Sapori intrisi di Saperi

Quando una scuola è Scuola a tutto tondo

Che gli istituti alberghieri non fossero più solo delle scuole “di cucina”, secondo il pensiero comune, lo si sapeva già da un po’; noi della Redazione di ABC in particolare ricordiamo sempre con grande piacere e riconoscenza il “buffet tricolore” preparato dagli studenti dell’Istituto Brera Lagrange in occasione del nostro evento, celebrativo dei 150 anni dell’Unità d’Italia nel 2011.

Nel corso degli anni tanti sono stati gli eventi organizzati da questo complesso scolastico, che in primis hanno il valore di grandi esercitazioni per gli studenti, finalizzate a migliorare ed affinare sempre di più le loro performances professionali. Il tutto rimanda ad una struttura progettuale, e quindi ad una missione della scuola, mirata al raggiungimento di livelli di qualità e di perfezione sempre più alti e sempre più all’avanguardia.

Accanto alla professionalità, l’idea -diventata preponderante a ben guardare gli eventi di questi ultimi anni- è anche quella di unire anzi di non più separare il cibo dagli aspetti culturali e territoriali entro cui è inserito, laddove l’uno è sempre, se non condizionato, saldamente legato all’altro. La Cena dei saperi e dei sapori del 26 maggio scorso ha espresso appieno l’idea, concepita all’interno del progetto Nutrire la legalità. La cena infatti è stato un momento di grande interesse per l’organizzazione della serata, per come sono stati magistralmente presentati, elaborati e armonizzati i cibi, con l’indicazione dei loro luoghi di origine e della loro storia, caricandoli di valori assoluti, quali la legalità, la libertà e il rispetto della dignità umana. La serata, non a caso, collocata in quel giorno, si è svolta tenendo sempre alti l’interesse e l’attenzione degli ospiti, attraverso il racconto preciso e approfondito degli studenti sulla provenienza dei diversi prodotti, utilizzati nella preparazione dei diversi piatti, tutte aziende nate su terreni e proprietà confiscate alla mafia. Nel corso della cena c’è stato spazio anche per un gioco di conoscenze, un questionario, sulle personalità e gli eventi di spicco della lotta alla mafia che, se da una parte ha messo in crisi qualche risposta, dall’altra, ancora una volta, ha confermato la preparazione culturale, eccezionale e assolutamente inappuntabile, degli alunni delle classi quarte A-B-D-E, che hanno anche partecipato alla realizzazione di una bellissima brochure, ovviamente guidati dai loro altrettanto magnifici insegnanti.

I nostri complimenti per l’iniziativa davvero eccezionale e un grazie particolare alla professoressa Lorenza Risi e alla dirigente scolastica Neva Cellerin, che hanno accolto e guidato gli ospiti con grande attenzione e cordialità.

 

Alida Parisi

La mala che si annida nei nostri quartieri

Bruzzano e Comasina quartieri legali e solidali, ai margini si muove la malavita

Quando si accendono i riflettori su particolari fatti di cronaca, emerge una fetta di società che ci sorprende e che, invece, scopriamo che vive e si muove in mezzo a noi, e presi dalla nostra normalità quotidiana o da quella che noi pensiamo sia la normalità, praticando persone e ambiti fatti di regole, codici, leggi, usi e costumi, che delimitano il nostro vissuto, non riusciamo a percepire un mondo non proprio diverso, ma distorto.

Quindi, quando attraverso la cronaca di un importante quotidiano abbiamo letto due pagine che descrivevano in modo circostanziato uno spaccato della malavita milanese, che vede coinvolti nella narrazione tre nostri quartieri -Bruzzano, Comasina e Quarto Oggiaro- ci è parso come, in tanti flashback, di vedere spezzoni di situazioni vissute, echi di parole ascoltate per caso e sagome di figure che animavano la descrizione che andavamo leggendo: sul pianerottolo di casa, giù in cortile, in un angolo appartato di una strada, davanti ad una scuola, in un negozio, in un mercato. Nomi, cognomi familiari nei quartieri o a scuola; nello sfoggio irresistibile, spesso pacchiano, di lussi nell’abbigliamento, potenti macchine come roboanti Porsche Cayenne, SUV e fuoristrada di grandi marche, parcheggiate nei cortili di case popolari esternamente fatiscenti, dove l’accesso spesso e sconsigliato e nelle cui cantine o box regna il caos delle refurtive.

Allora abbiamo percepito, come in un cortometraggio, cose che avevamo visto, sentito e ascoltato, frammenti del mondo distorto o malavitoso intorno a noi, senza valutarne la rilevanza o girato gli occhi altrove per non essere coinvolti, o peggio indifferenti.

Parole pesanti come macigni sciorinava il piombo in pagina, che come una malefica allegoria diventava nella cronaca il piombo delle armi, che erano servite ai boss o ai killer per eliminare avversari e concorrenti nei traffici di ogni tipo, dalla droga a quello delle armi, dal pizzo all’estorsione e tanti oscuri affari, anche se è già da un po’ che la malavita, la società in grigio scuro, si va modernizzando ed adeguando alla società in chiaro, con giacca e cravatta e imprese e società formalmente in regola. Affari che poi, per contrappunto, servono a mantenere famiglie, con uno stato sociale più o meno buono, figli a scuola e qualche volta all’università.

Ragazzi e ragazze che conoscono, come in una società stretta, solo il loro modo di vivere, quello dei loro clan o famiglie, come l’unico modo di vivere e comportarsi, rispettando o praticando regole proprie, funzionali alla “società” malavitosa.

Dall’altro lato, gli sfruttati dalla malavita vivono una situazione di case fatiscenti e che cadono a pezzi, con tante famiglie che non possono o proditoriamente non pagano l’affitto; ma succede che li trovi alle slot machine a giocare d’azzardo. Gente, tantissimi i giovani che stanno a casa senza fare niente, in uno stato di accidia che soffoca ogni azione e che spegne ogni motivazione del cercare un lavoro, ma con scorciatoie per guadagni facili e sporadici e anche quando sono alti (ci dicono sino a 1.000 euro al giorno) vengono spesi tutti in una notte brava, inseguendo chissà quali sogni di grandezza e di potere.

Situazione sociale difficilissima per le donne che a 17 anni sono già madri, spesso incoscienti del loro stato, che vanno incontro ad un “avvenire breve”, come ci dice chi segue queste ragazze sfortunate, senza vie di uscita. Una violenza sulle donne indotta da una visione della vita subalterna al mondo maschile, che si consuma ogni giorno, come un oggetto esposto al passare del tempo. Insomma pezzi di società, di cittadini che, fatta la tara delinquenziale, è costituita da bimbi, giovani e anziani in preda ad una società chiusa e senza vie di uscita, che è l’enclave malavitoso, senza un aiuto dall’esterno se non quello dei servizi sociali; in una situazione, secondo noi, peggiore di quella dei profughi, ai quali giustamente poniamo le dovute attenzioni. Un mondo quello, tra noi e con noi, difficilmente afferrabile, ma che non possiamo abbandonare a se stesso.

Detto questo, qual è il compito di una società che si autodefinisce normale o giusta? Quali sono le azioni delle Istituzioni per aiutare il settore, di questa “società nella società”, più debole, che sono i bambini, i ragazzi, gli adolescenti? Quali azioni, oltre a quelle repressive, di Polizia e di Giustizia, delle quali non ci occupiamo qui, sono utili per cercare di porre un argine civile e di legalità, oltre che inclusivo, a questo modo di vivere di operare e di pensare?

La prima risposta che ci viene subito è la scuola. Ma sappiamo tutti come la scuola sia in situazioni sempre più critiche e non può essere caricata di cose che potrebbe fare, ma che non riesce oggettivamente a fare. Restano allora pezzi di società come le associazioni, le fondazioni, gli oratori, i comitati di quartiere e di volontariato, che con presidi “dolci” già aiutano e coinvolgono bimbi, ragazzi e le loro famiglie, specie le mamme, in un dialogo serrato e con servizi utili come i doposcuola, laboratori creativi e di studio, realizzando ambiti dei giochi e dello stare insieme educando a comportamenti e modi di pensare che non siano omertosi, con il timore di parlare. Presidi che agiscono senza clamore con continuità nello stare vicino alle famiglie, alle persone con gravi difficoltà fisiche e ferite morali, come per 35 anni hanno potuto fare un gruppo di Suore (usiamo la maiuscola non a caso) alle Torri di Bruzzano, che ora però il tempo e la mancanza di risorse umane ed economiche ha ridotto ad un’unica sorella, in attesa di passare il testimone. Speriamo! Spetta quindi a noi cittadini fiancheggiare questi presidi civili, aiutandoli per esempio con l’8 per mille, ma anche con aiuti diretti e spetta all’Istituzione a noi più vicina, come il Municipio, a predisporre a budget risorse mirate su progetti utili e certi per queste realtà, che sono ben conosciute e certificate nella loro azione didattica e sociale di recupero di vite…

Noi della Redazione di ABC, con i prossimi numeri, faremo emergere queste realtà attraverso servizi che ne illustrano il lavoro e le azioni, dedicando loro spazi sulle nostre pagine nell’inserto Quartieri, dando loro voce diretta di come e cosa fare e si fa, per rendere la nostra comunità più coesa e inclusiva.

 

Giovanni Russo