Un monito all’unità d’Italia a partire dai piccoli Comuni

Una lezione dal passato

È opinione diffusa che stiamo vivendo in questi giorni un periodo storico della nostra Repubblica molto difficile, non solo, ma anche anomalo. Gli eventi, che da tempo si susseguono incalzanti, hanno tenuto e stanno tenendo in ansia i cittadini che da qualche mese appena avevano espresso col voto personale la propria volontà a favore di un esecutivo responsabile, competente, proiettato verso un immediato futuro di benessere e di progresso.

L’incertezza e l’alternanza fra attesa e delusione non hanno certo favorito un clima sereno, specialmente fra quelle fasce di cittadini che, guardando con preoccupazione al futuro, auspicano aiuto per una dignitosa sopravvivenza. Con questi pensieri nell’animo, nel silenzio del nostro archivio parrocchiale, mi sono soffermato a rileggere un documento in cui viene verbalizzato il discorso di congedo che il Delegato Straordinario dei Comuni Uniti di Affori, Bresso, Bruzzano e Dergano tenne di fronte ad un numeroso pubblico riunito nella sala consigliare, in occasione dell’insediamento del nuovo Consiglio Comunale avvenuto il 29 maggio 1870.

In quella circostanza il dott. Giovanni Mazzucchelli si rivolgeva ai consiglieri del Comune di Affori ed Uniti con grande senso civico, sincera ricerca della concordia e del dialogo tra le parti e profondo convincimento del bene comune delle Istituzioni e dei cittadini. Un discorso che, a mio parere, pur a distanza di 148 anni, risulta di molta attualità se siamo attenti a coglierne il significato.

«On. consiglieri ed abitanti dei Comuni Uniti - Nell’atto in cui sto per abbandonare l’onorifico incarico di Delegato Straordinario all’amministrazione del Comune di Affori ed Uniti, mi sento in obbligo di manifestarvi candidamente l’unico scopo per cui assunsi una tale difficile incombenza, scopo che ho la soddisfazione di dichiararvi d’aver ottenuto quale è quello di vedervi oggi qui tutti unti come consiglieri all’amministrazione dei Comuni di Affori, Bresso, Bruzzano e Dergano. Nominato prima vostro Sindaco, quindi Delegato, ho cercato ogni via, come era mio dovere, di assopire ogni spirito di partito, insinuandovi di far valere le vostre ragioni in via costituzionale, cioè col mezzo dei vostri rappresentanti. Ora il principio mio è raggiunto, voi vi trovate qui tutti uniti in una sola Assemblea, a voi tocca di trattare di comune accordo gli affari di ciascun Comune e far sentire all’Autorità Superiore i vostri singoli e comuni bisogni, onde ottenere, per quanto stia in voi, il maggior bene dei Comuni che rappresentate. Non perdetevi in vane gare di campanile, pensate che noi tutti siamo Italiani e che la grandezza della Nazione si ottiene coll’unione e colla concordia di tutti gli abitanti! In quanto al breve tempo che ebbi l’onore di essere alla testa di codesta Amministrazione e come Sindaco e come Delegato Straordinario, non posso a meno che ringraziare di cuore la popolazione tutta della buona accoglienza ricevuta, della rettitudine ed assennatezza degli abitanti. Ignoto affatto a voi tutti, tranne che a quelli del Comune di Dergano, voi mi avete mostrato una vera deferenza col concorrere volonterosi ad alleviare il peso dell’amministrazione nell’adempimento di quanto impone la Legge senza mai darmi alcun motivo di lagno; sono grato a tutta intera la popolazione, né mai dimenticherò il piacere d’aver fatto la vostra conoscenza… Ora date una prova della vostra concordia nella nomina dei membri della Giunta che qui siete chiamati a scegliere…vi assicuro che il mio animo proverà la più alta compiacenza all’udire che voi tutti marciate in comune accordo. Ogni frazione di Comune ha i suoi bisogni particolari e nessuno meglio dei suoi rappresentanti li può conoscere: fate quindi che la scelta non parta da spirito di partito, ma a norma dei bisogni locali delle varie Frazioni e dei suoi cittadini… Addio, brava popolazione di Affori, Bresso, Bruzzano e Dergano, ricordatevi che chi vi dice di resistere per vincere ad ogni costo è vostro nemico… siate sinceri e generosi, datevi la mano reciproca, dimenticate ogni gara personale e, coll’unione, rendetevi forti e veri Italiani, utili al vostro Paese, al nostro Re ed allo Statuto!».

Questo discorso, pronunciato a soli 9 anni dalla conquistata libertà ed unità della nostra Italia, non ha proprio nulla da consigliare ad Istituzioni e cittadini di una Repubblica democratica del terzo millennio?

 

Luigi Ripamonti

Una sera passeggiando per Affori

Passeggiare per Affori è diventato un vero piacere, soprattutto la sera quando la chiusura degli esercizi commerciali ci permette di godere della vista delle serrande abbassate e delle immagini sopra dipinte, che si rifanno ad una serie bellissima di fotografie d’epoca. Rivivono così immagini ormai perdute della vecchia Affori o anche testimonianze di antichi mestieri, di cui non solo non si ha più traccia, ma neppure la memoria è stata mantenuta viva ed è scarsamente nota ai nostri figli e nipoti. Il senso di felicità che deriva dal bighellonare tra le vie centrali di Affori, rese così familiari e vivaci, fa dimenticare anche le paure di aggressioni e scippi, che i recenti eventi delittuosi occorsi hanno fatto nascere e radicare in tutti.

Personalmente c’è anche un’altra considerazione più generale che mi è sorta spontanea in mente durante questa attività da flaneur (passeggiatore, ndr) di altri tempi e riguarda il modo di vedere ciò che ci circonda in senso più lato. Quando si parla di paesaggio che ci circonda (ed è evidente che esso coinvolge tutto ciò che è presente, non solo riduttivamente la vegetazione), bisogna essere consapevoli che esiste come una bassa definizione concettuale, che coinvolge una molteplicità di significati possibili; cioè in poche parole, parlando di paesaggio, si intende qualcosa che per ciascuno di noi può essere differente. Il coinvolgimento emotivo che contraddistingue questa percezione è alto e le persone hanno rispetto ai luoghi, soprattutto quelli che attingono alla loro storia personale, un modo di porsi che può essere diverso.

È chiaro che chi ha il compito istituzionale di intervenire sulle strutture locali (Comune e Municipi, ndr) deve quindi unire i criteri tecnici e scientifici con le passioni, le emozioni e gli affetti in gioco, in modo da operare efficacemente. Anche Affori si trova ad affrontare questa prova in prospettiva, perché con la metropolitana si sta aprendo ad una nuova visione che deve tener conto dell’equilibrio tra tecnica e passione. L’apertura di Villa Litta ad una funzione civile ufficiale, come luogo in cui si possono officiare i matrimoni civili, ne è un esempio che richiede una progettazione ben più globale rispetto ai basilari rappresentati da una sicura pavimentazione all’ingresso.

Faccio un’ultima considerazione sul tema dicendo che ciò che conta è prendere in considerazione il paesaggio in relazione sia alla storia che alle funzioni e sono convinta che il paesaggio così come l’ho definito precedentemente va pensato “solo ed esclusivamente” come paesaggio del futuro.

Questo deve essere l’obiettivo degli addetti ai lavori, ma deve entrare a far parte anche della consapevolezza degli utenti, cioè di noi che ci viviamo dentro e che non possiamo pensare solo a quanto era bello prima e quanto è degradato adesso.

Perché? Ma perché il paesaggio del passato non torna se non come eco, racconto, memoria. È chiaro che indietro non si va, è impossibile, partendo da questa certezza ogni intervento progettuale, se valido, ne deve tener conto.

Quindi si capisce meglio come il ricordo del passato sia così emotivamente coinvolgente, ma rimane valido come documento per guardare al futuro, che necessariamente sarà differente, meglio o peggio dipende da noi o da chi noi scegliamo ci rappresenti nelle decisioni pubbliche, dalla competenza e dalla lungimiranza delle decisioni che verranno prese, parametro la lungimiranza che purtroppo raramente fa parte del bagaglio culturale dei politici.

 

Marinella Mandelli

Votazioni d’altri tempi

Curiosità storiche e qualche riflessione

Sono ormai noti i risultati delle recenti votazioni e già si tenta di decifrare l’humus politico del nostro Municipio 9. Sull’onda delle inevitabili discussioni e dei confronti in corso, mi sono riletto alcuni fogli che ho ritrovato: fogli sparsi riportanti i dati di votazioni avvenute nel passato nei nostri quartieri. Sono dati non in regolare sequenza, ma che ci possono offrire un panorama della situazione socio-politica dell’epoca, in cui esistevano soggetti politici ben qualificati come i cosiddetti “partiti di base”. Ho tralasciato alcuni dati di piccole formazioni, perciò ininfluenti per una visione d’assieme. Oggi il contesto politico e sociale è radicalmente cambiato, il confronto è dunque non univoco. Da questa panoramica, seppur ristretta ed incompleta, si possono però trarre alcune considerazioni socio-politiche del nostro territorio e di come al variare del sistema economico e produttivo (fabbriche, aziende artigianali, uffici) dei nostri quartieri, cambia anche il voto delle classi sociali.

1953, Politiche, AFFORI, Voti validi 8.655, PCI 2549, PSI 1824, PSDI 534 (tot. 4.907), DC 2766, PLI 118, MSI 361 (tot. 3.245).

1958, Politiche, AFFORI, Voti validi 9.845, PCI 2829, PSI 2202, PSDI 729 (tot. 5.760), DC 2996, PLI 360, MSI 332 (tot. 3.688).

1960, Amministrative, AFFORI, Voti validi 9509, PCI 2685, PSI 2470, PSDI 735 (tot. 5.890), DC 2896, PLI 273, MSI 334 (tot. 3.503).

1963, Politiche, AFFORI, Voti validi 9683, PCI 2887, PSI 2076, PSDI 673 (tot. 5.636), DC 2539, PLI 843, MSI 392 (tot. 3.774).

1979, Politiche, AFFORI, BOVISASCA, BRUZZANO, COMASINA, Voti validi 36.532, PCI 12.199, PSI 4.724, PSDI 1.573, PDUP 625, RADICALI 2.104 (tot. 21.225) DC 9.460, PRI 1.306, PLI 833, MSI 1.563 (tot. 13.162).

1979, Parlamento Europeo, AFFORI, BOVISASCA, BRUZZANO, COMASINA Voti validi 33.057, PCI 10.804, PSI 5.507, PSDI 1.603, PDUP 567, RADICALI 1.885 (tot. 20.366), DC 8.224, PRI 1.109, PLI 1.451, MSI 1.372 (tot. 12.156).

2018… tutta un’altra storia.

Luigi Ripamonti

 

 

L’albero storto

Un nostro lettore ci scrive la lettera sotto riportata perché preoccupato per la posizione assunta da un albero troppo inclinato su una zona a verde ad accesso pubblico lungo via Don Grioli, a fianco della Esselunga (foto). Ricorrendo al vecchio adagio che gli alberi (come gli umani) si raddrizzano (educano) da piccoli, ci chiediamo se non sia possibile correggere lo sviluppo dell’albero con i futuri rami ad “inclinazione” verticale, per esempio tagliando il tronco dopo il 4° ramo, in modo che la sua crescita risulti con un andamento più regolare e meno pericoloso. (Gierre)

 

La lettera alla Redazione

«Buongiorno! Volevo segnalare che nel parchetto di via Don Grioli è stata effettuata da poco la potatura degli alberi. Ottimo! Peccato che quello che mi sconcerta (e lo si può vedere dalla foto) che alcuni di questi sono molto pendenti (con una buona inclinazione) verso l’interno del parco, dove ogni giorno il viavai di gente che si diverte o porta a passeggio il cagnolino (poiché proprio lì è presente una zona per i nostri amici animali a quattro zampe) è assai sostenuto. Sarebbe bene verificare se è bene fare un intervento per accertarsi della situazione se critica o meno, poiché oggi come oggi capita sempre più di ritrovarsi improvvisamente sotto una bomba d’acqua accompagnata da forte raffiche di vento. Ora gli alberi sono spogli, ma la prossima primavera o estate, quando saranno belli rigogliosi, saranno più vulnerabili ai forti temporali. Un detto dice che prevenire è meglio che curare. Grazie a tutti» (lettera firmata).

 

 

Vittorio Castiglioni

Nuovo direttore artistico e musicale della Banda d’Affori

Vittorio Castiglioni, docente di musica in ruolo, ha studiato al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dove si è diplomato in clarinetto, poi al Conservatorio Franco Vittadini - Istituto Superiore di Studi Musicali di Pavia, conseguendo con laurea magistrale due abilitazioni all’insegnamento delle discipline musicali, inoltre alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado di Milano per il titolo di strumentazione e direzione di orchestra di fiati, infine al Conservatorio Giuseppe Verdi di Como, conseguendo le lauree di 1° e di 2° livello in composizione polifonica e direzione d’orchestra. Nel 2018 partecipa al concorso della Banda d’Affori e lo vince divenendone il direttore artistico e musicale.

Castiglioni, autore e interprete, è docente di discipline musicali nelle scuole secondarie, ha diretto numerosissimi concerti con cori ed orchestre ed è attivo come direttore artistico di associazioni musicali e culturali. Collabora da anni con formazioni professionali e ha maturato un’esperienza che va dal repertorio rinascimentale all’opera lirica, dal barocco strumentale al genere moderno. Ha realizzato manifestazioni e concerti anche con orchestre come la Sinfonica del Lario, il coro Chanson d’Aube di Milano, il coro Val Tinella di Varese, l’orchestra vocale Numeri primi dell’Accademia Feniarco, l’orchestra Estro Armonico e molti altri. È autore e arrangiatore di numerosi brani e fondatore del coro polifonico Il giardino delle Grazie, che dirige dal 2013, tenendo concerti in molti teatri e chiese come la prestigiosa Collegiata di San Bartolomeo in Borgomanero (Novara).

Inoltre, il coro Val Tinella -una delle più importanti formazioni corali pluripremiata ai concorsi internazionali- per gli approfonditi studi sulla musica popolare condotti dal maestro Castiglioni (culminati con la sua tesi di laurea magistrale proposta dal direttore del Conservatorio di Como come libro di testo al liceo musicale) ha deciso di inserirlo ad honorem nel proprio libro corredato di CD per celebrare i 50 anni di attività e di invitare il maestro alla serata di presentazione e concerto del 14 aprile a Gavirate (Varese), che vedrà la presenza di artisti e compositori di fama come Bepi De Marzi.

Concetto Beffumo

presidente della Banda d’Affori

 

 

Un tuffo nel passato nella Milano e zone limitrofe dal 1869

Elezioni vintage

Questo momento di acceso dibattito preelettorale e di febbrili trattative fra partiti e correnti mi dà motivo per ricordare un periodo storico altrettanto vivace e molto più intricato per le varie vicende politiche ed amministrative succedute alla neo realtà di un’Italia libera e unita, appena sbocciata dalle turbolenze del Risorgimento sino alla fatidica data del 1861.

Nella nostra Milano e zone limitrofe fu un rincorrersi ed un aggrovigliarsi di situazioni, la cui descrizione meriterebbe molto spazio e competenza.

Restringendo il campo della trattazione alla nostra zona ricordo che il Comune di Affori e Uniti (1869-1912) comprendeva anche Bruzzano, Bresso e Dergano: una periferia in rapida espansione demografica a causa di una massiccia immigrazione di manodopera con tutte le problematiche annesse (abitazione, assistenza, istruzione, sanità…). In breve tempo si è venuta a creare in zona un’emergenza imprevista dovuta, oltre alla crescita della popolazione (6.514 cittadini), ad un conseguente intreccio di contrasti (non solo verbali), che hanno portato la situazione amministrativa e politica ad un impasse tale da esigere il commissariamento del Consiglio Comunale fino alle elezioni dell’11 gennaio 1903.

Affori e Uniti aveva già acquisito un’importanza in campo politico-amministrativo tale da indurre l’Amministrazione Centrale a scorporarlo come “seggio elettorale distaccato”. Lo desumo, infatti, da un interessante documento riguardante «Seggi elettorali ed elezioni»: si tratta di un Regio Decreto datato Roma 14 marzo 1880 e firmato da Umberto I, per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Re d’Italia. Con questo Decreto si separa il Comune di Affori e Uniti dalla VI sezione del II Collegio elettorale di Milano per formare una Sezione distinta dal Collegio stesso: «Visti gli articoli… veduta l’istanza del Comune di Affori e Uniti… ritenuto che il Comune di Affori e Uniti dista 10 chilometri dalla sezione elettorale cui di presente appartiene e che per tale distanza torna incomodo agli elettori di quel Comune la partecipazione alle votazioni… ritenuto che gli elettori del Comune di Affori ed Uniti sono 53 e così in numero superiore a quello determinato per minimo dall’articolo 64 della Legge elettorale… considerando che per la istituzione di una sezione elettorale nel Comune di Affori ed Uniti sarà reso più agevole a quegli elettori l’esercizio del loro diritto… sulla proposta del nostro Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno abbiamo decretato e decretiamo… Il Comune di Affori ed Uniti è separato dalla VI sezione del II Collegio elettorale di Milano e costituirà una sezione distinta dal Collegio stesso…».

Un po’ di storia: in seguito alle dimissioni del Governo Cairoli, Re Umberto I scioglie la Camera e fissa nuove elezioni politiche. Alle urne sono chiamati ad esercitare il diritto di voto 621.896 cittadini italiani (2,2% della popolazione), ma votano solo in 358.258 che danno 210 deputati alla “sinistra storica”, 80 all’estrema sinistra, 20 ai radicali e 170 alla destra conservatrice. Il Governo viene affidato al socialista Agostino Depretis. Fra i molti provvedimenti e decreti venne pertanto varata una riforma della legge elettorale (1882) che stabiliva il diritto al voto adeguandola alle nuove realtà sociali.

Per quanto riguarda la nostra zona va notato che il Comune di Affori e Uniti all’epoca contava 7.302 abitanti ma gli aventi diritto al voto erano ancora una esigua minoranza della popolazione, cioè cittadini che, sapendo leggere, scrivere e far di conto, avevano un discreto reddito e pagavano oltre lire 10 di tasse.

Considerata la composizione della classe sociale della nostra zona a fine ‘800 si può capire perché già nelle elezioni amministrative del 1899 risultasse l’affermazione dell’Unione dei partiti popolari, confermata in seguito nelle politiche del giugno 1900 con l’avanzata dell’ala dell’estrema sinistra. Bovisa-Dergano-Affori passarono alle cronache come il Triangolo rosso, mentre le amministrative del luglio 1900 riaffermarono il progresso della componente moderata di sinistra.

E qui la tirannia dello spazio mi costringe a rimandare ad altra occasione l’approfondimento di questo periodo molto travagliato e sofferto, che ha dato però una forte spinta al progresso civico-amministrativo del nostro Paese, in merito ai diritti personali e di classe, alla vigilia della bufera del ventennio di dittatura fascista. Uno spunto finale me lo forniscono i risultati delle elezioni politiche del 26 ottobre 1916 nella nostra zona: su un totale di 3.413 iscritti, votanti 1893 (55%), 712 voti (36%) avv. Degli Occhi (lista cattolica), 130 voti (7%) a Pavia (lista radicale), 1.051 voti (56%) Lazzari (lista socialista).

Le continue lotte per il progresso in campo civico, amministrativo e politico, per il riconoscimento dei diritti della classe operaia e dei singoli cittadini hanno portato il nostro Paese a dotarsi, 70 anni fa, di una Costituzione democratica che ha coronato con dignità il nostro primo e secondo (la Resistenza) Risorgimento e che, specialmente in questi giorni, permette a tutti i cittadini di affrontare la consultazione elettorale con libertà di scegliere democraticamente persone ed Istituzioni che garantiscano il buon governo della Nazione.

Sono lontani i tempi in cui il diritto al voto offendeva la massa di cittadini più indifesi come una ingiusta discriminazione di classe. Fu una lotta né breve, né facile, ma pure sacrosantamente giusta!

Luigi Ripamonti

 

 

Le serrande di Affori

Come già riportato sul numero di ABC dicembre 2017, tra i moltissimi negozianti è esploso l’entusiasmo di far imprimere sulle proprie serrande immagini riproducenti scorci della Vecchia Affori. È un modo per mostrare ai più giovani com’era il quartiere ai primi del ‘900 e per non dissolverne il ricordo dei diversamente giovani. Tanti viandanti, al calar della sera, specialmente in questi giorni d’inverno, passeggiando per Affori, possono aver notato, sicuramente con piacere, qualcosa di diverso sulle cieche serrande di un negozio chiuso. Su numerose clèr (trad. saracinesche), termine popolare derivante da una nota marca di una conosciuta ditta di serrande avvolgibili, si possono vedere opere riprodotte da artisti, per lo più giovani, che si rifanno, con una ottima tecnica pittorica rigorosamente in bianco e nero, ad immagini e paesaggi della vecchia Affori, contestualizzate ad ogni strada o angolo del nostro quartiere. Dipinti eseguiti alla perfezione da sette artisti delle Belle Arti, che si alternano: Alejandro Rodriguez, Arianna, Walter, Sara, Gabriele, Rita, Ilaria. Animatrice e ideatrice di questo vero e proprio museo da marciapiede è Maria Anna Caracciolo, che noi chiamiamo simpaticamente Marianna, rifacendoci forse istintivamente alla combattività e alla determinazione dell’eroina sulle barricate della Rivoluzione Francese. Fuor di metafora Marianna, con un gruppo di amici, collaboratori e vari artisti, sta “arredando” le nostre strade, ed è piacevole camminare e incontrare immagini di un’epoca passata.

Naturalmente a fornire soggetti e immagini è il nostro ineffabile amico (da noi eletto ad honorem “senatore” afforese), Luigi Ripamonti, che tutti i mesi potete trovare su ABC con storie e narrazioni che ci fanno sentire una forte e positiva comunità.

 

Margot e Gierre

 

Peccato che questo spettacolo si può ammirare solamente la sera o la domenica, quando i negozi sono chiusi.

 

Diverrà un invito a fare uscire gli abitanti anche dopo cena, per ammirare queste belle opere. Un plauso ad Anna in primis ed agli artisti esecutori in secundis.

Finestre di storie aperte sulle serrande chiuse

Una gradevole chiacchierata con l’ideatrice e delle serrande d’arte MariaAnna Caracciolo

Come Le è sorta questa brillante idea?

Le idee migliori mi vengono quando cammino per strada o vado in bicicletta! Osservo tutto ciò che vedo e provo ad immaginare come sarebbe quella strada, quel negozio, quell’edificio se avessi la bacchetta magica. Tante le idee, ma devo frenarmi perché ho una fantasia compulsiva!

Da dove trae questo amore per il quartiere e per le cose artistiche?

Sono afforese, ma non di nascita. Ho un debito di riconoscenza verso il quartiere dove ho vissuto per la maggior parte della mia vita. Tanti i ricordi incancellabili! Tra questi la via Armellini, dove piccolissima realizzavo su tavolette di legno dei collage con frutta e verdura (avanzi del fruttivendolo): piccoli quadri di natura viva. Colla, bucce di mele, di patate, pezzi di carota, pera, ciuffetti di prezzemolo… ogni avanzo mi permetteva di creare visi o scenari. Alcune volte riuscivo a vendere i miei manufatti e comperavo caramelle al rabarbaro di cui ero ghiotta. Oppure li lasciavo in mostra sopra i davanzali delle finestre sulla strada. Raccoglievo su quella via, non completamente asfaltata, tutti i sassi che avessero forme particolari per poi dipingerli strofinandoli con le bucce delle arance, con il nero del lucido per le scarpe o con la farina gialla addizionata con colla. Ho conservato uno di questi sassi fino a pochi anni fa: un trasloco me ne ha fatto perdere le tracce, purtroppo!

E l’idea delle serrande?

L’idea di vedere il mio quartiere rappresentato in un “come eravamo” attraverso foto antiche mi ha spinto l’anno scorso a pensare di realizzare dei murales (progetto non abbandonato e che spero di realizzare, burocrazia permettendo) su una parete lunghissima che circonda una casa di cura non molto distante. Una sorta di expo plein air di immagini che fossero la riproduzione esatta di foto storiche del quartiere. Un racconto che non è nostalgia, ma un rafforzare il senso di appartenenza al nostro territorio, rispettandolo e facendolo rispettare. Ricordare il passato non è segno di senilità compassionevole o di arrendevolezza al non progettare il futuro. È da qui che nasce il progetto della storia di Affori sulle serrande! Camminare nelle strade del quartiere e vedere sulle saracinesche dei negozi un amarcord fotografico degli anni ‘50 e a ritroso, in splendidi dipinti tutti in bianco e nero o color seppia.

Con chi concretamente ha dato vita al progetto?

Coloro che hanno permesso la realizzazione di questo progetto sono in primis i commercianti, che hanno aderito con slancio alla proposta. Gli artisti, voluti da me soprattutto tra i giovani, sono in cerca di opportunità di lavoro, molti di loro sono afforesi, compresa la giovanissima tredicenne Lucia, che con il permesso dei genitori è stata inserita e coccolata dal team. La figura centrale del progetto è stato un personaggio storico del nostro quartiere, afforese doc, che abbiamo l’orgoglio di leggere nei suoi curatissimi libri e nei suoi interventi su Facebook: il grande Luigi Ripamonti, che con il suo archivio ha dato un enorme supporto nella ricerca di vecchie foto: non lo ringrazierò mai abbastanza! Ogni foto è contestualizzata alla via dove il negoziante ha l’esercizio. Finestre di storia aperte sulle serrande chiuse! Hanno pubblicizzato il nostro impegno i giornali quotidiani e periodici, compreso il nostro ABC che, con questo numero, con ampio spazio, fa entrare in ogni casa dei quartieri di Milano nord il lavoro svolto e il nostro impegno.

È un progetto ancora aperto?

Continuiamo senza montarci la testa e con umiltà! Chiunque volesse entrare nel gruppo degli artisti è benvenuto! L’apprezzamento del Municipio 9, della nostra comunità religiosa, dell’associazione commercianti, degli Afforesi (tra loro tanti che si impegnano già da tempo per il quartiere) è stato ed è presente, dando un valore aggiunto a tutto il nostro lavoro. Vedere l’interesse e la gioia degli abitanti, giovani e non, per le opere ci gratifica. Sono un segnale che Affori c’è e sente il senso di appartenenza al territorio. Ora anche altri quartieri limitrofi si stanno attrezzando per emularci! Grazie infinite a tutti!

 

Intervista a cura di Gierre

Nuovo Centro Pastorale Sant’Agnese

Inaugurato dall’Arcivescovo di Milano Mario Delpini

Grande festa ad Affori per l’inaugurazione del nuovo Centro Pastorale Sant’Agnese, ex Oratorio femminile, completamente recuperato e ristrutturato per le attività della Comunità parrocchiale.

La struttura interamente messa a nuovo costa di un salone con un ampio palco e servizi annessi e due piani superiori con locali freschi di vernici destinati alle attività sociali ed ecclesiali della Parrocchia. La Festa è incominciata con la Santa Messa presieduta dal nuovo Arcivescovo di Milano, Mons. Mario DELPINI, nominato recentemente da Papa Francesco, dopo il pensionamento del Cardinale Scola, che era succeduto al Cardinale Tettamazi, anche lui per limiti di età messo in pensione e recentemente scomparso. Santa Giustina era strapiena e l’aria solenne della funzione religiosa trasmetteva ancora di più l’importanza del momento e l’accorata partecipazione dei fedeli e della popolazione. Alla fine della funzione religiosa si è passati all’inaugurazione del nuovo Centro. A fare gli onori di casa è stato il parroco don Edy Cremonesi che ha presentato all’Arcivescovo gli esponenti della Comunità pastorale e le autorità civili rappresentate per l’occasione da esponenti del Municipio 9 nelle persone del presidente Giuseppe Lardieri, che ha salutato l’alto prelato con un intervento molto accorato, dell’assessore municipale Turato e dal consigliere Gesmundo. Interesse immutato, anche per le sorprese di ricerca storica della comunità afforese, come sempre l’ha dato l’intervento di Luigi Ripamonti. Il recupero della struttura è stato possibile anche grazie alla generosità di tanti parrocchiani, ma soprattutto di una signora di Affori che ha donato alla parrocchia un appartamento, che dopo la vendita ha dato la risorsa economica decisiva per la ristrutturazione del Centro Sant’Agnase di Affori.

 

Gianni Russo

Sposarsi a Villa Litta ora si può!

Il presidente Lardieri non abbandona l’idea romantica anche di cerimonie notturne

Non manca nulla per rendere operativa la sala matrimoni e i connessi servizi al piano terra di Villa Litta per celebrare i matrimoni civili. Sono arrivati gli arredi e tutto quanto serve per accogliere sposi e invitati. ABC ha accompagnato il presidente del Municipio 9, Giuseppe Lardieri, in un sopralluogo informale per la sistemazione di sedie di rappresentanza (foto), tavoli, scrivanie, computer, sistemi audio per la diffusione vocale e brani musicali che accompagna ogni matrimonio. È molto seducente l’idea che Villa Litta, come abbiamo scritto più volte, possa diventare al più presto, oltre che un luogo di cultura (Biblioteca) e socialità (Villa Viva!), anche una location per unire gli sposi con lo scopo di realizzare un sogno d’amore e creare una famiglia, vista anche la posizione dei locali che si affacciano sotto il porticato d’ingresso alla Biblioteca e quello che si affaccia direttamente sul bel Parco retrostante che, come già scritto su queste pagine, sarà debitamente illuminato e sorvegliato. Un punto ancora in sospeso rimane la pavimentazione delle aree esterne, dall’ingresso da viale Affori, sino allo slargo della fontana, ora in calcestre e soggetto a facile usura, per la necessità di accesso dei mezzi di servizio (Amsa, VVFF, ambulanze, Polizia). Bisognerà fare i conti con la Sovraintendenza, ma pare che siamo a un buon punto. Si accettano prenotazioni, dice Lardieri che è un fiume in piena e già immagina situazioni e scenografie che con il recupero dei locali ex Asl (al piano terra sulla sinistra), che recuperati faranno della nostra Villa un punto di pregio per il quartiere e la Città. Nei locali restaurati si potranno anche svolgere, quando non impegnati per i matrimoni, eventi culturali (convegni e piccoli concerti da camera) ed essere luogo di riunione a disposizione dei cittadini. Naturalmente tutto avrà un costo, ma sicuramente a tariffe moderate e sostenibili, come è negli scopi della buona pubblica amministrazione. A noi cittadini resta il compito di rispettare le regole e soprattutto la struttura e il Parco, dei quali ognuno di noi si deve fare custode, anche telefonando nei casi gravi al 112.

È questo descritto un bel risultato voluto dai cittadini, dal Comune di Milano e dalle amministrazioni locali che si sono succedute, dai Consigli di Zona del passato all’attuale Municipio 9 che, ad onor del vero, non mette meno impegno per raggiungere obiettivi ambiziosi e di qualità; ed è lodevole lo sforzo corale (di amministrazioni di diverso colore) di puntare al bene comune, come deve essere in ogni nazione e città civile. E Milano lo è.

 

Gianni Russo

I 100 anni dell’Istituto Achille Ricci

Quando la filantropia e la generosità erano fonti di crescita sociale e personale dei più svantaggiati; quando i fanciulli erano al centro dell’attenzione della classe dirigente per un’Italia più giusta.

Il prossimo anno, il 2018, l’Istituto Achille Ricci di via Sbarbaro festeggerà un traguardo importante: 100 anni di vita e l’impegno a favore dell’infanzia. Quando incomincia la vostra storia?

Una storia bellissima quella dell’Istituto Achille Ricci, già Convitto fanciulli gracili e orfani di guerra, nata dall’incontro di persone di spicco della società lombarda dell’epoca che, all’indomani di un conflitto sanguinoso e catastrofico come fu la Prima Guerra Mondiale, decisero di mettere a disposizione dei più deboli denaro, competenze e anche autorevolezza e capacità di guardare al futuro. Nell’ottobre del 1918 la Croce Rossa Americana, con la sua donazione di 250.000 lire, diede l’avvio ad un progetto desiderato e poi generosamente sostenuto da personalità quali la duchessa Carla Visconti di Modrone, l’ingegner Gian Battista Pirelli, i fratelli Mario e Aldo Crespi con le rispettive consorti, il dott. Temistocle Della Vedova e il dott. Bertarelli, luminari in ambito medico ma soprattutto uomini generosi.

Quanto generosità ci fu verso il vostro Istituto?

Per averne un’idea basta recarsi, ancora oggi, nella veranda della scuola e leggere i nomi dei Fondatori e Benemeriti sulle lapidi per capire subito che a credere in quel progetto fu la Milano delle grandi famiglie borghesi, ma anche aristocratiche, che si sono sempre contraddistinte per gesti di grande filantropia.

L’educazione dei fanciulli e dei giovani è la vostra missione?

In cento anni quello che poi fu denominato Istituto Achille Ricci -che ha preso il nome dal Grand’Ufficiale che si prodigò per la crescita economica e strutturale dell’Ente- si è sempre distinto per l’attenzione e l’impegno verso i piccoli, la loro cura ed educazione.

Come festeggerete l’avvenimento?

Oggi, noi tutti che siamo i depositari di questa importante storia vogliamo festeggiare questo traguardo con una serie d’iniziative, che vedranno coinvolti alunni, genitori, insegnanti, personale non docente e ovviamente anche il Consiglio di Amministrazione.

Come pensate di organizzare questo storico evento?

Qualche giorno fa si è riunita la Commissione del Centenario, di cui fanno parte esponenti del Consiglio di Amministrazione, alcune insegnanti e un gruppo di genitori volontari, che avranno il compito di organizzare la grande festa che si compone di: attività che gli alunni svolgeranno in classe, ripercorrendo aspetti salienti della storia e dell’attività dell’Istituto e che sfoceranno in una mostra e in un libretto da loro realizzato; uno spettacolo teatrale preparato dall’insegnante di teatro, dal simpatico titolo Alla ricerca del signor Achille Ricci, figura sì di spicco, ma della quale si trovano pochissime notizie e pertanto i nostri ragazzi partono alla ricerca di aneddoti e notizie, proprio perché conoscere la storia della propria scuola vuol dire conoscere meglio se stessi; un cortometraggio che rientra nel progetto Cinema a Scuola a cura di Luigi Allori, che vuole ripercorrere le orme di Achille Ricci e dei tanti personaggi coinvolti nella storia dell’Istituto; un progetto che, ispirandosi al passato dell’Istituto, cioè al servizio verso la comunità, si vuole proiettare al futuro attraverso l’utilizzo della robotica. Questo progetto coinvolgerà i ragazzi della scuola secondaria di primo grado che saranno formati e accompagnati nella realizzazione di laboratori di robotica per i bambini della nostra primaria e poi per quelli ospedalizzati. Il progetto sarà realizzato in collaborazione con l’Università Bicocca e l’associazione Yunik. In ultimo, se ci vorranno aiutare, uno spettacolo di cabaret con bravissimi comici per tanto divertimento. E poi conferenze e momenti di formazione aperti ai genitori e alle insegnanti del nostro Istituto e del territorio.

Ci sembra un programma intenso e molto vasto!

Certo, un programma intenso e anche ambizioso, ma degno di celebrare l’importante storia centenaria del nostro Istituto. Ovviamente, per realizzare questo programma sarà necessaria la collaborazione di tutti gli utenti dell’Istituto e se anche qualche lettore di ABC vuole partecipare ne saremmo felicissimi.

Una richiesta che troviamo molto coinvolgente, con quali motivazioni?

Il perché chiediamo coinvolgimento e aiuto è semplice; perché questa festa è la «festa di tutti noi», che ogni mattina varchiamo i cancelli di questa scuola, che viviamo su questo territorio dove esiste una risorsa così grande! Chi fosse interessato per avere maggiori notizie o semplicemente volesse rimanere informato può scriverci a centenario@istitutoachillericci.net. Le singole attività le potremo realizzare solo se insieme sapremo trovare la modalità migliore per metterle in pratica.

Quindi il Centenario come punto di avvio di altri 100 anni?

Attraverso il Centenario e le attività progettate, vogliamo farvi conoscere la nostra scuola e ovviamente, nel solco dei grandi nomi del passato, proseguire la nostra attività per altri cento anni.

Intervista a cura di Gierre

Chiude il Circolo Culturale Italo Calvino

Più povera la cultura ad Affori e in città

«Avendo esauriti i punti all’ordine del giorno, alle ore 22.05, il presidente dichiara chiusa l’Assemblea». Questa fredda frase burocratica, scritta sul verbale di scioglimento del 22 novembre 2017, chiude i battenti (secondo noi fragorosamente) una delle eccellenze dei nostri quartieri e della città: il Circolo Culturale Italo Calvino di Affori, che aveva appena festeggiato i suoi 30 anni di attività culturale e sociale il 13 maggio con un seminario a Villa Litta nel Salone delle Arti e il 20 maggio con una bella festa e una pubblicazione monografica che illustra il contesto della sua nascita e il percorso trentennale di iniziative ed eventi di qualità. In quell’occasione fummo invitati come Associazione Amici di ABC a lasciare una testimonianza per festeggiare il 30° compleanno con un messaggio celebrativo dal sottotitolo: «Perla culturale e sociale ai confini della metropoli lombarda». Ed era così, perché nella sede del Calvino, e specialmente nel Salone delle Arti, ma non solo, si sono succeduti negli anni incontri con personalità anche di prestigio chiamate a discutere con i cittadini di politica, condizione sociale, storia, filosofia, letteratura, musica e ricerche tecnologiche.

La notizia di questo evento non lieto, per chi ha cura della cultura e della crescita sociale dei nostri quartieri, ci giunse circa un mese fa (v. ABC novembre 2017) e l’incredulità fu la prima reazione: nel corso di una telefonata con la presidente del Circolo, Concetta Piazzetta, fummo informati dell’Assemblea del 22 novembre, la sola che poteva ufficialmente decidere tale circostanza. Ora a cose fatte abbiamo chiesto a Concetta quali sono state le motivazioni di tale decisione e la risposta è stata di una semplicità disarmante quanto dolorosa: «La prima ragione è stata la constatazione dell’esaurimento delle forze del gruppo dirigente al quale non si sono aggregate nuove forze; la seconda deriva dalle sempre più esigue risorse finanziarie, cala il numero dei soci e con essi anche i piccoli contributi volontari; la partecipazione ai bandi diventa più difficile perché sono sempre meno e poco aderenti alle nostre attività. La decisione di portare in assemblea lo scioglimento del Circolo è stato un passo dolorosissimo per me, perché l’esperienza vissuta al Calvino è stata una gran parte della mia vita intellettuale e di impegno sociale. Quando abbiamo cominciato a prendere atto che le difficoltà nella conduzione del Circolo stavano diventando serie, abbiamo discusso tra di noi e avevamo pensato di aprire un dialogo con la Cooperativa Abitare per ragionare delle cultura all’interno della struttura; eravamo nella scorsa primavera e così pur parlandone con la presidenza precedente, abbiamo aspettato il rinnovo delle cariche del CdA pensavamo che, come è successo per altre realtà presenti nella Cooperativa, la presidenza ci convocasse per conoscerci e in quell’occasione avremmo potuto illustrare le nostre idee. Ci illudevamo. Non è successo niente di tutto ciò. Abbiamo avuto il piacere di incontrare i due Consiglieri con delega al sociale e il vicepresidente solo due giorni prima dell’assemblea straordinaria di scioglimento. Ormai era veramente troppo tardi».

La meraviglia si fa ancora più forte in noi che dall’esterno abbiamo visto il Calvino nel sistema della Coop. Abitare (e prima nell’ex Coop. Unione Operaia di Affori) e il Centro Culturale di Niguarda, che insieme le vedevamo come eccellenze culturali della potente cooperativa di via Hermada. «Invece c’era una grande differenza tra le due realtà culturali, quella di Niguarda è organica al personale di Abitare e quindi chi gestisce le iniziative è salariato, mentre il Calvino è, anzi era, tutto fondato sul volontariato, dai dirigenti ai soci, e la Coop. Abitare ha solo lasciato il comodato gratuito dei locali, ma tutte le altre spese sono sempre state in carico al Calvino».

Continuiamo a pensare che si poteva fare di più per non far chiudere un presidio culturale così radicato. «Forse -sospira la ormai ex presidente- ma non abbiamo avuto segni incoraggianti in questo senso».

L’amara chiusura ancora non ci capacita, perché pensiamo che lo sforzo finanziario per tenere in piedi il Calvino non sarebbe stato proibitivo, non privando così il quartiere di Affori di un suo presidio culturale consolidato, con 30 anni di attività, e dando opportunità ai giovani per tenerlo in vita. Ma è noto che l’utile non sempre coincide con il meglio, e che il migliore dei mondi è per i “candidi”, ma questa è un’altra storia.

 

Gianni Russo

La Parrocchiale di Santa Giustina

I nostri antenati l’hanno voluta nel cuore di Affori come luogo di culto, ma non solo, come simbolo di unità e aggregazione di un paese in un momento storico importante del suo cammino verso il progresso civico e sociale. Ammirandola nella sua purezza di stile neoclassico e nella sua ampiezza, vien da domandarci come mai una chiesa così spaziosa per un paese di poco più di duemila abitanti (cassine comprese) e così maestosa in rapporto alla cultura, in genere medio bassa di estrazione contadina e artigiana della popolazione. L’antica parrocchiale (sec. XIV), nonostante le varie ristrutturazioni, era ormai inadeguata a contenere il popolo dei devoti in costante aumento. Problemi di spazio ed igienici hanno sollecitato il parroco Astesani a progettare un nuovo luogo di culto più accogliente. Un progetto ripreso ed attuato dal suo successore, il parroco don Panceri, il quale ne fece compartecipi il Comune, gli Estimati, i nobili abbienti del paese (tra i quali va doverosamente segnalata la nobildonna Antonia Lorenzini ved. Osculati) e la popolazione tutta («la povera comunità della borgata»).

Una lunga e complicata storia (che ho già descritto in mie pubblicazioni) iniziata con lo studio del luogo dove costruire, la raccolta dei fondi, l’espletamento delle pratiche ed infine il pagamento di una discreta somma alla concittadina Marietta Osculati in Brigola proprietaria del terreno. La costruzione venne affidata al famoso architetto Giacomo Moraglia (centinaia fra chiese e pubblici palazzi all’attivo), che nel 1856 firmò il progetto.

La prima pietra venne posta il 15 marzo 1857. La stretta collaborazione tra costruttori, volontari del paese e finanziatori facilitò la rapida realizzazione dell’ampio edificio che il 23 ottobre 1859 (in poco più di 2 anni) venne aperto al pubblico culto. Occorrerebbe molto più spazio e tempo per narrare quanto in questi due anni di frenetico lavoro si possa tramandare agli Afforesi del terzo millennio: un’autentica maratona in cui sono condensati episodi di entusiasmo allo stato puro, di abnegazione, di collaborazione attiva. La parrocchiale, infatti, assomma e custodisce nella sua bellezza il prezioso contributo di un popolo unito nel dotarsi di un valore di devozione e di arte.

L’antica parrocchiale (in piazzetta Cialdini, ora trattoria o locanda) e la sua ultrasecolare torre, ormai sostituite dal nuovo edificio, vennero abbandonate al loro destino. Una nota storica è di dovere: dopo la sanguinosa Battaglia di Magenta (4 giugno 1859) il gen. Cialdini accampò i suoi bersaglieri nelle terre tra Affori e Bruzzano. I nostri vecchi tramandano che in tale occasione, non avendo a disposizione sufficienti strutture ospedaliere per i numerosi feriti, molti di essi vennero ospitati nella nostra parrocchiale (allora in costruzione) ed altri in Villa Litta, grazie alla collaborazione dei proprietari fratelli Enrico e Gaetano Taccioli. Nella costruenda parrocchiale, quindi, il primo estremo sacrificio fu quello dei bersaglieri deceduti in seguito alle ferite. Questa breve premessa per presentare il complesso che andremo a scoprire nei suoi particolari.

Edificio non solo luogo di culto, ma anche scrigno di opere d’arte che concorrono ad arricchire il patrimonio storico ed artistico del nostro quartiere, che vanta oltre un millennio di storia. La disponibilità finanziaria e l’amore per l’arte ed il bello degli Estimati Afforesi ci hanno fatto dono di una chiesa che da 158 anni esatti riscuote l’ammirazione degli Afforesi e non solo. Pur avendo subito l’oltraggio della parziale distruzione causata dal bombardamento del 10 settembre 1944, ancora oggi si presenta nella bellezza dello stile neoclasssico particolarmente caro al famoso architetto Moraglia, che in questa ultima sua opera volle prefigurare un modello per una futura cattadrale. L’interno offre lo spettacolo che il neoclassico con le sue arcate e il tutto tondo manifesta nell’armonia delle sfere, la struttura a corpo unico e lineare, le volute dei capitelli in stile corinzio. L’avvolgente abside e l’ampia cupola, con la luce penetrante dalle policrome vetrate, danno una maestosa visione d’assieme. La facciata è già un’ottima presentazione dell’edificio: il suo ideatore non vide il coronamento dell’opera (causa grave malattia), che venne completata dal figlio Pietro. All’interno lo sguardo si focalizza sul maestoso altare marmoreo, egregia opera dell’arch. Luigi Clerichetti, donato nel 1862 dalla sorella, Giulia Clerichetti ved. Taccioli. Due stupendi cherubini ed un Cristo benedicente lo rendono ancora più prezioso: sono opere dello scultore Luigi Marchesi, fratello del famoso Pompeo. Opera dello stesso arch. Clerichetti è l’artistico altare marmoreo della cappella dedicata alla Vergine Maria. Essa fu voluta dagli Eredi di Luigi Taccioli per collocarvi la preziosa tavola del primo ‘500 raffigurante il tema leonardesco della Vergine delle Rocce, donata con testamento olografo del padre in data 10 settembre 1844. È quest’ultima un’opera d’arte per la quale si son versati i classici fiumi d’inchiostro. Una schiera di studiosi, critici di storia e di arte, illustri nomi italiani ed esteri l’hanno studiata, ne hanno scritto e illustrato in riviste d’arte, nel tentativo di dare un nome al grande artista di così eccellente opera. Tutti concordano comunque che siamo alla presenza di un’opera di un grande artista dei primi del ‘500, comunque un maestro con bottega ed allievi. Ne danno prova le copie della stessa in collezioni e mostre private e pubbliche. Ma non è il solo gioiello d’arte custodito nella nostra parrocchiale. (continua)

 

Luigi Ripamonti

Omicidio a Villa Litta

Una rapina finita in tragedia, alla famiglia le condoglianze di ABC

In modo brutale, presumibilmente per rapina, è stata uccisa nel viale centrale d’ingresso a Villa Litta, da via Taccioli, la nostra concittadina Marilena Negri. Aveva 67 anni e portava a spasso il suo cane nel parco quando è stata aggredita; abitava in via Novaro 8 a poco più di cento metri dal luogo del delitto.

Prima di ogni altra considerazione, come giornale locale, vogliamo scrivere ed esprimere parole di condoglianze e solidarietà alla famiglia, ai figli e alla figlia, proprio come si fa per le persone che vivono nello stesso cortile e nelle stesse strade. La nostra Redazione è in via Osculati, a qualche decina di metri da Villa Litta e quindi anche noi, come tanti cittadini di Affori, ci sentiamo toccati da questa disgrazia e ci sentiamo anche noi parte offesa da questa brutalità. Abbiamo raccolto a Villa Litta tante espressioni di rammarico e raccapriccio per la sua terribile morte; tanti ricordano la signora Negri come persona gentile e distinta, incrociata magari per le nostre vie o a Messa in Santa Giustina.

I fatti sono ormai conosciutissimi perché tanto ne hanno scritto i giornali quotidiani e parlato in Tv, nelle reti locali e nazionali. Come succede a chi ha un cane, la passeggiata di prima mattina è un rito e una necessità irrinunciabile e come tanti Marilena portava Liz, la sua cagnolina beagle, a spasso nel vicino parco della storica villa. Ma fatti solo poche decine di metri nel viale d’ingresso da via Taccioli veniva aggredita presumibilmente a scopo di rapina, la sua borsetta è stata trovata vuota sul prato adiacente al viale: con tutta probabilità è stata minacciata da un bruto con un coltello alla gola, strappandole la catenina, e nella possibile concitazione l’arma le recideva la carotide. La poverina si è accasciata ferita a morte e così è stata trovata da un cittadino con il suo cane che ha dato l’allarme. Inutili i soccorsi, subito peraltro accorsi, e inutile la trasfusione in emergenza per rianimarla. Tutto il tragico evento si è svolto in una zona ben illuminata -circa un anno e mezzo fa era stata rifatta l’illuminazione con l’installazione di numerosi lampioni in sostituzione di quelli bassi vandalizzati- e coperta da nuove telecamere che hanno sicuramente ripreso parte del crimine, la dinamica del quale è all’esame delle autorità inquirenti, che già stanno facendo comparazioni con casi di aggressioni avvenuti nei nostri quartieri, per risalire velocemente al responsabile del crimine. Sul posto erano subito accorsi i rappresentanti delle Istituzioni cittadine, l’assessora alla Sicurezza, Carmela Rozza, e il presidente del Municipio 9, Giuseppe Lardieri.

Ora, a corto di notizie sicure e di certezze, i media e le parti politiche stanno commentando l’accaduto, secondo propri costumi e stile. Ci sguazzano certe trasmissioni di ‘denuncia’ allarmistica, che hanno persino inscenato dirette da Villa Litta, la sera dopo, riprendendo l’inviato (al nulla) e un gruppo di persone chiaramente preavvisate e prearrabbiate, in un buio di scena che non corrispondeva affatto alla scena del crimine, che invece risulta ben illuminata e sorvegliata. Certo il Parco è da illuminare di più e da mettere in maggiore sicurezza in tanti punti: vogliamo credere che la morte della nostra concittadina Marilena Negri serva a sveltire le pratiche della prevista illuminazione anche all’interno del Parco e dedicare a lei queste opere di messa in sicurezza. Come Afforesi respingiamo l’immagine di un quartiere di periferia diseredato in mano alla delinquenza o all’incuria.

Scriviamo queste righe proprio il giorno nel quale ricorre la Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne ed è tragico dover constatare come le nostre concittadine siano le vittime più frequenti di tante violenze.

 

Giovanni Russo

Il difficile parcheggio malgrado il contrassegno

È indubbio che il nostro quartiere abbia un problema alquanto evidente per quanto riguarda i posti auto. Non è raro infatti che nel tentativo di trovare un posteggio si impieghino anche 15-20 minuti e che dopo ricerche disperate lo si trovi in punti non proprio vicini alla nostra meta. Il disagio ricade in primo luogo sui residenti che non hanno o che non possono permettersi un posto auto riservato o un garage, costretti, soprattutto alla sera, a vagare per le strade nella speranza di trovare un buco libero non troppo lontano da casa; un desiderio, questo, che vedono raramente avverato. Accade spesso, inoltre, che la mancanza di posti spinga chi è più di fretta a sostare in luoghi non propriamente adibiti a tale uso. Ad esempio è stato più volte oggetto di dibattito il fatto che l’ingresso di Villa Litta sia abitualmente utilizzato come parcheggio dai genitori dei bambini frequentanti l’asilo presente in loco, data la penuria di parcheggi nelle vie circostanti (fatta eccezione per piazza Santa Giustina, che spesso però è chiusa alle auto), causando così le lamentele dei pedoni transitanti nel parco.

Posto che l’impossibilità di trovare un’area di sosta nelle vicinanze non può e non deve essere considerata una giustificazione, per la mancanza di senso civico di chi non rispetta il codice della strada, parcheggiando in luoghi del genere, il comportamento di questi individui è pienamente comprensibile ed è chiaro che il problema non potrà essere risolto soltanto attraverso lo sforzo dei cittadini (che è comunque necessario) ad adeguarsi a tale situazione di disagio. È necessario pertanto un intervento concreto del Comune.

Con l’introduzione, qualche anno fa, delle strisce blu che impongono il pagamento in una certa fascia oraria ai non residenti, la situazione non è migliorata per niente. Parte dell’insuccesso di tale strategia è da attribuire agli orari di tale fascia (8-13), che permettono a chiunque di parcheggiare indisturbatamente per tutto il resto della giornata. Confrontati con certe zone del centro di Milano, in cui l’orario si estende anche fino alle 19, ci si chiede perché i residenti di zone più limitrofe, come Affori, non possano usufruire dello stesso servizio. Questo inoltre va messo in relazione con il fatto che il quartiere ospita ben due fermate della metro e una stazione ferroviaria, con conseguente presenza di pendolari che, per raggiungere tali mezzi pubblici, posteggiano l’auto nelle vicinanze, rendendo la zona più affollata di quanto già non sia. La maggiore motivazione di insuccesso, tuttavia, è stata, a parere di chi scrive, la mancata introduzione di grandi zone di parcheggio, come quella costruita nei pressi della fermata MM3 Comasina, che facciano defluire parte dei pendolari e chi comunque viene da fuori, liberando spazio per i residenti e riducendo i disagi a loro causati.

Se il Comune sarà in grado di intervenire in tale direzione, i benefici ottenuti saranno palpabili anche a livello di viabilità con la diminuzione di auto circolanti per le strade del quartiere e il conseguente calo del rischio di incidenti, anch’essi molto frequenti negli ultimi tempi. Nella speranza che tutto ciò si avveri, cerchiamo comunque di rispettare il codice della strada, confidando nel fatto che un giorno non dovremo più passare mezzora a cercare un posteggio vicino a casa.

 

Niccolò Mangone

Giusto ma inutile

Lo scivolo sul marciapiede di via George Sand

Come già il buon Platone insegnava in uno dei suoi dialoghi (Eutidemo) la sapienza è necessaria per il successo e per portare alla luce buone opere, tuttavia essa da sola e di per sé è inefficacie se inutilizzata e può risultare persino dannosa se applicata nel modo sbagliato. Nonostante siano passati migliaia di anni sembra che l’uomo non abbia ancora ben compreso questo semplice insegnamento. Guardiamoci intorno, non passerà molto tempo prima che i nostri occhi scorgano uno dei paradossi della produzione umana. Pensiamo ad esempio a tutte quelle strutture da noi costruite perché per legge ci siamo imposti che sia necessario seguire certe regole e certi principi, che abbiamo quindi applicato diligentemente in modo matematico, senza però pensare che il mondo reale non segue le regole che la nostra burocrazia crede perfette per amor di giustizia (concetto anch’esso tutto umano). In parole povere mi sto riferendo a tutto ciò che realizziamo perfettamente a norma di legge e che però risulta talvolta del tutto anti-intuitivo e poco funzionale, se non addirittura d’intralcio. Purtroppo la nostra amata Affori non costituisce un’eccezione a questa buffa beffa umana.

Naturalmente tutto questo mio panegirico mira ad una critica ben precisa: mi sto riferendo infatti allo scivolo che dovrebbe facilitare la salita sul marciapiede ai portatori di handicap, situato in via George Sand all’incrocio con via Astesani. Si tratta infatti di una bellissima idea quella di costruire agevolazioni per chi altrimenti troverebbe difficoltà nella viabilità ma, nonostante l’idea sia buona e giusta, la realizzazione è un danno vero e proprio non solo per i disabili, ma persino per un campione di salto in lungo, visto che dopo pochi minuti di pioggia quello che poco prima era uno scivolo diventa un vero e proprio lago artificiale. Ricordiamo, quindi, che non basta avere capacità e mezzi per realizzare buone opere, ma bisogna anche mettere in pratica in modo competente queste materie prime.

 

Marco Iacoianni

Un grazie a tutti

La Banda d’Affori nelle persone del presidente Concetto Beffumo, del direttore Antonio Claudio Pavanello, di Irene Maccarini e di tutto il Consiglio direttivo ringraziano tutti, allievi, genitori, insegnanti e quanti hanno operato all’evento del nostro 6° saggio, al quale hanno partecipato gli allievi: Mattia Arzenati, Marco Arzenati, Nicolò Belli, Stefano Canevari, Hu Li Zhu, Giacomo Lanzi, Christian Longhi, Alessia Molinaro, Eleonora Narracci, Valeria Pantisano, Francesca Ventola e Luca Ventola.

Le new entry della Banda: Alice Allievi, Paolo Albarello, Alessandra Cortese, Stefano Gramegna, Gabriele Masiello, Erika Nardo, Davide Narracci, Roberto Niro, Stefano Ottomaniello e Elena Resch.

 

I giovani della Banda: Fabrizio Branca, Jessica Borruto, Sergio Maccarini, Claudia Panetti, Andrea Vismara e Camilla Volpi.

L'intervista

Concetto Beffumo

Presidente de la Banda d’Affori

Presidente Beffumo come vivete i vostri primi 164 anni?

La Banda d’Affori svolge da 164 anni una costante attività di divulgazione della musica popolare, soprattutto a Milano e provincia. La nostra è una delle associazioni che diffonde la cultura della musica bandistica, organizzando decine di sfilate e concerti sul territorio ogni anno. Il nostro futuro parte dai giovani e, per questo, abbiamo una scuola di musica nella nostra sede di Affori, in via Assietta, con oltre 30 iscritti di diverse età.

Il 17 giugno scorso, l’evento del 6° saggio di fine anno degli allievi della scuola di musica è stato un momento emozionante anche per noi cittadini che amiamo come un “bene comune” la Banda d’Affori. Qual è il Suo commento?

Quest’anno accademico è volato in fretta, ma credo che abbia dato dei buoni frutti. Il saggio di fine anno è andato molto bene e, soprattutto, si è confermato quello che ogni giorno si vive all’interno della scuola: una festa di gioia ed energia. Un pomeriggio emozionante: la vista degli sguardi tesi ma sereni di tutti gli allievi, dopo le prime note, si è trasformata in gioia per tutti noi nel condividere questa loro giovane passione. Per questo ringrazio tutti e, in particolare, voi, gli allievi, gli insegnanti, i maestri e la coordinatrice che con l’impegno e la passione avete regalato a me e a tutti i presenti un bellissimo spettacolo. Grazie!

Ci racconta di queste nuove leve che entreranno a far parte della nostra mitica Banda?

 

Crediamo nell’apporto positivo della musica alla cultura e all’educazione dei ragazzi e nel fatto che il nostro futuro parte dai giovani. Per questa ragione continuiamo ad investire con entusiasmo, come chi ci ha preceduti, tante energie in una scuola di musica sempre più efficiente. La scuola porta sempre all’inserimento di nuovi elementi nell’organico: quest’anno entrano nella banda nove musicanti, ormai ex allievi, e si aggiungono al folto gruppo di giovani già inseriti in questi ultimi anni; un esempio per tutti i nostri due capibanda Irene Maccarini e Kevin Boccassini. Diversi giovani hanno iniziato il percorso musicale nella Banda d’Affori e poi hanno proseguito al Conservatorio e alla Scuola civica con ottimi risultati.

Gierre

Le migrazioni nel territorio di Affori

(parte sesta)

Negli ultimi decenni dell’800 il fenomeno dell’industrializzazione si stava sviluppando con discreta celerità nell’hinterland milanese. Importanti società occupavano aree (Bovisa, Dergano, Sesto San Giovanni, Bicocca…), un tempo a verde o coltivate, per costruire ampi complessi industriali, come  Falck, Breda, Pirelli, Edison, Carlo Erba, Candiani, Schleifer, Cucirini Tre Stelle, Brill, Union des Gaz, Pacchetti, Santagostino… Erano sul nostro territorio con prospettive di sviluppo in espansione ed in richiesta di mano d’opera che, specie nei primi anni del ‘900, accorsa all’offerta di lavoro, ha portato con sé enormi problemi gravanti sulle nuove infrastrutture rivelatesi inadatte a fronteggiare il massiccio flusso di immigrati. Leggendo le statistiche inerenti questo periodo appare evidente la compessità del problema: nel 1890 Affori contava 3.050 abitanti, ma già nel 1901 la popolazione sale a 8.306 passando a 10.370 nel 1911 ed a 20.307 nel 1921. Un’escalation così preoccupante, prevista, ma in termini più controllabili.

Si comprende da questo il provvidenziale sorgere in poco tempo di alcune cooperative di edilizia popolare, di consumo, di assistenza e mutuo soccorso, che molta fama ed onore hanno dato al territorio dell’attuale Municipio 9.

Questo nuovo e massiccio flusso migratorio di manodopera, prevalentemente operaia, viene ad innescarsi in un tessuto ancora in buona parte agricolo: su di una superficie di 901 ettari in Affori, 827 sono di superficie agraria e forestale e 74 di fabbricati e strade. Col sorgere delle abitazioni a prezzo popolare anche parecchi cittadini milanesi hanno scelto di spostarsi in zona periferica.

Dal 1911 al 31 dicembre 1922 la popolazione complessiva degli 11 Comuni aggregandi a Milano è aumentata di ben 30.630 unità. Considerando che in questo periodo i nati furono 25.432 ed i deceduti 14.889, l’incremento naturale fu di sole 10.543 unità; «ben 20.087 furono quindi gli immigrati per ragioni di lavoro o abitative».

Nel territorio di Affori e Uniti si erano insediate in prevalenza industrie per fonderie, macchine per lavanderie, pellicole cinematografiche, prodotti farmaceutici, tessuti lana e seta, prodotti chimici e industrie meccaniche. La manodopera proveniva ora non solo dalla vicina Lombardia, ma anche da Regioni limitrofe, in particolare dal Triveneto. Ormai la composizione di Affori, riguardo alla provenienza di nuclei familiari, risulta molto diversificata da quella che per tradizione l’ha caratterizzata per secoli tramite parentele originarie del territorio e che potevano vantare una permanenza ultrasecolare. Parentele che ancora oggi mantengono quel sottofondo di “paesano” che da molti è riconosciuto al tessuto del nostro quartiere e che lo lega al passato.

Affori, pur accogliendo nel proprio contesto molti nuovi cittadini di diverse provenienze, non ha abdicato alla propria identità, che si è mantenuta grazie a queste secolari radici. Il periodo prebellico conobbe tuttavia una certa stasi del fenomeno migratorio, un assestamento, ma durò un solo decennio. All’orizzonte si addensavano nubi poco rassicuranti, presagenti un futuro prossimo carico di preoccupazioni e disagi. E così fu.

 

Luigi Ripamonti

Una targa ricordo per Luciana Guffanti

Sabato 20 maggio, al Parco delle Favole si è compiuto un gesto altamente significativo e riconoscente verso una nostra concittadina, che di quell’angolo di verde è stata l’ideatrice e sostenitrice. Una storia tutta da raccontare: quando un sogno nasce e viene alimentato da un’ideale, sostenuto da un costante impegno, da un gravoso sforzo perché si concretizzi in realtà, si può affermare che Luciana in quello spazio dimenticato e inutile come una cava abbandonata al nulla abbia visto e voluto uno spazio verde e aria pura per un futuro migliore del nostro quartiere.

Quegli alberi e quel verde possono raccontare storie di anni di progetti, lotte, pratiche amministrative, incomprensioni, contrarietà… ed i cittadini presenti alla cerimonia, con le loro testimonianze, le hanno fatte rivivere come un traguardo raggiunto, un esempio del ben fare per il comune benessere. E l’abbiamo ricordata presente l’anno scorso al limite delle forze fisiche, sorridente e con la gioia nel cuore. Tutti questi pensieri e sentimenti, riassunti in quel gesto del porre una semplice ma doverosa “targa ricordo” ad un albero da lei piantato per il futuro, hanno emozionato e commosso i presenti, che con Luciana hanno vissuto gli eventi e condiviso gli ideali. La benedizione impartita da don Maurizio e le sue parole di speranza e di affettuoso ricordo hanno concluso la cerimonia tra il verde dei prati e l’ombra degli alberi del Parco delle Favole, come li ha voluti lei. Una favola divenuta realtà!

 

Luigi Ripamonti

Asco Affori informa

Avvisiamo i cittadini che la 4ª edizione di Estate Afforese, a causa di una norma del regolamento comunale, non inizierà come di consuetudine a giugno ma al primo giovedì del mese di luglio.

Nel prossimo numero di ABC pubblicheremo il programma dettagliato.

Il presidente Riccardo Pollice

 

e il Consiglio Direttivo 

Le migrazioni nel territorio di Affori

(parte quinta)

I ritmi di vita quotidiana nel ‘700 Afforese

Come già accennato in precedenza, possiamo seguire con discreta successione la vita afforese del ‘700 scritta dai parroci dell’epoca con puntuale solerzia e varietà di interessanti particolari. È il quadro della quotidianità di una popolazione semplice, dedita ai campi e ad attività artigianali, alle prese con le avversità dei fenomenti naturali, delle continue scaramucce guerriere tra imperi e casati che sconvolgevano l’onesto vivere e distruggevano i raccolti, delle incalzanti epidemie che falciavano uomini e animali, delle condizioni di vita sempre più dure per la sottomissione agli opprimenti dominatori di turno.

Il ‘700 afforese assistette peraltro ad alcune mutazioni nelle proprietà edilizie e terriere del nostro territorio, nate in seguito ad alcune unioni coniugali fra illustri casati: i documenti ci tramandano di fastose nozze fra il marchese Litta Visconti Arese Antonio -marchese di Gambolò e Masate e podestà di Milano- con la contessa Barbara Barbiano di Belgiojoso d’Este, e non meno celebri fra Maria Giuseppa D’Adda con il marchese Giulio Gregorio Orsini di Roma, gli amichevoli rapporti del conte Francesco D’Adda con il governatore austriaco della Lombardia, l’arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este. Villa Litta, grazie a questi eventi mondani ad alto livello, stava raggiungendo l’apice della propria fama tra la nobiltà e la borghesia milanese. Con l’ampliamento delle proprietà terriere dei nuovi casati si era creata l’esigenza di reclutare mano d’opera. È di questo periodo (seconda metà del ‘700) la comparsa di nuovi nuclei familiari provenienti in genere dalla bergamasca: le cifre desunte dai documenti ci confermano questo flusso migratorio.

Nel 1688 la popolazione (calcolando solo gli adulti) ammontava a 479 anime, dopo il travagliato periodo del primo ‘700 arriviamo a 484, mantenendo un certo equilibrio fra emigrazione e nuovi nuclei familiari, mentre nel 1805 si nota un balzo numerico nella popolazione, raggiungendo i 1137 abitanti che salgono a 1360 nel 1820, il periodo postnapoleonico e seconda fase della dominazione austriaca. È il periodo di nascita di piccole industrie a livello locale, premessa per il successivo periodo di sviluppo di complessi più importanti. Ecco quindi che rileviamo una popolazione di 1620 e 1750 anime fra il 1830 ed il 1835. Nel nostro territorio giunge ancora mano d’opera artigianale e manovalanza, che porta la popolazione a 2050 nel 1851. In questo periodo si nota una costante nella popolazione delle cinque cassine del territorio afforese, mentre è in atto un moderato ma continuativo sviluppo edilizio in “paese”, con la costruzione di caseggiati con ampie corti nei quali si insediano nuclei familiari legati da parentela con la quale ancora oggi vengono indicati (la curt dei Panser, dei Restej, dei Beltramin, dei Bonalum, dei Strada, dei Piazza, dei Ghisland…).

L’andamento della popolazione non subisce successivamente variazioni, ma se consideriamo che fu il periodo di maggiore mortalità dovuta alle epidemie di vaiolo e colera (1850/55) e quindi che i decessi furono superiori alle nascite, si presume che il fenomeno immigratorio non si fosse fermato. Alla popolazione “contadina” si affianca e subentra sempre più quella “operaia”, che abbraccia categorie ed età che vanno dalle piccole “filandaie” ai “manovali di fabbrica”. Nel 1871 si toccano i 2120 abitanti e nel 1890 si raggiungono i 3050! È l’alba di una nuova era: quella della industrializzazione che muterà notevolmente il volto di Affori della seconda metà del 1800.

Siamo alla vigilia di una nuova (la terza) immigrazione di massa: manovalanza operaia e artigiana, proveniente anche da oltre la regione lombarda, è il preludio alla quarta massiccia immigrazione di inizio ‘900. Ma di questa parleremo, dopo aver consultato i documenti d’archivio ed il Liber Chronicus, fedele diario del procedere della vita e dello sviluppo afforesi.

 

Luigi Ripamonti

Nuove porte aperte a Villa Litta

Patrimonio di rara bellezza settecentesca restituito ai cittadini

Domenica 7 maggio, alle ore 16, si è svolta la cerimonia inaugurale dei nuovi locali restaurati a Villa Litta. Situati al pianterreno dello stabile, sotto il porticato, tra l’ingresso della biblioteca e quello di Villa Viva!, i nuovi locali, perfettamente restaurati, sono stati riconsegnati ai cittadini dalle autorità che, col taglio del nastro sigillante l’ingresso, hanno aperto ufficialmente le porte ai numerosi intervenuti, che ne hanno potuto godere la bellezza, viaggiando anche un po’ nel tempo sulle note lievi, talvolta malinconiche, medievaleggianti di Chiara Maria Cappellari, dopo diversi mesi di impalcature e transenne. Destinati a molteplici funzioni e utilizzi fa molto piacere che una delle sale dei locali restaurati, la più bella, sarà riservata ai matrimoni civili. Il pomeriggio, iniziato alle 16 e illuminato da una splendida giornata di sole, si è svolto poi nel particolare clima di festa al quale oramai da tre anni siamo abituati, grazie alle molteplici e diverse iniziative che ogni volta il progetto Villa Viva! propone: in particolare ha offerto -accanto al sempre nuovo e meraviglioso Laboratorio per bambini, di Francesca Cirigliano, e alla Redazione ABCJunior, i cui ragazzi, coordinati da Cristina Mirra, si sono occupati di intervistare le autorità- anche la lettura di una fiaba per adulti (a cura de La Lanterna) e la possibilità di partecipare alle prove aperte, nel Salone delle Colonne, dello spettacolo teatrale Regressive Randevu dei Duperdu (duo Marta Marangoni e Fabio Wolf). Al clima generale di festa ha contribuito anche la Biblioteca Affori con l’apertura straordinaria domenicale. Hanno presenziato all’inaugurazione Giuseppe Lardieri, presidente del Municipio 9, Marco Granelli, assessore alla Mobilità del Comune di Milano, Gabriele Rabaiotti, assessore ai LL.PP. e Casa, Beatrice Uguccioni, vicepresidente del Consiglio Comunale, ed altri ancora, come lo storico di Affori, Luigi Ripamonti, gli arch. Silvia Volpi, responsabile dell’intervento di restauro, e Giovanni Rossetti direttore dei lavori, esponendo sotto diverse sfaccettature l’importanza della conservazione, del recupero, della trasmissione della memoria storica, della rivalorizzazione, ma soprattutto della riapertura e della riconsegna al territorio dei suoi tesori.

Alida Parisi

32ª Festa di Primavera

Domenica 7 maggio, come ormai tradizione, Asco Affori ha organizzato, con il contributo del Municipio 9, la Festa di Primavera.

La festa ha ottenuto un buon successo di pubblico: nonostante la mattinata si sia aperta all’insegna del maltempo, per fortuna nel pomeriggio il sole ci ha fatto assaporare il tepore della primavera.

L’apertura della festa è stata affidata alla Banda d’Affori che, dopo l’esibizione a Villa Litta, durante la mattinata ha girato per le vie del quartiere imbandierate per l’occasione. Nel pomeriggio invece si è resa protagonista la Banda Internazionale Millenium che, dopo un giro festoso per le vie, alle ore 17 ha eseguito un concerto sul sagrato della chiesa Santa Giustina.

Come nelle edizioni precedenti, sulle vie Astesani e Pellegrino Rossi erano presenti numerose bancarelle di prodotti tipici, mentre in viale Affori sono state disposte le bancarelle di artigiani, hobbisti e associazioni. Inoltre sono state installate giostre e gonfiabili per il divertimento dei più piccini. In Parrocchia, nel salone Justineum, era possibile visitare uno straordinario plastico ferroviario allestito in scala.

Intorno alle ore 16.15 si è svolta l’inaugurazione dei locali al piano terra della Villa Litta dei quali è stato recentemente completato il restauro. Per l’occasione Asco Affori ha donato un banner con ritratti degli antichi proprietari della Villa. Inoltre da sottolineare nel parco la presenza, su invito di Asco Affori, di alcuni carabinieri a cavallo!

Enrico Terragni

Legambiente all’Istituto Don Orione

Sabato 6 maggio trenta famiglie degli alunni della scuola materna ed elementare Iseo (Istituto Don Orione) hanno partecipato alla giornata promossa da Legambiente durante la quale, con grande volontà, si sono dedicate alla sistemazione di alcuni ambiti della scuola. Sono stati eseguiti vari interventi tra cui la sistemazione dell’orto, la pulizia di alcuni bagni, delle classi, del giardino, la sistemazione della rete informatica, la lucidatura della palestra e dei corridoi e altri piccoli lavori non per questo meno importanti.

Lo spirito di questa iniziativa, che ormai si ripete da alcuni anni, è di contribuire al mantenimento del bene comune e ad insegnare ai bambini il rispetto e la cura degli ambienti in cui vivono.

Dopo tutti gli sforzi la giornata si è conclusa con una pizzata di gruppo, particolarmente gradita dai più piccoli.

Un ringraziamento sentito a tutti coloro che hanno partecipato e contribuito a questa iniziativa.

Enrico Terragni

Tutto il mondo in una scuola

A partire da sabato 27 maggio fino a lunedì 31 luglio presso l’Istituto scolastico di via Scialoia si apre la mostra Tutto il mondo in una scuola, un progetto di Collettivo Collirio realizzato con Inside Out Project di JR. Si tratta del primo ed unico progetto di arte pubblica realizzato a Milano dal celeberrimo street-artista francese JR

La mostra gode del contributo e del patrocinio del Municipio 9 del Comune di Milano, che ha riconosciuto l’interesse sociale di questo progetto di integrazione, che vede protagonista una delle scuole più multietniche di Milano, ovvero l’Istituto Comprensivo Scialoia di Affori, che ha il 60% degli studenti di origine straniera.

Glenda Cinquegrana

Le migrazioni nel territorio di Affori

(parte quarta)

Passato il devastante tsunami della “morte nera” -iniziato in Milano il 22 ottobre 1629 e dichiarato ufficialmente concluso il 2 febbraio 1638- la popolazione di città e campagne, con la forza della disperazione, affrontava il lento e difficoltoso ritorno alla normalità. Riparare i danni materiali e ricomporre un clima di fiducia e speranza nel futuro non fu cosa né facile né rapida. Ma ci riuscirono con grande determinazione.

Mentre l’Europa era in gran subbuglio a causa delle interminabili contese fra Imperi e Casati, nobiltà e borghesia milanese avviarono un piano edilizio ed agricolo, in modo particolare nell’immediato hinterland, che vide nascere lussuose ville di delizia, parchi, giardini con ubertosa vegetazione e rinnovata coltivazione nei campi. Il territorio afforese, infeudato dal 5 agosto 1649 al N.H. Giacomo Rossi di Parma (N.H.=Nobilis Homo), va ripopolandosi grazie al ritorno di quei nuclei familiari migrati altrove per sfuggire alla peste e al sopraggiungere di quelli reclutati appunto dai nuovi ed antichi proprietari terrieri (in genere monasteri e congregazioni religiose): non solo contadini, ma anche artigiani e manovali richiesti dalle esigenze nate con la mutata situazione.

Nei documenti d’epoca consultati in archivio appaiono nuovi nomi e soprannomi, che indicano le zone di provenienza di questo flusso migratorio e le relative attività svolte. Ciavatino, Pescarolo, Carozaro, Ferraro, Aquaro, Camparo, Scalco -Lurasco, Fugino, Ogiono, Mariano, Pozzo e Civato: nomi e soprannomi che indicano appunto località di origine più o meno vicine e diversificate attività artigianali.

Il nostro territorio, già ambito dal potente Arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Visconti, nel secolo XIV, dove costruì una lussuosa villa «con grande magnificentia», ritornò a quei tempi d’oro nel 1687, allorché il neo marchese e feudatario di Affori, Pier Paolo Corbella -un casato tra i più “in” della Milano bene- acquistò un ampio spazio di terreno e vi costruì la sua villa di delizia. La costruzione di Villa Corbella - Melzi (ora Villa Litta), incastonata in un’area di verde parco, segnò un punto di partenza per una nuova vita afforese, apportando un notevole scombussolamento nella quotidiana normalità di un paese di campagna. Il feudo abbracciava ampie zone coltivate e parecchie case e cassine di abitazione (107 fuochi o nuclei familiari), che necessariamente venivano inserite in una nuova e complessa realtà, che esigeva servizi e beni atti alla sua buona conduzione. Attività artigianali nascevano dalla competenza ed esperienza di locali e nuovi cittadini ora al servizio continuativo delle nobili famiglie, che avevano proprietà in zona: Canevesi, Del Bene, Carati, Ceresola, Brivio Sforza, Gallarati Scotti, Del Mayno, Taverna, oltre naturalmente i Corbella Melzi. Fabbri ferrai, maniscalchi, falegnami, scalpellini, selciatori, lavoranti cuoio, pellami, finimenti per carrozze, incisori e giardinieri, boscaioli e tessitori: un artigianato che man mano si inseriva nel contesto contadino afforese e richiamava mano d’opera da paesi della Brianza e del Varesotto.

Nei documenti d’epoca conservati in archivio parrocchiale si può seguire con puntuale continuità il progressivo mutamento del volto di Affori, che nel ‘700 si apprestava ad essere non solamente spettatrice dell’epoca aurea di Villa Corbella, d’Adda, Litta. Ma prima doveva affrontare un nuovo periodo nero nella sua travagliata storia: eventi bellici che nuovamente causarono una dispersione di abitanti verso luoghi più tranquilli e fuori dai percorsi degli eserciti contendenti.

Ecco qualche accenno storico per inquadrare meglio il contesto. I documenti ci informano che l’11 aprile 1713, secondo la Pace di Utrecht, il territorio milanese venne ceduto all’Imperial Casa d’Austria e confermato col Trattato di Rastadt il 6 marzo 1714. Ma il 3 novembre 1733, al comando del Re di Sardegna Carlo Emanuele III, le truppe sardo-francesi occupano Milano cacciando gli Austriaci e vi rimangono, nonostante la dura resistenza da parte della popolazione. Nei campi di Affori, Bruzzano, Novate, Bresso si svolgono frequenti e cruenti scontri procurati in particolar modo dal tristemente famoso Reggimento di Tarantasia (zona dell’Alta Savoia). I nostri concittadini subirono incendi, devastazione di campi e raccolti. Questa incresciosa situazione durò sino all’agosto 1736 allorché, in seguito al Trattato di Vienna del 1735, i Gallo-Sardi abbandonarono i nostri campi lasciandosi dietro una triste fama di crudeltà e pirateria. Vi fece trionfale ritorno Carlo VI d’Austria, padre di Maria Teresa, la futura grande imperatrice alla quale Milano deve molto. Sembrò che tutto si fosse rappacificato, ci fu un graduale e contrastato ritorno alla normalità, famiglie migrate ripresero le proprie abitazioni e le attività interrotte… Ma fu solo una breve parentesi: molte nubi si addensarono nel nostro cielo prima di rivedere il sereno e lo splendere del sole. Tutto è scritto con solerzia e precisione in manoscritti che andremo a leggere. (continua)

Luigi Ripamonti

 

 

Un sopralluogo… illuminante

Forse è la volta buona che venga tolto il buio al Parco di Villa Litta

Martedì 21 marzo scorso, all’imbrunire, abbiamo partecipato ad un sopralluogo a Villa Litta, perché pare siano state trovate le risorse per ampliare l’impianto di illuminazione del Parco di Villa Litta. Ci ha avvertito del sopralluogo Marco Granelli, assessore alla Mobilità, che ha effettuato i rilievi insieme a Gabriele Rabaiotti, assessore ai LL.PP. e Casa, Beatrice Uguccioni, vicepresidente del Consiglio Comunale, Giuseppe Lardieri, presidente del Municipio 9, gli assessori municipali Raffaele Todaro (LL.PP.) e Andrea Pellegrino (Sicurezza), il presidente del Consiglio Municipale Luca Perego, con la partecipazione di consiglieri del Municipio 9 e degli staff tecnici comunali e di A2A.

L’illuminazione del Parco e dei suoi viali interni era stata per decenni un tabù, perché, si narrava, lo dicesse soprattutto la Sovrintendenza, che le luci avrebbero snaturato il volto antico del Parco stesso (non accorgendosi tra l’altro che già l’asfalto negli anni ‘80 aveva invaso i viali interni).

Poi era stato fatto il viale interno che dalla Villa porta in via Taccioli, con un’illuminazione discreta a 50 centimetri da terra (roba da paese anglosassone, ma evidentemente non per noi), presto vandalizzata e nel tempo letteralmente sfasciata. Ed è stata così per decenni sino al novembre 2016, quando fu finalmente rifatta l’illuminazione alta con dei lampioni tipo “Darsena” della parte antistante la Villa, ma lasciando nel buio totale il Parco di notte, impraticabile a godersi il fresco per la mancanza di sicurezza.

Ora gli assessori comunali Granelli e Rabaiotti, con il sostegno convinto del Municipio 9 e del suo presidente Lardieri, hanno trovato risorse per potenziare e ampliare l’illuminazione esistente, dall’ingresso di via Moneta a tutta la viabilità che “circumnaviga” il Parco e dalle zone buie, come quelle più frequentate, appena svoltato l’angolo della Villa dopo la fontana e la grande pianta, il platano dichiarato dal Comune «monumento cittadino», quindi soggetto a particolari cure.

Con gli uffici comunali competenti, capeggiati dall’arch. Silvia Volpi, direttore del Settore Tecnico Cultura e Beni Comunali Diversi, con gli uffici di A2A, che progetteranno gli impianti, e quelli del Municipio 9, con i quali sono state definite le linee di progetto e quindi il preventivo di spesa, che comprenderanno anche telecamere in corrispondenza di quasi ogni punto luce per controllare l’integrità della Villa e del Parco e la sicurezza dei cittadini, che sicuramente con intere famiglie godranno la bellezza anche paesaggistica di Villa Litta. Speriamo che faranno un buon lavoro e che al più presto potremo sentirci più sicuri e meno periferia.

Già che c’eravamo, abbiamo chiesto notizie circa la fine dei lavori e lo sgombero del cantiere e dei ponteggi a Villa Litta. I lavori sono finiti, molti e di pregio i restauri e le novità riguardanti la sistemazione dei locali al piano terra sotto il portico d’onore, destinati anche ai matrimoni civili. Dopo la fine dei collaudi e delle verifiche tecniche, il tutto verrà consegnato al Municipio 9, essendo i locali oggetto della ristrutturazione in capo all’Amministrazione locale. Quindi tutto pronto per l’inaugurazione. Appena metteremo i nostri obiettivi dentro i locali ristrutturati, riferiremo ai nostri lettori impressioni e immagini.

 

Giovanni Russo

Milanesi di Affori (5° parte)

Milano, città di antiche origini, per la sua particolare struttura urbanistica, nel corso dei secoli si è

sviluppata ad anelli sempre più spaziosi. Dalla cerchia romana a quella dei navigli, alle mura

spagnole, ai bastioni extra muros… sempre inglobando gradatamente nuovi sobborghi, nuovo

territorio, nuove tipologie abitative… Un lento ma inesorabile allargarsi a macchia d’olio, che

porterà alla fine del ‘600, e per molta parte del ‘700, a nuovi sviluppi urbanistici e sociali. Molto

lontane nel tempo sono le suddivisioni degli abitanti in plebs urbana, plebs extra muros posita e

plebs rustica. Ora la suddivisione mal si adatta ai confini territoriali e situazioni ambientali. La città

si incontra e, in dissolvenza, si identifica con territori un tempo considerati suburbi privi di diritti e

servizi di cui fruivano i “cittadini”. Di fatto, dalle “faggie” dell’epoca comunale (dei Comuni, ndr)

alla cerchia dei cosiddetti Corpi Santi (zona cimiteriale extra muros), la Milano medievale e

postrisorgimentale di grandi passi ne ha fatti: il suo volto urbanistico aveva assunto nuove

sfaccettature. L’acquisizione di terreni da parte della nobiltà e dell’ alta borghesia milanese ha dato

vita ad una corsa al verde manto, che circondava la città murata in cerca di spazi per abitazione,

immagine, sviluppo e svaghi. Il “secolo dei lumi” assistette al rapido fiorire di lussuose ed artistiche

ville di delizie, molte delle quali ancor oggi ci parlano della magnificenza di quella nobiltà milanese

ormai conquistata e favorita dalla ricercata pomposità spagnoleggiante. Ne cito alcune: Villa

Imbonati (poi Beccaria-Manzoni) a Brusuglio, Villa Scheibler a Quarto Oggiaro, Arconati, Melzi,

Clerici, Litta Visconti Arese, Gallarati Stampa, Trotti, Taverna, Brivio, Corio, Calderara, Lonati,

Patellani… soprattutto Villa Corbella-Melzi, l’attuale Villa Litta Modignani eretta nel 1687. La

volle Pier Paolo Corbella (uno dei più rinomati casati nobiliari della Milano bene), come uno dei

primi desideri dopo l’acquisito blasone di marchese e feudatario del territorio di Affori. Sui ruderi

di quella che nel 1350 fu una delle più splendide residenze del potente cardinale Giovanni Visconti,

la nuova Villa non fu solo un brillante incastonato nell’ampio spazio verde afforese, ma fu luogo di

attrazione e convergenza per quella vita mondana settecentesca molto in voga ed anche, da un altro

punto di vista, il motore di tutto un ambiente contadino e artigianale che da allora si trovò a ruotarle

attorno. Documenti d’epoca descrivono i numerosi incontri, le amicizie, i rapporti tra famiglie, che

si concretizzavano in concerti, riunioni in salotti, eventi culturali, scambi di visite… un intreccio di

conoscenze e attività culturali e mondane, che collegava la città con l’immediata sua cerchia extra

muros. In Villa Corbella abitano o transitano personaggi di nobili casati: gli Erba Odescalchi,

imparentati con Papa Innocenzo XI, i conti Melzi di Magenta, i Litta Visconti Borromeo Arese, i

Litta Arese, il marchese Giulio Gregorio Gaetano Orsini di Roma, il marchese Maurizio Gherardini

di Verona, viene ospitata Teresa, figlia degli Arciduchi d’Austria Ferdinando (Governatore della

Lombardia) e Beatrice d’Este, il marchese Pompeo Giulio Litta... è il periodo aureo nella storia

mondana della Villa, che sta vivendo un momento di eccezionale notorietà in campo artistico,

letterario e civico. Altre attività si andavano sviluppando sotto l’aspetto commerciale: tutto questo

nuovo mondo esigeva un supporto che gli veniva offerto dalla comunità agricola, contadina,

artigianale e artistica del luogo: eventi, banchetti, arredamento, parchi e giardini, alimentazione,

abbigliamento, carrozze e cavalli… Affori e dintorni videro svilupparsi arti e mestieri, coltivazioni

e botteghe, che favorirono lo sviluppo ed nuova immigrazione di mano d’opera specialmente dalla

Brianza e dalla bergamasca. Fioriscono attività artigianali: fabbri, armaroli (ottime lame da taglio),

lavoratori di cuoio e pellami, falegnami, lanaioli e setaioli… oltre una più razionale ed aggiornata

organizzazione nelle colture e commercio di frutta e verdura, allevamento di bachi da seta… attività

che hanno dato nuovo impulso allo sviluppo generale del territorio. Il conte ingegnere Francesco

d’Adda, feudatario di Affori, podestà di Milano, allora proprietario di Villa Litta, progetta un nuovo

assetto della principale via di comunicazione con Como: la Postale Comasina (ora via P. Rossi-

Astesani) per adeguarla agli sviluppi dei trasporti in atto. I numerosi scambi commerciali di merci e

manufatti artigianali alimentano un nuovo clima di collaborazione, conoscenze e interdipendenza

tra la città ed il circostante territorio, ormai maggiormente frequentato dai cittadini. Confini

virtualmente allargati di interscambi che, pur rimanendo le strutture di delimitazione per esigenze

amministrative di finanze, dazi, urbanistica, preludono ad un nuovo allargamento delle stesse. Il che

avverrà nel corso dell’800 pur nelle travagliate vicende politiche di oppressiva dominazione,

conflitti, moti risorgimentali, definitiva liberazione. Nel frattempo Affori (con il suo territorio) si

appresta a vivere una nuova vicenda della sua millenaria storia: l’aspettano giorni ed eventi, che i

documenti custoditi nel nostro Archivio parrocchiale ci hanno tramandato con minuziosa fedeltà e

chiarezza. Non ci rimane che consultarli. (continua)

 

Luigi Ripamonti

Milanesi di Affori (4ª parte)

Ed anche a Milano, passati alla storia i dominatori casalinghi, si cominciò a parlare la lingua spagnola poiché, dopo un breve periodo di dominazione francese, è stata inglobata in quell’immenso impero sul quale non tramontava mai il sole! E siamo nel 1535: le prime gride, le prime disposizioni che scombussolavano il semplice procedere della convivenza civile, l’arruffamento di leggi civili, penali, amministrative generate da una creatività arruffata e pesante di marchio arabo - tardo latino. In una espressione, ancora oggi significativa, Milano si trovò (suo malgrado) a convivere con una società spagnoleggiante e con quanto di meno consueto tale cultura si era portata con sé. Questo per la città… ma per la campagna significò un salto di qualità, per le nobili casate che si trovarono titolari di latifondi etichettati come “feudi”; territori venduti dal dominatore di turno a peso d’oro (gradita flebo per le casse imperiali) in base a pertiche e “fuochi” ovvero famiglie. Dai contadi rurali ai feudi il passo è fatto. Veniamo quindi a conoscere nuovi nomi di nobili casati: Marco Antonio degli Undegari di Lecco (soprannominato de’ Balduini) è infeudato nel 1538 per il territorio de Afori e vi rimane per oltre un secolo. In archivio parrocchiale è custodito un prezioso documento che ci presenta quali fossero i latifondisti della Corte de Afori dell’epoca; ne cito alcuni: «Da Monte, Canevesi, Biumo, Sforza del Majno, Taverna, Brivio, Gallarati Scotti, Stampa, de’ Candia, de’ Annoni, alcuni Monasteri…».

Nel 1649 il 31 luglio il feudo di Affori e Cassine passa a Giacomo Rossi di Parma. Nel 1686 il conte Antonio Rossi, figlio di Giacomo, con i figli Bartolomeo e Girolamo, rinuncia al feudo del quale viene investito il marchese Pietro Paolo Corbella, un nome che sarà famoso per Affori, poiché con lui inizia la nuova vita contadina afforese, il cui cuore e motore era e per qualche secolo ancora sarà la lussuosa villa che conosciamo come Villa Litta. Ma ne parleremo più avanti. Per nota storica riporto che il Feudo di Affori si estinse nel 1779 con la morte del conte Francesco d’Adda: in mancanza di eredi maschi ritornò alla Regia Camera.

È appunto in questi anni che si profila il nuovo evento di una discreta immigrazione di mano d’opera: infatti, per ottenere una proficua ottimizzazione dei terreni agricoli, i latifondisti hanno ritenuto opportuno reclutare famiglie di contadini già esperti agricoltori nelle terre della vicina Brianza. I nomi che appaiono nei documenti dell’epoca ne indicano la provenienza: Oggioni, Seveso, Annoni, Erba, Brivio, Biraghi, Giussani, Figini, Seregni… Strada (giunti dalla strada da Como), Pagani (provenienti da villaggi, pagus in latino).

Il nostro territorio cambia aspetto e tipologia di prodotti come esito della competenza ed esperienza dei nuovi abitanti. Nel circondario milanese sorgono così case coloniche, cassine attrezzate, ma anche lussuose ville di piacere, casini per le cacce dei nuovi signorotti già sotto influsso dell’incombente barocco, che si lascia alle spalle la contenuta e raffinata bellezza del Rinascimento lombardo fine ‘500. Arte, lusso, vita e finanza spensierata, in netto contrasto con la quotidianità della nuova mano d’opera, alla quale è demandato il mantenere l’ampio polmone boschivo, i verdi pascoli, le numerose pertiche di buon grano e legumi, le preziose vigne, il complicato sistema di nuova irrigazione del territorio. Il circondario viene considerato come verde e graziosa cornice della città fortificata e difesa, un nuovo modo di vivere in simbiosi tra vita cittadina ed agreste. Ma stiamo parlando dei primi decenni del ‘600 passati alla storia di casa nostra come il dilagare di pandemie, tra le quali la parte maggiore se l’è presa la peste cosiddetta “manzoniana”, ovvero descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi e tristemente subita nel nostro territorio nel 1630 e seguenti. Fu un vero sterminio, specialmente fra la popolazione contadina, che per varie ragioni non rifulgeva in fatto di pulizia personale ed ambientale. Il contagio dilagò con la rapidità e la violenza di un uragano, che travolse molte vittime tra la popolazione del nostro territorio. Tra le altre cause è da annoverare l’insufficiente assistenza sanitaria rivolta con priorità agli abitanti della città, aggravata dall’interdizione per gli estranei di entrare attraverso le porte della stessa. Pubblicazioni dell’epoca riportano fatti e circostanze che ancor oggi ci lasciano sbigottiti. Documenti dell’archivio parrocchiale ne sono inconfutabili testimoni: la Cassina San Mamete venne adibita a ricovero per infetti del circondario (una specie di Lazzaretto di casa nostra), mentre i deceduti venivano inumati in fosse comuni (ce lo ricorda la cappelletta detta “degli appestati” tuttora esistente in via Moneta, presso il Parco di Villa Litta). Il rapporto per anni instaurato ed alimentato fra città e campagna venne travolto nelle spire del ciclone della peste nera. Un lungo periodo di riassestamento mise a dura prova l’operosità del popolo di campagna: un lungo e difficile susseguirsi di decenni che ci porta al 1687: col nuovo feudatario di Affori, il marchese Pietro Paolo Corbella, e la costruzione della sua lussuosa “villa di campagna” si vide nascere un nuovo periodo nella millenaria storia del territorio afforese. Sarà argomento per i prossimi numeri di ABC.

 

Luigi Ripamonti

Il benvenuto di Affori alla Primavera

La Festa della Primavera del 17 aprile

Come ogni anno la Festa della Primavera ad Affori è un evento attesissimo. Quella che normalmente è una tranquilla domenica di fine settimana si trasforma, sin dal mattino, in una frenetica giornata ricca di appuntamenti, animazione e musica. Una frenesia particolarmente sentitata, partecipata e condivisa dagli Afforesi, che hanno saputo e voluto conservare, nel corso degli anni e della trasformazione della propria configurazione amministrativa, da Comune periferico a quartiere di Milano, un sentimento ancora molto forte di appartenenza al territorio e con esso tutte le abitudini e i rituali caratteristici dei piccoli centri e dei paesi. A dare la sveglia anche quest’anno è arrivata la straordinaria Millenium Band che, con le sue interpretazioni, ha entusiasmato e talvolta sbalordito tutti. Ad adornare le vie di Affori c’erano, come ogni anno, i tanti banchetti di prodotti e articoli particolari e colorati che, insieme a tutti i bar e negozi aperti per l’occasione, invitavano la gente ad uscire di casa e scandivano le tappe della loro passeggiata. Per la grande gioia dei bambini, le giostrine, come sempre, in piazza Santa Giustina. E poi Villa Litta con il suo meraviglioso Parco diventa protagonista di questo appuntamento primaverile: punto di arrivo della passeggiata che attraversa in lungo tutto il quartiere in festa, ma non solo, il Parco è il luogo ideale per la tradizionale mostra di cani di razza e per manifestazioni sportive en plein air. Quest’anno è stata la volta del Capoeira, un’arte marziale brasiliana, che in forma quasi di danza, accompagnata da musica, ha coinvolto anche i piccini.

 

Alida Parisi

Milanesi di Affori - Terza Parte

Uno spiraglio di luce e di speranza, ma fu solo una breve pausa: vennero poi i secoli bui di lotte intestine e fratricide anche tra Comuni e cittadelle della nostra Lombardia. Un sanguinoso intreccio di interessi, di intrighi, di soprusi fra bande di mercenari agli ordini di capitani di ventura, condottieri, duchi, conti, potenti casati, mentre il popolo… Anche il nostro territorio fu come un palcoscenico in cui si consumarono storiche tragedie umane: le scorribande di Comaschi e Svizzeri si alternavano alle fuoriuscite di Milanesi dalle mura verso Varese, Como ed il territorio del Contado rurale della Martesana de medio (la Brianza), guidate dai Torriani (Della Torre) signori emergenti di Milano. Ai quali subentrarono con braccio duro i Visconti, casato ancor oggi ricordato con loro “biscione”. In un breve periodo di calma relativa il nostro territorio si tramutò in via di fuga verso il relax ed il piacere di cacce e tornei e gli ozi in lussuose ville. Una di queste, costruita dal potente arcivescovo Giovanni Visconti nel 1350, è passata alla storia anche per la vistosità e l’ampiezza di boschi e campi che l’attorniavano e che costituivano uno scrigno di ricchezze e di risorse. La decadenza di tale eden di delizie preparò, qualche secolo dopo, l’avvento di un nobile e potente casato, i Corbella, che vi costruirono altrettanto lussuosa villa in altrettanto ampio parco, di cui oggi conosciamo però solo quel che ne è rimasto. Il biscione visconteo, fagocitando proprietà di monasteri e ordini religiosi, dona alla città, appena fuori le fortificazioni murarie, un ampio polmone verde ed una fonte di prodotti alimentari, di cui la città ne trarrà ottimo beneficio. Ma la storia milanese registra un nuovo cambiamento di signoria: il condottiero Francesco Sforza, con un inestricabile intreccio di congiure e intrighi di corte, affianca al biscione ed al sole raggiante visconteo l’aquila di un nuovo potente casato a vanni distesi (ali distese, ndr): gli Sforza che per un secolo coinvolgerà nelle proprie mire la vita dei milanesi e non solo. Nonostante le gravi preoccupazioni sociali e politiche, gli Sforza tennero in conto particolare lo sfruttamento dei territori agricoli, che facevano da corona alla città e ne costituivano un valido supporto esistenziale. Il nostro territorio, ormai Ducato di Milano, prestò il fianco a bonifiche e riqualificazioni di colture ottenute con disboschimenti e messa a seminagione di ampie superfici. Si devono, così almeno si tramanda, al discusso e infido Ludovico, detto il Moro, l’incentivazione di colture dei gelsi, le cui foglie hanno favorito l’allevamento di bachi da seta, molto richiesti dai più raffinati setifici del comasco e delle viti i cui bassi filari, tesi fra gelso e gelso, e favoriti dall’ondulazione del terreno e dalle risorgive, producevano ottimo vino per i nobili cittadini, le loro imbandite e frequentate tavole e relativi succulenti banchetti. Sfruttando la tipologia del terreno viene incentivata la coltivazione di asparagi, che sono un prodotto ancor oggi tipico del nostro territorio. La città difendeva la campagna, talvolta sottoposta a scorrerie e soprusi; la campagna sostentava la città fornendo ottimi prodotti che, scambiati sui mercati nei vari “borghi”, introdotti attraverso le antiche porte cittadine, costituivano un ottimo legame di scambio. Le due facce della stessa realtà di sopravvivenza. Questo clima di accettabile convivenza e di conveniente interscambio di servizi e protezioni, pur tra epidemie, carestie e stenti, subì un brusco impatto con la calata delle armate francesi di Carlo VIII, giunte in difesa dello Sforza, che le accolse da alleato e le subì da nemico: fine di una storia tutta milanese e inizio delle nuove invasioni straniere, che lasceranno il segno a questa terra lombarda e italica fino alla conclusione epica del secondo Risorgimento, i nostri tempi.

 

Per rendere l’idea delle difficoltà e pericoli in cui sopravvivevano i nostri antenati, cito solo due episodi che hanno gettato un triste velo d’ombra su questo periodo: 14 dicembre 1511, 16.000 mercenari svizzeri della Lega Santa costituita fra il papa Giulio II ed il re di Spagna Ferdinando II, scesi come un’orda a Milano per liberarla dai Francesi di Luigi XII, non essendo riusciti ad entrare nella cerchia di mura cittadine, ben fortificate e difese dai Milanesi, sfogano la propria ira devastando «a fero e foco» i campi di Affori, Dergano, Bruzzano e Niguarda e compiendo una vera strage degna di popoli selvaggi. Così il nostro territorio fece da scarico a terra alla violenza di quegli energumeni; e la città vi assistette impotente. E venne pure il 14 settembre 1515, ancora Francesi e Svizzeri «in gran numero ed armi» si scontrano nella tristemente famosa e furiosa Battaglia dei giganti. Le soldatesche svizzere, disastrosamente sconfitte, si disperdono nelle campagne a nord di Milano, ancora una volta saccheggiandole prima di far ritorno alla spicciolata verso i propri territori d’oltralpe attraverso il Canton Ticino. E siamo agli albori del nostro Rinascimento; poi vennero gli Spagnoli di Carlo V, i feudi e le corti; e ne vedremo ancora di nuove.

 

Luigi Ripamonti

Riaperta la Piscina Iseo

Dopo tredici mesi di lavori riapre la piscina di via Iseo ad Affori. L’inaugurazione ufficiale è avvenuta mercoledì 10 febbraio, in cui la piscina è stata aperta gratuitamente al pubblico; ha partecipato anche l’assessore allo sport Bisconti: «Grazie all'impegno di Milanosport restituiamo uno spazio fondamentale per la Zona, completamente rinnovato e più accogliente. Completiamo così la ricostruzione di un luogo strappato alla criminalità organizzata». La costruzione del Centro Sportivo Iseo è iniziata nel 1965. Dieci anni dopo, nel 1975, venne costruita la piscina coperta e, infine, nel 1993 nacque il PalaIseo. Nel luglio 2011 la gestione del centro sportivo Iseo è passata nuovamente, dopo tre anni, a Milanosport che ha realizzato alcuni interventi di riqualificazione, come nuovi spogliatoi per una razionalizzazione migliore dello spazio, rinnovo delle palestre, delle tribune e dell’infermeria, realizzazione di un giardino esterno per la bella stagione e altri miglioramenti agli impianti. Sono state eliminate tutte le barriere architettoniche e anche la Piscina Iseo, come tutte le altre gestite da Milanosport, sarà dotata di un braccio meccanico per l’accesso direttamente in vasca delle persone con disabilità. Il centro sportivo organizza corsi di varia natura in piscina, per adulti, ragazzi e bambini. Dopo una lunga attesa, ora tutti possono usufruire di un servizio fondamentale per grandi e piccini, momento di svago e di sport, per troppo tempo non disponibile.

 

B.P.

Milanesi di Affori - Seconda parte

Ed ora un po’ di storia. Dobbiamo tuffarci in un passato molto lontano, prima di Cristo per intenderci, quando dal nord si infiltravano masse di altre civiltà e culture: gli Insubri, i Celti, i Galli… che stanziavano nei folti boschi propiziati da fiumi, torrenti e in vaste zone ricche di risorgive alimentate dal fiume sotterraneo originato dallo scioglimento dei ghiacci del massiccio del Bernina. Sono secoli che non hanno storia, in quanto non ci hanno lasciato tracce documentarie in scrittura, ma ricostruibili attraverso numerosi reperti archeologici rinvenuti in zona: sarcofagi, vasi, monili, monete, utensili oggi catalogati ed esposti in diversi musei cittadini. Questi ritrovamenti, ancora in corso, ci attestano che il nostro territorio ospitava già minuscole cellule di pagus (circoscrizione rurale, ndr) abitati e alcune primordiali vie di comunicazione, che lungo i secoli verranno adeguate ed ampliate per far fronte alle frequenti migrazioni, passaggi di eserciti, scambi di merci… Al tempo di Mediolanum, capitale provvisoria dell’Impero d’Occidente, il nostro territorio vide stanziare un importante castrum, accampamento di truppe per le quali la presenza di abbondante acqua sorgiva era indispensabile. Le zone presso San Mamete, Bovisasca ed i campi verso Bruzzano (ove sono stati rinvenuti molti reperti d’epoca romana) erano luoghi cimiteriali: quindi ci confermano una presenza molto vissuta sia nel militare che nel civile. Lo stesso nome Affori, sul quale si intrecciano opinioni diverse di interpretazione, ce lo conferma. Negli antichi documenti del IX-X secolo (vedi Codice Lombardo) appare come Afoni e talvolta Afori, che per taluni deriverebbe da “Ad fontes” oppure da “Ad foris”. Ambedue ci riconducono però alla morfologia del nostro territorio: “presso le fonti” (vedi torrenti e risorgive) oppure “di fuori” le mura, la zona fuori la cerchia delle mura di Mediolanum. Anche l’accostamento a “Ad forum” presso il foro, o mercato di bestiame (che ci rimanda alla Boisa, mercato di bovini) è stato considerato accettabile. In questa diversità di interpretazioni (sulle quali non insisto), una realtà è certa: lo sviluppo delle vie di comunicazione (tipicità dell’antica Roma), che possiamo ancora oggi verificare. La via per Varese, la Bovisasca, la Novasca, la Comasca (3° miliare a Dergano, 4° miliare ad Affori, 5° miliare presso Bruzzano di sopra), la Comasinella, la via per Erba, la confluenza in Santa Maria alla Fontana, l’entrata a Porta Comasina… antico tracciato di vie di epoca romana da e per la Gallia e l’Alemagna. Il nostro territorio, passaggio e stanziamento di popolazioni, era già quindi una realtà in simbiosi con la Civitas Mediolani anche grazie a questo cordone ombelicale di comunicazione. Ma dalle nebbie della storia il secondo millennio ci propone alcuni documenti che ci confermano come il nostro territorio fosse già sotto proprietà e cura di ordini monastici instaurati in città, primi tra i quali gli onnipresenti Benedettini, i Cistercensi, gli Umiliati… che nel sud Mediolanum si occupavano di marcite e risaie (vedi Viboldone, Chiaravalle, Morimondo…). Il territorio della cerchia cittadina viene suddiviso in sei parti o fagge e si ha modo di identificare i primi proprietari terrieri. Negli Archivi di Stato ed in quelli ecclesiastici troviamo documenti che attestano l’acquisizione, la conquista e la proprietà di campi e boschi nel nostro territorio. «1147 - L’Arciv. di Milano Oberto I da Pirovano conferma al monastero benedettino di S. Simpliciano tutti i suoi beni e diritti sui terreni della Corte di Affori -così pure al monastero di S. Dionisio- ed all’abate Martino del monastero di S. Ambrogio i suoi diritti sui terreni “extra muros nel territorio de Afori”». Frate Daniele del monastero degli Umiliati di Brera avvia nel nostro territorio la piantagione dei gelsi per la lavorazione della seta. Nel tempo si sono aggiunti ai proprietari terrieri della nostra zona anche i monasteri delle Monache di Santa Caterina, di Sant’Agnese delle Vetere, e potrei continuare sulla base di quanto ci tramandano i documenti dell’epoca. Poi venne lo tsunami Barbarossa, che sconvolse per decenni la vita civica ed agricola del Comune di Milano e del vicinato, coinvolgendo in lotte fratricide le comunità lombarde. Ma questa è un’altra storia. Dai documenti compaiono anche nomi di nostri concittadini, che compirono gesta degne d’essere ricordate: Pietro e Ambrogio de’ Dergano, Ursone e Alkenda, Rugerium de’ Afori, il Panera da Brutianum… Per maggiori informazioni su questo periodo storico rimando ai miei volumi Affori Mille anni di storia e Millennium afforese. È questo un periodo molto contrastato da guerre e lotte fratricide che coinvolgono la popolazione dentro e fuori le mura accomunata nella sanguinosa tragedia. Passata la bufera alemanna, calmata la disastrosa mareggiata, cominciò a vedersi uno squarcio di luce e di speranza.[continua]

 

Luigi Ripamonti


Polisportiva Affori ai Campionati nazionali di Lotta stile libero


GSD Afforese


I 160 anni della Banda d’Affori

Un libro di Luigi Ripamonti

Davanti ad un pubblico entusiasta, giovedì 25 settembre, nella chiesa di Santa Giustina, durante il concerto della Banda d’Affori, Luigi Ripamonti ha presentato il suo ultimo libro intitolato “160 ANNI DELLA BANDA D’AFFORI”. Attraverso documenti e fotografie l’autore ripercorre un pezzo di storia di musica milanese: da oltre un secolo e mezzo la Banda d’Affori entusiasma ogni volta grandi e piccoli sulle note delle sue trombe, dei sax, dei flauti… e dell’inconfondibile tamburo.

«La musica, per l’armonia, la grazia, la gioia che suscita penetrando negli animi, occupa un posto privilegiato nel cuore dei semplici ma sensibili intenditori di quanto la natura possa offrire di bello ed armonico (…) E’ in questa tradizione di arte e di gioia che va ricercata la nascita di un complesso musicale che poi sarà la nostra Banda, il suo crescere, attorniato dall’affetto di tutto un popolo».

Da 160 ANNI DELLA BANDA D’AFFORI

Continuano i bivacchi selvaggi nei parchi di Affori


Alcuni cittadini, residenti nei pressi del Parco delle Favole ad Affori, segnalano ad ABC il degrado del parco, dovuto alla sporcizia lasciata abbandonata dopo i bivacchi e i barbecue illegali che ogni week end vengono fatti al suo interno.

Una residente ci indica il luogo esatto di questi picnic: «La zona più sporca del parco, dove è facile trovare piatti con ancora rimasugli di cibo, bottiglie di vetro, bottiglie di plastica, avanzi di carne, pasta, pane e spesso escrementi umani, è l’ingresso di via Luigi Pastro.

l’immondizia è vicina ai giochi dei bambini, così come le bottiglie vuote di birra». Un’altra cittadina dichiara: «Siamo indignati per questa situazione, più volte abbiamo richiesto un maggiore controllo e il divieto di questi ritrovi, ma nessuno per ora sta facendo nulla.

Chiediamo interventi preventivi affinché si eviti che qualche bimbo si faccia male.» Queste sono alcune delle testimonianze che ABC ha raccolto tra i cittadini indignati della zona. Stesso problema ancora più eclatante e grave si presenta al parchetto di via Trevi dove alla sporcizia si uniscono gli schiamazzi che si protraggono fino a notte fonda.


Marco Feliciani


Fiori al posto di rifiuti

Verso la fine di agosto, all’ingresso secondario del parco di Villa Litta su via Cialdini all’altezza di via Osculati, sono comparse delle piante al posto della ‘discarica abusiva’ che stabilmente vedeva rifiuti ingombranti di ogni genere. L’iniziativa rispettosa dell’ambiente, coraggiosa e segno tangibile di civiltà è così bella che abbiamo pensato di darne risalto! Grazie alla mente e alle braccia che hanno dato origine a questa colorata iniziativa.

La redazione