C’era una volta la privacy

Poi venne internet, Facebook e altri social network

È ormai sulla bocca di tutti, è uno degli scandali del momento: Mark Zuckerberg è stato chiamato a rendere conto della gestione dei dati raccolti da Facebook.

Visto che chiunque avrà già discusso e giudicato la notizia, in questa sede non ci rimane, come sempre, che concentrarci sul fornire degli strumenti per valutare la questione, più che divulgarla.

Ebbene il fatto è questo: ci iscriviamo a Facebook o altri social network, navighiamo in internet, godiamo di queste comodità della tecnologia e poi ci lamentiamo del prezzo da pagare.

Come tutti i grandi vantaggi storici anche la connessione globale ha un risvolto della medaglia più difficile da accettare. Per fare degli esempi, il vantaggio della sicurezza ha come premessa un maggiore controllo del singolo; il vantaggio di una grande opera, la fatica per produrla; e così anche il vantaggio dell’immediatezza e della diffusione della connessione ha come scotto la limitazione della privacy. Tuttavia la cosa non ci dovrebbe stupire, dal momento che tutte le volte che immettiamo nostri dati nella rete globale clicchiamo prima, più o meno consciamente, quel fastidioso pulsante che recita «ho letto e accetto le condizioni», dopo aver fatto scorrere sotto i nostri occhi annoiati fiumi di parole, che ci mettono in guardia circa gli aspetti della nostra sfera privata che saranno resi pubblici.

Siamo quindi noi stessi a demolire, clic dopo clic, la nostra amata privacy. Forse dovrei anche riconoscere che la società in cui viviamo, in un certo qual modo, ci forza a premere quel pulsante. Si pensi ad esempio a quanto la scuola sia sempre più improntata sulle piattaforme multimediali e di rete, come anche il mondo del lavoro e progressivamente ogni altro aspetto della nostra vita.

Tuttavia, prima di urlare al complotto è bene andare in profondità e per fare ciò iniziamo con l’analizzare le parole che abbiamo finora incontrato. Innanzitutto “privacy”, cos’è questo affascinante termine anglofono che ci suona tanto privato, di proprietà? Potremmo forse definirlo come «il diritto alla riservatezza delle informazioni che ci riguardano». Ecco però che sono spuntate altre interessanti parole, come “diritto”, “proprietà”, “riguardare” e “informazioni”. Abbiamo il diritto alla riservatezza ed è cosa buona e giusta, ma in una società così ostentatamente egualitaria come la nostra, come possiamo pretendere di accedere ai dati altrui e nascondere i nostri? Nel momento in cui chiediamo di attenuare il diritto di un altro, accettiamo di fare altrettanto con il nostro.

Concentriamoci ora sulla differenza tra «ciò che mi riguarda» e ciò che «è di mia proprietà»: se un oggetto ci appartiene, diciamo che è di nostra proprietà; infatti è tipico di ciò che è materiale essere fisicamente in possesso di qualcuno, non certo di qualcosa di astratto come un’idea. Il discrimine è dato dal semplice fatto che un oggetto fisico è soggetto al principio di identità in senso stretto, ossia: questo orologio può avere un valore affettivo per me, in quanto appartenente ai miei avi e nonostante ce ne siano altri uguali per forma nel mondo, non ce ne sarà mai un altro uguale nel significato che ha per me.

Come potremmo dire lo stesso di un concetto o di un’idea? Un concetto non mi può appartenere propriamente parlando, proprio perché è astratto e oggettivabile: nel momento in cui penso alla passione di Giorgio per il rugby, per esempio, non posso dire che l’informazione «a Giorgio piace il rugby» sia di proprietà di Giorgio. Anche perché una volta diffusa, questa informazione esiste in tante copie quanti sono gli individui che ne sono al corrente. Possiamo quindi solo dire che “riguarda” Giorgio, ma non che “è proprietà di” Giorgio. Obiettare sostenendo che tutto ciò che ci riguarda è di nostra proprietà è sbagliato, per il semplice fatto che è contrario alla comune esperienza: se qualcuno sostiene qualcosa riguardo alla nostra persona, allora dovrebbe possedere qualcosa che ci appartiene? Eppure ha creato lui questa idea, non dovrebbe quindi essere sua? Insomma, bastano poche righe per capire quanto sia complesso e tutt’altro che scontato il discorso sulle proprietà intellettuali.

Volgiamo lo sguardo sulla parola “informazioni”: si tratta di qualcosa di astratto, concettuale, che quindi può solo riguardarci, ma non propriamente appartenerci. Allora cos’è che ci spaventa nel rendere gli altri partecipi della stessa? Si tratta di una domanda tanto complicata quanti sono i tipi di informazione alla quale può essere associata. Quando comunico un’informazione che mi riguarda, non faccio altro che mettere qualcun altro a conoscenza dell’associazione tra uno stato di cose del mondo e la mia persona. In parole povere sto rendendo evidente una mia interazione con il mondo. Si veda quando dico per esempio «il codice della mia carta di credito è ics» o «Giorgio mi sta antipatico» o «mi piace il gelato alla fragola»: sono tutte informazioni che mi riguardano e la cui divulgazione mi preoccupa in proporzione alle possibilità di agire su di me che do a coloro a cui le comunico.

Eccola qui quindi finalmente l’origine di tanto timore. Adesso che abbiamo districato il gomitolo fino a trovarne il capo, non ci rimane che decidere cosa farne: abbiamo compreso che ciò che realmente ci preoccupa non può essere la gelosia dovuta alla proprietà dell’informazione che ci riguarda, quanto invece il potere che cediamo agli altri insieme a quell’informazione.

Bene, e che informazioni diamo a Facebook e al suo papà Zuckerberg? Le nostre idee politiche, la foto del nostro gatto, l’elenco delle persone che conosco… va bene, ma non è questo che preoccupa i complottisti… secondo loro Facebook ci spia, ma cosa spia di preciso, ammesso e non dimostrato che sia vero? Le chiamate sul telefono? I messaggi? E con questo? Cosa se ne fa Zuckerberg? Perché dovrebbe importargli di una persona qualsiasi su sette miliardi e mezzo? Cosa potrebbe fare questo maghetto del computer per danneggiarci con le informazioni che ci riguardano? Potete sbizzarrirvi con le risposte, ma non ne vedo alcun danno reale.

Le comodità e i vantaggi della tecnologia sono molti e fortunatamente il prezzo da pagare non è la chimera che si racconta, ci sarebbero modi molto più immediati delle informazioni per danneggiarci.

 

Marco Iacoianni