Le Zone trasformate in Municipalità

All’ultimo momento Statuto e Regolamento. La scarsa conoscenza dei cittadini prima del voto

Marzo 2016

Il prossimo giugno, al momento in cui scriviamo non sappiamo ancora il giorno esatto, andremo a votare (il 5 o il 12) per eleggere il nuovo sindaco di Milano e relativo Consiglio e anche il nuovo presidente dei nove Municipi (che poi corrisponderanno ancora alle vecchie Zone) e relativi Consigli. Quelli che rimarranno vecchi saranno i confini zonali, quindi la cosiddetta rivoluzione di autonomia amministrativa sarà tutta da vedere. Il nostro scetticismo poggia sul fatto che per due decenni in tutte le compagne elettorali candidati sindaci prima e sindaci eletti dopo hanno speso parole bellissime e promesse solenni in favore del Decentramento e del potere alle Zone, per poi fare sempre molto poco in quel senso. Siamo arrivati ad avere all’ultimo momento le Municipalità e il Regolamento andrà all’approvazione -ma sarà una pura formalità- del CdZ 9 il prossimo 31 marzo. Tutto italianamente all’ultimo minuto, e quindi poco o per niente a conoscenza del grande pubblico e dei cittadini milanesi. Quanti sanno della Città Metropolitana e delle Municipalità? Pochi! Di quest’ultima poi si sa ben poco, se si pensa che la delibera comunale che li istituisce è stata approvata dall’Aula di Palazzo Marino il 27 ottobre 2015 e il Regolamento indispensabile per la gestione (in aula e fuori) dei Municipi è stato varato il 28 gennaio 2016 e solo il 31 marzo prossimo il CdZ potrà esprimere il proprio parere (praticamente una formalità), prendendone atto con una delibera relativa alle funzioni e poter quindi realmente, con le prossime elezioni, eleggere direttamente il Presidente (pro-sindaco) e il nuovo Consiglio, per governare in autonomia il territorio municipale (art.71).

Di tutto quanto sopra, al momento, solo pochi cittadini, i più avvertiti o raggiungibili da certi canali, conoscono l’esistenza e le funzioni di queste nuove Istituzioni, anche se il Regolamento con un apposito Osservatorio (art. 70) prevede due anni di verifiche per far entrare nel pieno delle loro funzioni e responsabilità amministrative i Municipi.

Un percorso però -per quanto abbiamo potuto capire da una prima lettura del testo (nelle nostre mani solo da alcuni giorni)- tutto dedicato alla macchina comunale (intesa in senso lato) e per addetti ai lavori: una misurazione delle competenze e dei poteri decisionali, nell’eterna lotta tra centro e periferia. Due anni dove, nell’arco temporale dei quali, non abbiamo intravisto protagonista la figura del cittadino, della sbandierata partecipazione, cioè noi, perché tutto è rimasto, più o meno, come per le Zone, come si evince dalla lettura del Titolo VI, degli articoli dal 62 al 69 e specialmente l’art. 68 (Relazioni con il territorio), dove la vecchia e abusata definizione di “tavoli territoriali” ci ha fatto venire, finché non abbiamo girato pagina, l’orticaria per il “nulla”. A parte le prime impressioni tratte da una prima rapida lettura del Regolamento dei Municipi ci riproponiamo di darvene conto nel tempo, come nostro costume editoriale, quando ritorneremo ad occuparci volta per volta della nuova Istituzione dopo le elezioni del prossimo giugno. Ora, anche ad a uso e consumo dei nuovi Presidenti e Consiglieri del futuro Municipio, poniamo in evidenza il punto 5 dell’art. 2 (titolo I-Disposizioni generali) che prevede un’apertura generica alla conoscenza: «I Municipi promuovono l’informazione e la partecipazione dei propri cittadini in ordine all’attività dei Municipi e del Comune di Milano». E qui pensiamo di proporci, noi stampa locale, insieme ad altri organi di informazione tra il nord e il sud di Milano come veicolo di conoscenza nella costruzione civica dei Municipi, perché per provata esperienza le “partecipate” assemblee, i prestigiosi convegni (generalmente ad uso e consumo dei vari assessorati, partiti o movimenti, spesso zeppi di truppe cammellate), ma anche le patinate pubblicazioni istituzionali, da sole non raggiungono un settore molto ampio di persone e, ancora di più, non incidono nel “sapere”, nella conoscenza del cittadino comune, che poco frequenta questi ambiti o viene in possesso di tutte queste informazioni. È accertato, invece, da riscontri non solo nostri, che larga maggioranza del cosiddetto cittadino comune legge, perché portato sino al suo domicilio, i giornali locali (tipo ABC). Giornali come il nostro spesso vengono collezionati (un esempio per tutti le mensilità che riportarono l’intera Costituzione e le puntate dei 150 anni dell’Unità d’Italia e altre monografie sui quartieri) e restano nelle case dei lettori per settimane e sono letti dalla prima a l’ultima pagina. Ecco le ragioni della nostra sollecitazione a considerare la stampa locale uno strumento di conoscenza al servizio dei cittadini e delle nuove istituzioni, oltre che un propagatore di una più larga democrazia.

 

Giovanni Russo

Il totem del bene comune


La lotta politica ha un trofeo che si chiama consenso. Una volta si definiva consenso popolare quella somma di voti che nascevano da un profondo radicamento di idee, di valori e di appartenenza politica e culturale. Sono decenni ormai che questo fenomeno è superato dalla mobilità e dalla frammentazione dei partiti che interpretano il loro ruolo specialmente nella declinazione elettorale.

 

Non staremo qui a soffermarci sul perché e per come si è arrivato a questo e sul percorso istituzionale (prima, seconda e forse terza repubblica) in Italia, mai veramente decollato. Oppure sul come i partiti o i movimenti, abbandonate le ideologie (convinzioni) politiche e culturali, sono diventati dei vagoni vuoti del treno della storia, dai quali si sale e si scende, e che come il trenino Lima (quello che qualcuno di noi ha ancora in cantina) gira in modo ossessivo, senza stazioni e sempre sullo stesso percorso.

Rifacendoci a questa metafora dello girare a vuoto, quasi ci viene da piangere e ci assale un mesto senso di sconforto, a sentire e a guardare il teatro che la politica nostrana che impazza sui mass media, osa proporci ad ogni ora del giorno e della notte.

 

Tutto questo bailamme, per conquistare consenso e voti di un elettorato spaesato che ha perso ogni orientamento e fiducia e che, come in tutte le depressioni economiche e sociali, trova cura istantanea, anche se effimera, nella ricerca del colpo di fortuna e nello svago, nel tentativo di rifarsi ed estraniarsi dai guai quotidiani. Dal gioco del lotto alle slot machine, dal Grande Fratello alla telenovela, dai talk show ai comici. Se ci pensiamo un attimo tutto è incominciato con i Gabibbo e i Platinette che surrogavano i contenuti con battute e concetti, a volte volgari… tanto erano dei pupazzi. Tutto questo è entrato pian piano nella nostra cultura anche individuale di tanti di noi, con un danno inimmaginabile anche per le giovani generazioni che crescono con questo imprinting.

 

Tutto si butta sul ridere e sul dileggio, che è un ancestrale vizio italiano (da leggere, gustare e riflettere, Giacomo Leopardi Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, Feltrinelli, euro 6). Da qui si spiega tutto questo fiorire di comici (a vario titolo) che non si accontentano di farci divertire e scordare i guai ma addirittura scendono in politica e si candidano alla guida del Paese e a rappresentarci in Europa. L’esempio più eclatante è il fenomeno Beppe Grillo, acclamato leader e padrone del M5S, che cerca un consenso, non solo virtuale, travolgente (tutti a casa!) come il suo eloquio, per alcuni insopportabile sproloquio. Ma il brutto è che anche anchorman, giornalisti, giornali, tv e web si piegano a questa ricerca forsennata del consenso da tradurre in ascolto (Auditel) e non di rado, pur di raggiungere scoop e gossip sensazionali, si piegano a impietosi e controversi riti come quello famoso di Santoro/Travaglio con Berlusconi e ultimamente di Mentana con Grillo. A chi giova?

 

Complice di tutto quanto è anche la debolezza endemica della politica e dei politici che si sono proposti sino ad ora al governo del Paese. Dopo tangentopoli, che spazzò (quella sì) via tutte le prime e le seconde linee della classe politica della prima repubblica, di uomini e partiti che nel dopoguerra avevano costruito e fatte le regole fondamentali della nostra giovane democrazia, le terze linee sbandate e con scarsa preparazione e valore, sono state travolte dall’onda del nuovo che avanza che ha portato alla ribalta nazionale e internazionale gente che il giorno prima di andare in Parlamento, faceva il suo mestiere (se ne aveva uno) e seguiva la politica, forse, attraverso i giornali, la tv o via web. Come contraccolpo buona parte del corpo elettorale non è andato a votare.

 

Ogni partito alla ricerca del consenso dice di rappresentare, ricercare e offrire il bene comune, termine usato e inflazionato dalla pretesa di giustificare le proprie azioni e proposte, ma che spesso è uno schermo ipocrita agli interessi di parte, e la cosa più urtante e ridicola è quando un manipolo politico sociale (anche piccoli partiti e rappresentanti di categorie e lobby, comitati) dicono di parlare a nome di maggioranze che non hanno e addirittura del popolo italiano. Quello che fa specie è che anche politici e amministratori, dei più avveduti, davanti ad una se pur piccola fazione (piccoli comitati e partiti) che protesta o mette veti su decisioni ed opere che interessano tutta la città e la nazione, si piegano e con la paura di perdere anche pochi voti fanno disastri che si scontano nel tempo. Avviene a Milano (anche per avventate promesse elettorali) e sta avvenendo anche per l’ExpoAi nostri amministratori, anche locali, si chiede di decidere (dopo l’ascolto) non secondo pressioni di gruppi e di lobby, ma con coraggio e per il bene comune.

 

 

© Riproduzione riservata Giovanni Russo