Tutto è compiuto!

Elezioni politiche e regionali del 4 marzo 2018

Potrebbe essere questa locuzione evangelica, riportata nel titolo, la sintesi sublimata sia di quanto prodotto dal voto delle politiche e delle regionali lombarde del 4 marzo scorso, sia dei risultati che ne sono discesi. Com’è noto il responso delle urne, a livello nazionale, ha inequivocabilmente sancito la tragica sconfitta del PD che scende sotto il 19%, fissa sopra il 37% la (non) vittoria della coalizione del centrodestra (Lega, FI e Fd’I) e la vittoria amputata del M5S, che con poco più del 32% risulta il primo partito, ma che non lo rende autonomo per governare. Infine, le urne hanno penalizzato le velleità frazioniste o dei “partiti nicchia”, tra questi il risultato migliore lo raggiunge LeU poco sopra il 3%, rendendoli quindi in larga parte irrilevanti anche per le sconfitte.

Tutta questo quadro di grande incertezza è dipeso dal sistema elettorale che, fondamentalmente proporzionale, non aiuta a dare, sempre per volontà popolare, un vincitore in grado di formare un governo. In campagna elettorale i partiti o gli schieramenti in campo hanno fatto faville (spesso raccontando favole) e promesso «il migliore dei mondi» di volterriana memoria, ad indicare che non si governa e non si vive solo di buone intenzioni. Il Partito Democratico, forza politica egemone negli ultimi quattro anni ininterrotti a Palazzo Chigi, che pure a guardar bene ha messo in campo e approvato a piccoli passi leggi economiche e altre di grande valore etico e civico nel campo dei diritti, è comunque naufragato miseramente sugli scogli delle cabine elettorali per non aver saputo toccare il cuore del proprio elettorato e attrarne di nuovo; per non aver saputo interpretare, pur avendone le leve, le esigenze delle classi più svantaggiate e per non aver saputo minimamente trasmettere informazioni sulle attività di governo, come ad esempio il “reddito di inclusione” (REI) che è una misura nazionale vigente di contrasto alla povertà ma che pochi conoscono. A ciò si aggiunge l’aver offerto di sé una cattiva immagine per lo spappolarsi delle proprie fila (scissioni e correnti) e per un eccesso di personalismo (di quel demonio di Renzi) che ha perso il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, ricevendo un sonoro “No!” scandito con scopi diversi da un ampio e indistinto fronte dove c’era tutto e il contrario di tutto, compreso quel (l’altro) demonio di Berlusconi.

In mezzo a tutti questi marosi la barca Italia si è leggermente raddrizzata e con Paolo Gentiloni lascia addirittura un ricordo non sgradevole del governo uscente. Ma dare o promettere buon governo non basta ad un Paese frammentato in più tronconi, con un Sud ridotto alla disperazione tanto da ridursi ad essere in attesa e/o nella speranza di un miracolo, all’italiana. E proprio a questa esigenza ha risposto il M5S, che in campagna elettorale si è dato come capo politico il giovane Luigi Di Maio, che nel mettersi in gioco e metterci la faccia ha preteso super poteri, anche sulla democrazia virtuale, tanto che quando un candidato demoeletto non lo convinceva con un tratto di penna è stato cassato e sostituito con uno super fedele. Insomma, una fusione tra forma e sostanza e viceversa, che con il “reddito di cittadinanza” (cioè uno stipendio per diritto di nascita, un bonus ius soli) ha suonato il piffero e attratto a sé milioni di voti, specialmente da tutto il Sud, che ha dato al M5S l’alloro del partito più votato in tutta Italia. Un reddito che sapeva di miracolo, tanto che, come riportano le cronache un po’ maliziose, lunghe fila si sono formate il giorno dopo il voto a chiedere agli uffici preposti (?) i moduli da riempire e i tempi di erogazione del mitico reddito.

Poi a seguire il dimezzamento degli stipendi ai parlamentari e il recupero di 30 miliardi di sprechi, il tutto per decreto legge al primo Consiglio dei Ministri. Ma il “peso massimo” delle nuove leve della politica italiana è rappresentato da Matteo Salvini, leader dalla Lega, che da antico stratega, come un carro armato, sta per andare a prendersi il giusto premio di tutto il suo lavoro fatto in giro per tutta Italia a promettere e giurare con in mano il Vangelo e il Rosario (con tanto di croce, che sfacciato!) che avrebbe ripulito l’Italia dagli immigrati, ridotto drasticamente le tasse, abolito la legge Fornero, recuperata la sovranità rispetto all’Europa, introdotto la Flat Tax (di ispirazione berlusconiana) e scatenato una lotta all’euro. Insomma, non cose da poco, che per realizzarle costerebbero impensabili disponibilità che questo Paese non ha.

Una cosa è però da riconoscere al “guerriero” leghista: l’abilità e la rapidità delle scelte politiche (vedi la soluzione per le presidenze di Camera e Senato); il successo della Lega, ormai partito nazionale, che con quasi il 18% ha surclassato FI e Berlusconi, conquistando la premiership nel centrodestra con la prospettiva di ingoiarsi i forzisti; lo sbarazzarsi della minoranza bossiana offrendo all’Umberto un seggio al Senato da capolista. Infine, ha reso pacifica la sua candidatura a presidente del Consiglio di tutto il centrodestra, e ne vedremo delle belle quando si tratterà di fare il governo e quando sul suo carro ci sarà la fila per salirvi.

Salvini in vantaggio su Di Maio, per uno spettro più ampio di alleanze, man mano che si riaccende la lotta per il potere reale (presidenza del Consiglio): entrambi prendono coscienza che per allearsi bisognerà fare delle concessioni e accantonare proprio le promesse più mirabolanti e attrattive, quelle che hanno attirato ai due partiti milioni di voti.

Allora gli elettori dei due soggetti politici, M5S e Lega, si sentiranno, come scrivevamo nel nostro editoriale di febbraio, come quei giocatori del gratta e vinci che, grattando grattando, alle fine scoprono amaramente che non hanno vinto un bel niente, che i miracoli in politica non esistono e che il “migliore dei mondi” appartiene alle favole, dalle quali noi bimbi-elettori siamo attratti, tanto che disperati ci aggrappiamo a nuove speranze seguendo i pifferai, ahinoi, sin dentro al fiume.

La nostra seria preoccupazione è che, saldandosi i due filoni arruffa popoli o cosiddetti populisti, si entri in una sorta di regime che vogliamo sperare non autoritario, come il piglio usato dei due leader sin qui nei comizi elettorali. E, meno male che siamo agganciati all’Europa, finché regge, unico nostro salvagente nel mare tempestoso di prospettive poco rassicuranti.

 

Giovanni Russo