La storia come strumento di riflessione politica

Due modelli a confronto: Impero Romano e Repubblica Italiana

È risaputo che la Costituzione italiana gode di lodi e ammirazioni in tutto il mondo. Noi cittadini italiani abbiamo l’abitudine diffusa di pensare alla nostra carta costituzionale come motivo di orgoglio. Siamo stati testimoni di tale ardore proprio durante l’ormai dimenticato referendum costituzionale, quando da ogni dove si è udito inneggiare, con un patriottismo che sembrava d’altri tempi, alla sacralità della Costituzione. Ma su cosa si basa questa fama? Siamo davvero sicuri della sua qualità?

Ora, nessuno vuole mettere in dubbio la qualità dei concetti morali espressi dagli articoli costituzionali; ciò che qui si vuole “prendere di mira” è un altro aspetto: la rigidità delle istituzioni generate dal nostro assetto costituzionale.

Passiamo un attimo ad esaminare un modello istituzionale che ci appare molto distante, ma che scopriremo essere invece estremamente moderno: quello dell’Impero Romano.

A prescindere dalla conoscenza individuale circa l’età romana è risaputo che i Romani crearono la più immensa e stabile forma statale dell’antichità. La loro arma segreta? La duttilità delle istituzioni. Non una superiorità tecnologica, non una superiorità culturale, nemmeno dei missili a testate nucleari, ma semplicemente un’abile direzione politica, in grado di generare delle forme di governo calcolate sempre su misura. Vediamo due grandi esempi di questa abilità.

Siamo nel 241 a.C., Roma è in preda all’euforia per l’incredibile vittoria sui Cartaginesi in quella che verrà ricordata come la Prima Guerra Punica; ha acquisito nuovi territori, è pronta per lanciarsi verso nuove conquiste, ma prima deve occuparsi di un compito fondamentale: dare stabilità e governo alle nuove acquisizioni. Fino a quel momento i Romani avevano banalmente annesso i territori di nuova conquista al loro dominio: si trattava infatti delle terre circostanti Roma e il Lazio, ma adesso si trovano nelle mani un’intera isola, la Sicilia, non proprio così vicina all’Urbe. La prima strategia dei Romani è moltiplicare i magistrati (ossia le figure politiche). Infatti, con l’aumentare negli anni successivi dei territori conquistati non bastavano più i due consoli (massima carica politica romana) e i due pretori (massima carica giudiziaria) per badare a Roma e a quelle che si configurano come province. Viene allora aumentato il numero dei pretori, i quali si recano a gestire le zone di nuova conquista per conto di Roma. Tuttavia, ciò è sufficiente solo in un primo momento, quando si tratta di amministrare la Sicilia, ma quando le conquiste aumentano e con la loro quantità aumenta anche la distanza, tutto ciò si traduce in instabilità. Nelle province viene allora creato un sistema di gestione con istituzioni e figure del tutto nuove: ora i consoli e i pretori possono rimanere a Roma, mentre le conquiste più lontane sono affidate a dei governatori che rappresentano la Capitale nella zona e che alla Capitale fanno capo.

Il secondo esempio abbraccia un arco temporale più ampio, che può essere approssimativamente ridotto al I secolo a.C., periodo in cui ha luogo la grande trasformazione, che condurrà Roma ad abbandonare il sistema repubblicano per adottare la gestione imperiale. Si tratta di un passaggio inevitabile per Roma che, diventata una potenza immensa, si trova di fronte ad una grande verità: un impero così vasto non può essere stabile se gestito da una repubblica, è necessaria un’unica figura che coordini con maggiore velocità e decisione, un imperatore.

Roma riesce a compiere questa evoluzione, come sempre, senza cambiamenti improvvisi: le sue istituzioni permangono, ma il potere viene canalizzato in modo differente e nasce il primo imperatore Ottavio (che prende poi il nome di Ottaviano Augusto), ossia il figlio adottivo del celebre Giulio Cesare. Augusto non fece mai riferimento alla sua figura col nome di imperatore. Nelle Res Gestae (la sua autobiografia possiamo dire) afferma di essere pari agli altri cittadini, ma superiore solo in quella che potremmo chiamare “autorità”, come se il suo potere non fosse qualcosa di formale, ma di mistico, carismatico: non è altro che la comparsa della nuova figura imperiale.

Bastino questi due esempi a mostrare come un popolo, senza neanche una carta costituzionale, né una men che minima forma di burocrazia, abbia saputo creare l’Impero più grande di tutti i tempi, proprio grazie alla sua capacità di adattarsi politicamente alle sempre nuove condizioni.

Troppo influenzati dall’illuminismo noi siamo invece portati a pensare che ci sia una forma di governo sempre migliore delle altre, ma i Romani con i loro secoli di storia ci insegnano che non è così: ogni situazione richiede una forma di governo specifica e quindi mutevole.

A questo punto, di fronte all’immenso esempio romano, con quanta convinzione potremmo ancora ostentare fieramente la nostra Costituzione?

Del resto è evidente che la nostra realtà istituzionale è diametralmente opposta a quella romana ed è anche evidente che la nostra realtà è percepita come fonte di disagio dopo neanche duecento anni di vita, mentre quella romana, decisamente più longeva, è simbolo di gloria e prosperità.

Possiamo essere ancora tanto convinti della rigidità imposta alle nostre istituzioni dalla nostra Costituzione?

 

Marco Iacoianni