Memorie di Affori antifascista

La lotta contro l’ignoranza non è ancora finita

È ormai sulla bocca di tutti il caso degli adesivi incollati sulle porte e sui cancelli di casa di alcune famiglie antifasciste a Pavia. Come era facilmente immaginabile, si è subito gridato allo scandalo, con tanto di movimenti di protesta contro quella che è stata descritta da molti come un’offesa e un’intimidazione. Ma è davvero questo il modo giusto di reagire? Molti studi di sociologia affermano che un individuo entra nel mondo del linguaggio quando gli altri lo definiscono. Questa definizione può avere carattere positivo (essere ad esempio un elogio) o dispregiativo (si pensi ad un insulto). In ogni caso, qualunque sia il “nome che ci viene affibbiato” non tutto è già scritto: infatti il significato di una parola può avere molte sfumature e come è facilmente intuibile il reale significato di un termine non è dato dall’etimologia, ma dall’uso effettivo che si fa dello stesso nel linguaggio corrente. A questo punto è chiaro che è nostro compito, una volta ricevuta una nomea, reagire e plasmarne l’interpretazione.

Applicando questo ragionamento al caso preso in esame, è evidente quanto sia dimostrazione di ignoranza compiere un gesto, quale applicare un adesivo, che definisce lo schieramento ideologico di un individuo, nonché quanto sia errato definire il gesto un’offesa. Si faccia attenzione, non sto dicendo che l’intenzione dei neofascisti attori dell’atto non avesse carattere intimidatorio, questo è del tutto chiaro, sto dicendo che colui che viene colpito e chi si schiera dalla sua parte non devono gridare allo scandalo, ma reagire “cogliendo la palla al balzo” come si suol dire. Del resto qualche testimonianza in questo senso l’abbiamo vista: qualcuna delle “vittime” ha affisso un messaggio sotto l’adesivo, dichiarando di essere orgogliosa della definizione attribuitale. Così facendo si nullifica la chiara analogia con la segregazione razziale insita nel gesto del marchio dell’abitazione e al contempo si sfrutta un atto che dovrebbe essere discriminatorio per affermare il proprio ideale. In parole semplici si trasforma l’insulto in complimento.

In questo periodo di presunta* rinascita dell’ideologia fascista, è importante far sentire il proprio rifiuto e la propria condanna all’ignoranza, specialmente in un quartiere dalla nota tradizione antifascista. Per fare ciò è necessario tenere a mente che essere antifascisti non significa appartenere ad uno schieramento politico specifico, ma essere contro un’ideologia estremista e velenosa.

A questo proposito vorrei citare molto brevemente due casi di antifascismo afforese, di cui sono erede e felice testimone: due partigiani, i fratelli di mio nonno.

Angelo Valagussa nacque il 24 giugno 1922 a Cernusco Montevecchia, la sua famiglia all’epoca abitava a Moscoro, in una cascina di proprietà della famiglia Ancarani. Suo padre Enrico trovò impiego presso il Monopolio di Stato per la manifattura di sali e tabacchi di Milano, il che portò ad un trasferimento del resto della famiglia (Angelo, il fratello Ferruccio, e mamma Maria) nel nostro quartiere. La casa esiste tutt’oggi: si tratta del cortile di via Taccioli, all’incrocio con viale Affori.

Angelo proseguì gli studi dopo il diploma e si iscrisse alla Facoltà di Aeronautica dell’Università Cattolica. È probabilmente presso quell’ateneo che, in compagnia di amici antifascisti, entra in contatto con la nascente organizzazione gappista e coinvolge il fratello Ferruccio. Entrato nei GAP opera in centro a Milano distribuendo volantini.

Mio nonno Roberto era nel frattempo nato nel 1934 e a breve fu spedito in collegio. Proprio a causa della sua attività clandestina, nel 1943 Angelo è costretto a tornare a Moscoro, per nascondersi presso la casa dello zio Tommaso, in compagnia del fratello Ferruccio e di altri quattro compagni partigiani e a restarci per circa due mesi.

Quando il podestà venne a sapere della presenza dei partigiani, indusse zio Tommaso ad allontanarli. Tuttavia, prima di abbandonare definitivamente la sede di Moscoro, continuando l’attività clandestina a Milano, Angelo venne sorpreso e catturato in casa ad Affori dalle SS (come mi è stato raccontato con profonda commozione non solo da mio nonno, ma anche dall’amico F. Carcano).

Venne prima rinchiuso nel carcere di San Vittore, quindi deportato a Fossoli e poi a Mauthausen dove diventò 82547.

Sua madre Maria riuscì ad incontrarlo illegalmente al campo di Fossoli, per poi non rivederlo mai più: Angelo morì di stenti in Austria il 14 marzo 1945.

Il fratello Ferruccio, nato il 2 febbraio 1924 seguì le orme del fratello e, grazie ad una lettera di Angelo consegnatagli per mano della madre dopo la visita a Fossoli, entrò nella Divisione Val d’Ossola e venne impiegato come staffetta, data la sua giovane età. Morì il 21 giugno 1944, dopo che il suo gruppo, catturato, venne fucilato sul Baveno.

Marco Iacoianni