Da noi è sempre così!


Berlusconiani vs antiberlusconiani per andare tutti verso la stessa parte: la paralisi del Paese Renzi rompe il giocattolo, incontra Berlusconi ed entra nel mirino

Ventidue anni fa, era il 1992 e l’Italia era da qualche anno, inconsapevolmente (da noi è sempre così), in una crisi nera tamponata con una finanziaria lacrime e sangue, messa su con urgenza (da noi è sempre così) dal “tecnico” Amato e che servì a superare, provvisoriamente (da noi è sempre così), il fallimento e l’impoverimento della Nazione.

 

Senza parentesi, ora possiamo dire che la crisi profonda che stiamo ancora attraversando è molto peggio, se solo si guarda a quanta nuova povertà e disperazione (compresa l’ormai ex classe media) sta generando e chi la sta pagando: i poveri e i meno difesi, quelli fuori dal giro (da noi è sempre così). E come oggi, in quel tempo, scoppiava anche il sistema economico e politico istituzionale, con l’avvento di Tangentopoli e Mani pulite, che metteva in evidenza corruzione, concussione e ruberie varie -ma che non faceva piena luce e giustizia (da noi è sempre così)- con un abbondante spolvero di ipocrisia e cinismo, senza arrivarne ad una (da noi è sempre così).

 

Sappiamo ora che la “pulizia” di quel lontano 1992 e oltre, non riuscì proprio alla perfezione (da noi è sempre così), anzi per niente: spazzati via i partiti storici come la Dc e il Psi, esploso il Pci, emerse una nuova classe politica e dirigente, con figure e mezze figure nuove, come Berlusconi, Bossi, Fini (riciclato dall’Msi) a destra, ed “eredi” della sinistra come Occhetto (Pci/Pds), Bertinotti (Rifondazione), Cossutta (PdCI), ognuno con un proprio partito, come è nella tafazziana tradizione della sinistra italiana. Di tutti questi personaggi oggi rimane, gravemente ferito politicamente, il nemico per definizione, Silvio Berlusconi, che darà battaglia sino all’ultimo minuto, con la “complicità” inconsapevole (da noi è sempre così) degli avversari, che nel tentativo di centrarne la sagoma lo prendono sempre di striscio.

 

In questo mese (gennaio 2014), fanno giusti venti anni dalla discesa in campo di Berlusconi con Forza Italia e dalla vittoria di aprile del 1994 del Polo delle Libertà con il 42,84% sui Progressisti, che con la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto si fermarono al 34,34%. Per gli eredi del Pci (Pds, Ds e poi, come maggiore azionista, PD) fu una delusione così cocente che ha paralizzato il loro gruppo dirigente per tutti questi anni, tanto che, forse per un senso di pudore/timore, da allora è sempre ricorso a “papi stranieri” per essere rappresentato -dal democristiano Romano Prodi, sino al democristiano (interno al Pd) Enrico Letta, con la parentesi D’Alema e il fallimento di Bersani- quando è arrivato alla soglia o nelle stanze del governo del Paese.

 

Poi, la politica si è ridotta per venti lunghissimi anni all’avvilente e catastrofica lotta tra berlusconiani e antiberlusconiani che ha prodotto la paralisi sociale e politica con scorrerie populiste, prima della Lega Nord e ultimamente con il M5S di Grillo. Tanti, da ogni parte e per decenni, partiti, partitini, opinionisti, giornalisti, politici, comici e persino alcuni magistrati, da questa lotta feroce e dissennata, pro e contro Berlusconi, ne hanno tratto pane e companatico, rallentando, per mantenere le proprie rendite di posizione, ogni rinnovamento nel Paese, persino il conflitto d’interesse. I risultati delle ultime elezioni del 24 e 25 febbraio 2013 (con il porcellum), contro ogni aspettativa, hanno paralizzato il Paese con tre forze alla pari, nemiche tra di loro, tanto che per essere governato e non precipitare in una voragine economica e sociale senza fine si è dovuto ricorrere (auspice Giorgio Napolitano, il due volte Presidente della Repubblica, al quale noi italiani scopriremo di dovere tanto), ad una alleanza tra due dei nemici: Pd-PdL con Monti, sino all’attuale governo Letta, sostenuto da un PD stravolto e dal piccolo NCD di Alfano, dopo la ritirata del PDL e la rinascita di Forza Italia che va all’opposizione con l’eterno Cavaliere. Il terzo, vincitore/perdente, il M5S, si è tirato fuori da ogni azione politica, rendendosi così inutile, decidendo di vivere di rendita sugli errori degli altri due e sull’accecante rabbia di 1/3 degli italiani.

 

Ora Berlusconi, il “pregiudicato”, in attesa di altri processi non proprio fausti per lui, uscirà di scena dibattendosi come un pesce in un acquario bucato, dal quale l’acqua manca centimetro dopo centimetro. Non è una bella scena per chi lo ha amato e per chi lo ha odiato. Non è una bella scena per gli italiani, danneggiati, come in tutte le cose esagerate, da questo amore e da questo odio.

 

Nel campo opposto è sorta la stella (speriamo non sia una cometa) Matteo Renzi, nuovo, giovane e dinamico protagonista della politica italiana, che non nasce come uomo di sinistra, ma che entrato in quell’amalgama poco riuscita (D’Alema docet) DS-Margherita, ha espugnato il fortino presidiato dai DS, diventando, attraverso quasi tre milioni di voti alle primarie, segretario del PD, il partito italiano più importante della sinistra di governo. Un percorso impensabile e improbabile sino ad ieri. Su Renzi si appuntano grandi aspettative da lui stesso create. Speranze di chi per anni ha dovuto assistere ad una politica impantanata in un “vorrei ma non posso”, con una mancanza di coraggio nell’affrontare tabù (spesso di comodo per certe categorie politiche e sociali) e purgarsi dei propri vizi (corruzione e rapina del denaro pubblico). Di chi spera in un rinnovamento istituzionale e delle regole in grado di sbloccare le ossidazioni della macchina burocratica, di potere e della rappresentanza popolare, come la legge elettorale. Su Renzi si appuntano anche grandi riserve e avversità. A partire da forze interne al proprio partito che all’apparenza minoritarie detengono però, al momento, il potere reale sul territorio e in un Parlamento di nominati dal “vecchio” establishment.

 

Assistiamo, un po’ dappertutto, ad una lotta interna al PD, senza esclusione di colpi. E, più si scende sul territorio più la lotta, anche nei circoli, è dura e feroce, anche a livello personale, a sentire e vedere cosa gira anche sul web. Non si perdona a Renzi la disinvoltura con la quale si interfaccia con Berlusconi e la sua determinazione alla rottura di riti e miti, che per un partito di sinistra anche dei nostri tempi, sono il sale dell’impegno politico e sociale. Non si perdona a Renzi di essere anomalo, pragmatico e mediatico e a suo modo “rivoluzionario”.

Tanti cittadini che aspettano da sempre un cambiamento, sperano che non sia una ennesima rivoluzione di parole, una “tigre di carta”, che era l’epiteto riservato ai reazionari, secondo una metafora maoista, in voga negli anni ‘60/’70. E non dover disperatamente sospirare, ancora una volta, tanto da noi è sempre così.

 

Giovanni Russo

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