Populismo

Il significato delle parole

Quante volte ci è capitato nella nostra vita di sentire la parola “populismo” usata con significati spesso confusi e talvolta opposti fra loro? Le elezioni dello scorso 4 marzo hanno nuovamente portato sotto i riflettori il termine. Movimento 5 Stelle e Lega lo hanno posto come bandiera e ideale di un pensiero politico che ha voglia di cambiamento.

Ma cosa vuol dire nei fatti populismo e come siamo arrivati alla tendenziale accezione positiva che oggi sembra distinguerlo? I significati che possono essere dati al termine sono molteplici e sarebbe obiettivamente impossibile parlarne in modo esaustivo in un articolo.

Riportiamo dunque come garanzia la definizione dell’Enciclopedia Treccani: «Movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizi del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale».

Treccani riporta inoltre una seconda definizione estensiva: «Atteggiamento ideologico che, sulla base di principi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi».

Si tratta senza dubbio di due atteggiamenti politici dai tratti peculiarmente diversi: se il primo sembra assumere toni tutto sommato positivi e realmente rivoluzionari, nel secondo troviamo le parole “velleitario” e “demagogico”, che evidenziano un intento sostanzialmente ingannatore e menzognero. Vi sono però due elementi comuni ad entrambe le definizioni: prima di tutto il ruolo fondamentale svolto dal popolo, depositario di valori positivi. Il populismo fa inevitabilmente perno su una sola affermazione «il popolo ha sempre ragione».

Prima di soffermarci sulla validità di questo enunciato, riflettiamo un momento su un’altra questione. Da chi è formato il “popolo”? In teoria dovrebbe comprendere la totalità dei cittadini di uno Stato; eppure è evidente che per il populismo esso assume un significato più limitato: esso è formato da tutte quelle classi sociali, soprattutto da quelle più deboli, che non si sentono rappresentate da chi è al potere. È qui che sta il vero fattore “rivoluzionario”. Vi è una netta separazione fra governatori e governati. Ed è questo il secondo elemento comune alle due definizioni: il populismo combatte sempre una sorta di élite, del tutto estranea ai veri bisogni della gente comune. L’obiettivo dichiarato è quello di mettere il potere nelle mani di quest’ultimo.

Si tratta dunque di un’ideologia che, per certi versi, si avvicina a quella della democrazia diretta, in cui i cittadini si autogovernano senza bisogno di intermediari; il contrario di quanto invece avviene nella forma della repubblica costituzionale.

Dopo queste doverose precisazioni, concentriamoci su alcuni punti di forte ambiguità. Il populismo è, di fatto, un modo di pensare selettivo: come abbiamo visto, la flessibilità di significato del termine “popolo” permette di escludere intere classi sociali a priori. Per fare un esempio attuale, nel nostro Paese gli immigrati ad oggi non rientrerebbero in questo gruppo. Eppure non esistono leggi naturali, né tantomeno leggi umane, che differenzino questa categoria dal “popolo italiano”.

È questa la grossa pericolosità di un’ideologia in grado di manipolare a proprio piacimento il target a cui intende rivolgersi. Non è, tuttavia, il solo punto oscuro che caratterizza il populismo. Mettere il potere direttamente nelle mani dei cittadini, oltre ad essere un atto incostituzionale, sarebbe di sicuro un’azione su cui si dovrebbe quantomeno riflettere attentamente. Siamo davvero sicuri che (per governare, ndr) la scelta del popolo sia sempre la scelta giusta? Forse un tempo lo era (agorà ateniese, ndr), ma in un mondo in cui le dinamiche sociali, culturali, economiche e politiche sono sempre più incontrollabili ed imprevedibili, non possiamo certo esserne sicuri. Certo, il volere dei cittadini in una democrazia deve essere sempre e comunque rispecchiato da coloro che li rappresentano al governo, e non possiamo permetterci di ignorare le esigenze di ogni gruppo sociale, ma poniamo un quesito ai nostri lettori: «In uno Stato in cui il potere fosse direttamente nelle mani del popolo (senza la mediazione dei propri rappresentanti, ndr) cosa succederebbe se le esigenze di quest’ultimo fossero a scapito di una minoranza?».

Razzismo, discriminazione, bigottismo e nazionalismo estremizzato ne sarebbero una diretta conseguenza. Guardandoci intorno, non è affatto difficile immaginare un Paese basato su questi “valori”.

 

Niccolò Mangone