Riflessioni su giovani, bande e difficoltà di crescere

I fatti di cronaca che coinvolgono giovani e giovanissimi, autori di fatti anche criminali, creano sempre negli adulti un grande sconcerto

I fatti di cronaca che coinvolgono giovani e giovanissimi, autori di fatti anche criminali, creano sempre negli adulti un grande sconcerto, perché quando si pensa a questa età la si immagina sempre come un periodo di incoscienza e quindi di innocenza, a prescindere dalla gravità delle azioni, dalle circostanze e dalla stessa età. Ogni volta una sorta di senso di colpa generalizzato attanaglia le coscienze adulte e, ogni volta, si scandagliano le infinite ipotesi sui probabili responsabili e responsabilità.

Da circa un decennio si riflette molto sulle diverse forme di disagio giovanile, di pari passo alla consapevolezza di un mondo proiettato in un vortice accelleratissmo di cambiamenti, che come tali non hanno però permesso lo sviluppo di nuovi codici sociali ed etici.

A questo proposito Umberto Galimberti, nel suo libro L’ospite inquietante - Il nichilismo e i giovani (2007), imputa il disagio giovanile ad una crisi culturale depressiva, in cui l’individuo diventa vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, di legami affettivi e, non da ultimo, di senso. Si tratta di un male che è fuori dall’individuo, nell’ambiente culturale in cui si vive, in una sorta di deserto dell’insensatezza in cui niente motiva, sollecita, attrae, affascina o che riesca a far uscire da un assoluto presente, costituito unicamente da una impalpabile vacuità e vissuto con la massima intensità, ma non alla ricerca di forme di gioia, bensì per seppellire l’angoscia della noia del nulla. Una dimensione di vuoto questa, comune purtroppo a tantissimi giovani d’oggi e colmata quotidianamente dal loro essere costantentemente connessi, tramite i cellulari, ai diversi social.

Per capirne di più abbiamo chiesto a Elisabetta Mangano, psicoterapeuta e conduttrice di sportelli di ascolto scolastici (che opera anche negli spazi di Villa Viva! a Villa Litta), a partire dal concetto di disagio giovanile venuto agli albori circa dieci anni fa per l’efferatezza di alcuni fatti di cronaca e soprattutto in base ai recenti episodi di prepotenze e brutalità perpetrati da giovani ragazzi, cosa si può dire o aggiungere sulle possibili cause di queste forme di agressività sempre più violente.

«In generale si riscontra una condizione pressoché comune nei diversi casi analizzati, e cioè l’essere ragazzi abbandonati a se stessi, nel senso di non essere visti dagli adulti di riferimento e in ragione di questa sofferenza, celata o inconsapevole, questi esprimono in questo modo la propria rabbia nei confronti delle famiglie e della società in generale. Io la chiamerei estrema richiesta di aiuto, non avendo altri modi per esprimerla. Ovviamente le componenti da valutare per ogni singolo caso sono diverse -culturale, sociale, familiare- ma non è sempre così automatico. Spesso si incontrano casi problematici in famiglie che non hanno particolari problemi socioeconomici o culturali, ma di fatto sono distratte, non ‘vedono’ i propri figli e i segnali che questi restituiscono per farsi notare e che comunque sono evidenti. Dal bullismo a scuola a comportamenti provocatori, oppositivi, arroganti… ma nessuno li vede, li guarda, li tratta o li sa trattare».

Ma non sarà proprio il non sapere come affrontarli che induce talvolta gli adulti a non volere vedere?

«Probabilmente è così, ma proprio in queste situazioni di invisibilità i ragazzi alzano sempre di più il tiro delle provocazioni, in attesa che qualcuno li fermi e metta loro dei limiti. È in questo modo che si fa di loro dei piccoli eroi invincibili. D’altra parte, l’adolescenza è proprio questo: una fase in cui ad un certo punto ci si sente onnipotenti, ma se dall’altra parte non c’è un genitore capace di dettare le regole, un’autorità che rappresenti la norma e la faccia rispettare, ruolo un tempo assegnato al padre, il giovane si perde, deraglia, va per conto suo seppure alla ricerca di un binario. Oggi la tendenza di molti genitori -forse per cercare più facile comprensione o, al contrario, per evitare il conflitto- è quella di fare gli amici, ma in questo modo si affievolisce, fino quasi a farla sparire, la figura del genitore. E allora chi fa il genitore? Oggi i genitori, per mancanza di tempo o sempre per evitare il conflitto, pare abbiano perso il loro ruolo educativo o l’hanno demandato ad altre figure educative (insegnanti al mattino, l’allenatore sportivo al pomeriggio), perdendo forza, autorevolezza e diventando figure di riferimento più deboli. Questa assenza ha creato un grande squilibrio, aggravato da un bombardamento mediatico di programmi trash (spazzatura), o da social network, video giochi violenti, offensivi e diseducativi, dove non è quasi mai contemplato il rispetto per l’altro».

Cosa e come fare allora per gestire questo malessere così diffuso oggi più che mai? La ricetta a volte può essere più semplice di quanto si pensi; bisognerebbe dare senso al proprio vivere quotidiano e alle proprie azioni e per fare ciò basterebbe solo osservare il male che ci circonda e impegnarsi per cambiarlo. Il mondo, fortunatamente, è pieno di persone impegnate in battaglie, cause, progetti e organizzazioni di volontariato volti a migliorare o risolvere problematiche nei diversi angoli della terra. Un ottimo inizio già da piccoli potrebbe essere sicuramente lo scoutismo, quale dimesione di ritorno alla natura, di attenzione e rispetto delle relazioni umane e sociali e del mutuo soccorso, che non è poco.

Mi piace però concludere con l’ultimo libro di Umberto Galimberti, La parola ai giovani, quali depositari in ogni caso di infinite risorse e possibilità rigenerative.

Alida Parisi