è ai minimi storici, tale da configurare una vera e propria fuga di cervelli. Gli investimenti in opere strategiche languono, bloccate da ricorsi giudiziali, scarsità di risorse pubbliche e disinteresse per la cosa pubblica, mentre il debito pubblico continua ad attestarsi su livelli troppo alti, superiore al 130% del PIL. E così il Paese si scopre troppo impegnato a tamponare le falle del presente per creare le condizioni per un futuro migliore.

Ancora ci interroghiamo sui benefici dell’appartenenza all’Unione Europea, processo di fatto irreversibile, mentre Francia e Germania, convinte europeiste, decidono del futuro dell’Europa, e quindi anche nostro, senza di noi. Ad ottobre 2019 Draghi, che con la sua politica monetaria espansionistica ha aiutato in modo decisivo la nostra economia, lascerà la presidenza della Banca Centrale Europea. Cosa succederà dopo?

 

Pierangelo Martinelli