L’indifferenza, quasi un’abitudine

Segno dei tempi o un primitivo moto dell’animo?

La senatrice Segre, quando parla di ciò che la colpì maggiormente al ritorno dai campi di sterminio, dice che fu proprio l’indifferenza che gli altri le manifestarono, comprese le persone che conosceva e persino i parenti dai quali giustamente si sarebbe aspettata tutt’altra accoglienza dopo essere sopravvissuta a quanto di più crudele le era accaduto.

Chi di noi ha avuto modo di ascoltare il suo racconto trova totalmente inammissibile tale atteggiamento di indifferenza. Allora partiamo da qui e chiediamoci perché tale sentimento, o comportamento tanto pernicioso e pericoloso, è così comune nella nostra vita quotidiana.

L’indifferente all’apparenza non compie cattive azioni, non fa del male a nessuno, si fa semplicemente gli affari suoi.

Chiediamoci però se l’indifferenza non concorra alla perdita di senso della nostra vita, fatta inevitabilmente di relazioni, confronto, discussioni e anche di prese di posizione a volte dure; quindi può un uomo vivere senza l’altro? Tutti risponderemmo che non è possibile e dunque possiamo rimanere indifferenti alla vita degli altri?

Purtuttavia si è perso il senso della collettività e ci siamo sempre più rifugiati nel privato: l’io ha preso il posto del noi. Le paure vere o presunte, su cui i mezzi d’informazione e non solo giocano, hanno l’effetto di farci chiudere tra nostre mura domestiche. La nostra informazione ci martella con notizie che sono costruite ad arte per aumentare le paure e si gioca poi sul pubblicizzare la percezione diffusa della paura. Tale condizionamento ci fa pensare che sia meglio non prendere parte: non immischiarsi potrebbe essere pericoloso, ma lo è veramente o invece ci priviamo della gioia, della ricchezza che la conoscenza degli altri ci darebbe e perdiamo il senso della stessa vita?

L’indifferenza ci rende soli, tristi e aridi.

La storia è fatta di donne e uomini che hanno preso parte, hanno vissuto con gli altri e per gli altri.

Prender parte è quindi indispensabile per non rimanere esclusi dalla vita collettiva in cui la nostra è inserita. Prendere parte vuol dire concorrere ad assumere decisioni piccole o grandi ma che comunque ci riguardano.

Ricominciamo quindi a pensare che lo star bene singolarmente è legato al benessere degli altri.

Discutere e confrontarsi è un arricchimento, capire le ragioni dell’altro ed essere pronti a rivedere le proprie idee, ammettere i propri errori, dubitare delle proprie certezze ci rende in prima istanza più umani e poi anche più civili.

 

Concetta Piazzetta